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L’oro di Napoli è tornato

Se siete tifosi del Napoli ed avete meno di ventiquattro-venticinque anni allora questa è la miglior stagione di sempre della vostra squadra del cuore da quando la seguite. Già, perchè gli azzurri non adavano così bene in campionato dalla stagione del secondo scudetto, che risale al 1990. Scomodare Maradona e compagni è una cosa blasfema, ma proviamo a fare comunque un paragone. Il Napoli ha quaranta punti dopo ventuno partite attualmente: a quei tempi “El pibe de oro” e compagni col conteggio odierno ne avrebbero avuti quarantaquattro (quanti ne ha il Milan, attuale capolista della Serie A), contando anche due gare in più del girone di ritorno, visto che a quei tempi si giocavano andata e ritorno di diciassette giornate per trentaquattro complessive.

C’è però da sottolineare una cosa. Quel Napoli storico di successi in trasferta ne fece solamente due, non sei come la truppa di Mazzarri, con la principale differenza che fu l’assoluta superiorità schiacciante nelle partite casalinghe, quando al “San Paolo” anche il solo pareggiare per le squadre avversarie era una gioia immensa. Cosa hanno invece in comune? Vediamo i confronti diretti con le grandi. In quell’anno il risultato al “Meazza” contro l’Inter fu lo stesso, ovvero un tre a uno per i nerazzurri (al San Paolo però fu due a zero per il Napoli). Contro la Juventus successo per tre a uno  Napoli (la tripletta di Cavani ha duque fatto anche meglio) ed un pari a Torino. Contro il Milan un successo per parte (e qui per eguagliare Lavezzi e compagni dovrebbero espugnare San Siro). Con i tre punti a vittoria il Napoli di Maradona avrebbe chiuso a settantadue punti, con una media di 2,11 punti per match. Per fare lo stesso l’attuale formazione partenopea dovrebbe chiudere ad ottanta punti, forse davvero troppi considerando che dovrebbe farne altri quaranta, ma quel che è certo è che un Napoli così bello non si vedeva da quei tempi. Il capocannoniere fu Maradona con sedici gol e Cavani è già a quattordici.

Visto che il Napoli è ancora in corsa su tre fronti (Villareal e soprattutto Inter permettendo) proviamo anche a fare un parallelisimo anche sulla Coppa Italia. Gli azzurri non la vincono dal 1987 (anno del primo scudetto) ma sono arrivati in finale nel 1989 (perdendo nel doppio confronto con la Sampdoria di Vialli, Mancini e Pagliuca) e nel 1997 (la dolorosa sconfitta col Vicenza, dove non bastò l’uno a zero dell’andata firmato da Fabio Pecchia, ribaltato dal tre a zero targato Maini-Rossi-Iannuzzi. Come andò invece nel 1989-90? Così così, perchè dopo i turni preliminari, che erano simili a quelli odierni, le cose promettevano bene ma finirono male. Al primo turno venne eliminato il Monza ai rigori dopo l’uno a uno del San Paolo, con errore decisivo del portiere lombardo Davide Pinato e rete di Giuliani, mentre al secondo venne spazzata via la Reggina per due a zero sul neutro di Avellino. Si giocò poi una fase a gironi, con le dodici squadre rimaste divise in quattro gruppi con la prima che si sarebbe qualificata per le semifinali ed il Napoli regolò Bologna e Fiorentia. La semifinale col Milan però fu amara: dopo lo zero a zero del “Meazza” arrivò un clamoroso 1-3 al “San Paolo ed addio Coppa.

Chiudiamo anche con una comparazione sui singoli. Questo Napoli segna molto di più rispetto a quello, ma subisce anche troppe reti, nonostante De Sanctis sia a mio parere nettamente meglio di Giuliani. Baroni e Corradini erano così superiori a Cannavaro e Campagnaro? Probabilmente, ma non si tratta di un distacco abissale. Centrocampo? Moduli diversi, ma comprimari identici. Gargano non è Alemao e Pazienza non è Crippa ok, ma è anche vero che un trittico d’attacco come Hamsik-Lavezzi-Cavani viene battuto solo perchè il Napoli del 1990 aveva il più grande giocatore della storia di questo sport. Abbiamo scherzato forse, ma nonostante una comparazione rimanga scomodissima alle pendici del Vesuvio è più che lecito sognare.

Mai come quest’anno.

Cultura: Se i tagli aumentano

Oggi il mondo della cultura e della formazione soffre. Soffre la scuola e l’università; la ricerca patisce una povertà senza fine. Patiscono i beni archeologici che non vengono tutelati e protetti per mancanza di fondi; il teatro,costretto a mantenersi tra tagli impossibili, spesso supportato da noi, pure resi poveri, perché crediamo nel suo ruolo; il cinema, che deve cavarsela con poco.

Il nostro paese è ormai giudicato severamente dall’Unesco perché gestisce male il proprio patrimonio artistico. Soffre per una crisi economica di carattere mondiale, di cui nessuno aveva previsto la portata. Ma mentre le altre Nazioni e gli stati dell’UE, nella loro manovra economica, hanno potenziato con un discreto stanziamento di fondi scuola, università, ricerca e patrimonio artistico, il nostro Paese, nella sua tanto vantata manovra economica, ha tagliato orizzontalmente proprio la cultura, ciò su cui bisogna investire per poter progredire.
Il nostro belpaese, ricco di storia, che il mondo intero ci invidia, non ha potuto tenere lontane le forbici, ma neppure il giudizio degli altri stati; in particolare quando, per l’incuria idiota di politici e amministratori locali, è crollata la celebre ”domus dei gladiatori” a Pompei, casa che ospitava i famosi combattenti. Insomma, secoli di storia. Un vero lutto, per chi rispetta le radici culturali di un popolo.

Unica giustificazione del politico di turno: mancanza di fondi.

Certo, se il governo taglia fondi per la conservazione dei beni culturali, e poi crolla la domus, la colpa c’è stata.
Quindi se tu, governo, tagli, qualcosa deve pure cadere, e questa volta il crollo non è stato metaforico: ci ha resi tutti più poveri, mortificati e ignoranti.
Ora che il danno è fatto, quei ministri che avevano ignobilmente dichiarato che la cultura serve a poco e che non toglie la fame, cercano giustificazioni; tuttavia si capisce che non sono sinceri. A loro della DOMUS non importa, non sanno apprezzarne il significato. Ma la storia, quando non viene rispettata, è più potente della escort di turno, e può causare la crisi di governo e la sfiducia di un ministro. Gli occhi del mondo sono puntati come riflettori sul nostro patrimonio artistico.

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