Un’Italiana a Bruxelles: la Nazionale agli Europei

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Non sono mai stata una grande tifosa. Non seguo il calcio, non ho una squadra del cuore e mi disgusta ricordare che in Italia ventidue società e cinquantadue giocatori sono in attesa di essere processati per un giro di scommesse da milioni di euro.

Ciononostante, è difficile non rimanere affascinati da quell’aura di socialità e senso di appartenenza che rapisce la ragione di chiunque osi mettersi a parteggiare di fronte a un match calcistico. Quando vivi all’estero, la Nazionale si trasforma in una calamita capace di riempire locali con oltre duecento persone che esultano e si abbattono sotto la stessa bandiera, fra italiani per nascita e italiani per scelta…

Dopo la vittoria degli azzurri allo scontro Italia-Germania, Bruxelles si è trasformata nella città del tricolore “verde, bianco e rosso”, sventolato da rumorose macchine di clacson e urla di trionfo. Il centro è presto divenuto il punto nevralgico di festeggiamenti che andavano oltre il risultato della semifinale: un tripudio di incontri inaspettati, abbracci sconosciuti e brindisi senza tregua.

L’occasione per una staffetta al bar marocchino sotto casa, per ritrovarsi di fronte al proprietario con la pelle scura e lo sguardo mediorientale con la maglia azzurra e un sorriso d’intesa. Una nottata a parlare francese e ricambiare giri di birra col ristoratore portoghese, il cuoco algerino e altri volti amichevoli accomunati dal pretesto di una vittoria calcistica da festeggiare. Andare a dormire alle tre e mezza della notte con la testa leggera e un bagaglio di esperienze che senza quegli Europei non avresti mai potuto sperimentare. Una serata che si sarebbe potuta ripetere con la finale di domenica, ma che alla fine ha deciso di concedersi ai tifosi spagnoli.

E adesso che i giochi son finiti, si tornerà giustamente a parlare di tutti gli scandali e la melma in cui sta affondando il mondo del calcio, oscurando quel meraviglioso potere di aggregazione e condivisione che, nonostante tutto, mi ha fatto divertire e mi piace ricordare!

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Erika Farris è nata nel 1984 e cresciuta a Orosei: un meraviglioso paesino sulla costa orientale della Sardegna. Frequentatrice seriale di corsi di formazione gratuiti, ha una laurea in Comunicazione pubblica a Pisa, un master in Comunicazione e media a Firenze e un’inquietante fissazione per la scrittura e il giornalismo.

Nel corso della sua gavetta gratuita da stagista/collaboratrice in diverse redazioni giornalistiche, si destreggia a raccattare due soldi fra babysitting, inventari in negozi d’abbigliamento, innaffiamento di piante, attività da promoter, un anno di Servizio civile volontario in una Ong e svariate stagioni di sfiancamento nel bar di famiglia. Raggiunta l’età di 27 anni decide dunque di scappare a Bruxelles, dove vive da circa un anno. Detentrice di una testardaggine tramandata da generazioni, non perde comunque di vista la sua grande passione e continua a sfornare pagine nella speranza che la sua cerchia di lettori vada oltre gli amici e i parenti…
Oltre a scrivere su Camminando Scalzi, ha un blog su www.ilfattoquotidiano.it e collabora con la rivista Babel (http://www.babel.cospe.org/).

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