Vedelago (Treviso) è una distesa di campi smeraldini, di ville tipicamente californiane coi tetti occupati da pannelli fotovoltaici, una lunga e dritta strada di buchi e crepe.
Oltre ai bellissimi campi e alle case costose, Vedelago ospita anche un famoso impianto di riciclo, che è visitabile al pubblico per una modica cifra.
Al centro di riciclo arrivano carichi di rifiuti differenziati che vengono selezionati, pressati, stoccati e poi spediti ad altre aziende che li trattano per renderli utilizzabili di nuovo: bottiglie e flaconi di plastica, nylon, materiali in alluminio, carta, metalli. Oltre a questo si ha lo scarto – cioè materiali plastici che non hanno un utilizzo immediato – ottenuto dopo la selezione dei rifiuti sul nastro trasportatore, che subisce una diversa lavorazione: viene prima triturato, sciolto, poi immediatamente raffreddato, infine ancora triturato. Alla fine del processo si ottiene una sabbia sintetica, dal colore grigiastro, utilizzata soprattutto nell’edilizia e dalle industrie plastiche. Gli scarti, prima di questa innovazione, finivano in discarica; ora finiscono qui dove si trasformano in “granulato” – sabbia sintetica – che viene poi spedito ad altre industrie dove, grazie a diverse lavorazioni, permette la costruzione di altri materiali: il recupero quindi è totale e non più parziale.
Visitare un impianto del genere ci permette di capire che è importante differenziare i rifiuti e riciclarli, ma anche che è ancora più importante preservare le proprie ricchezze e limitare gli sprechi. Riciclare dovrebbe diventare un’abitudine, un concetto non più estraneo, un gesto che raffiguri un nuovo modo di rapportarsi con l’ambiente, un’idea rispettata non solo da una particolare branca della società ma da tutti noi consumatori. Se imparassimo a vivere con il minimo indispensabile, a preferire la merce sfusa piuttosto che quella avvolta da più imballaggi, a cambiare il nostro stile di vita facendo piccoli passi alla volta, forse riusciremo a evitare di affrontare in modo drastico le rapide e lugubri conseguenze ambientali che si prospettano. Si sa che non sono possibili una crescita infinita e un ininterrotto consumo in questo mondo finito, proprio perché questo pianeta non è illimitato. Calpestiamo una terra che una volta cementificata non dà più gli stessi frutti buoni e succosi d’un tempo, respiriamo un’aria altamente inquinata, e non è di certo la limitazione del traffico di un giorno alla settimana a migliorarne la qualità; continuiamo a svuotare le miniere, a prelevare il petrolio, e nel frattempo riempiamo discariche e inceneritori. Questo mondo è limitato, come ha le sue abbondanze ha pure le sue scarsità. E, che ci piaccia o meno, dobbiamo saperle rispettare. Oltre a scegliere la sostenibilità, dobbiamo uscire dagli schemi, dall’ignoranza, dai conformismi ideologici; dobbiamo scegliere di agire in modo più razionale per provvedere al bene non solo della nostra comunità ma anche di quelle future.
Sono di Reggio Emilia e per fortuna a maggio il nostro inceneritore verrà chiuso; purtroppo però verrà aperto quello di Parma. Che senso ha? Nessuno, perché si sa che non è l’inceneritore a risolvere il problema rifiuti. Quindi colgo l’occasione per fare una domanda a chi detiene il monopolio dell’inceneritore parmense, cioè al sindaco: se un giorno vostro figlio, un vostro parente, un vostro caro amico, venisse a dirvi che ha un tumore e che la causa diagnosticata dai dottori è l’inceneritore? E se il malato foste voi? Che fareste? Vi pentireste di aver dato vita all’inceneritore a pochi chilometri dal Barilla Center? Troppo spesso capita che le cose più importanti vadano a finire nelle mani sbagliate. O forse non si tratta delle mani nelle quali cadono le decisioni, come quella dell’inceneritore, ma della sciocca corruttibilità dell’essere umano: quando si tratta di soldi, si è disposti a sacrificare tutto pur di guadagnare. Persino la vita altrui.
Ormai la scuola italiana non ha più pace e ora è scattata anche la rivolta dei presidi. I dirigenti scolastici assunti l’1 settembre 2010 hanno un trattamento economico di serie B. Nella loro busta paga, infatti, non c’è l’indennità accessoria variabile che consiste in 854 euro lordi al mese, una cifra stabilita dal Contratto Integrativo Regionale (CIR), basata sui fondi stanziati dall’amministrazione centrale, divisi su base regionale in rapporto al numero di dirigenti. Il CIR viene firmato di anno in anno, proprio in base ai fondi. I soldi in ballo consistono in un tesoretto di 18,7 milioni di euro, calcolato in base a un numero inferiore di dirigenti scolastici rispetto all’organico attuale. L’anno scorso non è stato trovato l’accordo tra i sindacati e il direttore scolastico regionale. In pratica, la situazione è paradossale: ci sono dirigenti che percepiscono l’indennità definita da vecchi contratti e altri che non percepiscono nulla perché l’indennità non è stata ancora determinata. I presidi neoassunti hanno uno stipendio ridotto; i vecchi presidi, invece, rischiano di dover restituire le somme percepite in più rispetto alla contrattazione regionale. Alcuni dirigenti scolastici, in contatto con la direzione provinciale del Tesoro, hanno inviato la proposta (atto unilaterale introdotto dall’ex ministro Renato Brunetta) all’UCB (Ufficio Centrale di Bilancio) nel giugno scorso senza, però, avere risposta. L’esito di questa proposta si conoscerà soltanto nei prossimi mesi. Chi non ha percepito nulla si troverà con gli arretrati; chi, invece, ha percepito di più (circa 1200 persone), dovrebbe essere costretto a versare di più.
A tutto ciò si aggiunge l’incertezza di quei docenti che hanno maturato l’uscita dal servizio il 31 dicembre 2011. La materia riguardante i pensionamenti del personale della scuola è molto complessa e, per giunta, c’è un certo ritardo nell’emanazione della circolare ministeriale che dovrebbe chiarire la posizione di chi è intenzionato ad andare in pensione. Questo ritardo è dovuto ad un pasticcio del Governo nell’emanazione del decreto Milleproroghe. In questo decreto, con la nuova normativa si è regolarizzata per tutti i lavoratori la data del 31 dicembre. Per quanto riguarda la classe docente, il momento del pensionamento era calcolato in data 1 settembre. Lo spostamento della data di pensionamento obbliga molti lavoratori che avevano maturato il diritto al pensionamento in data 1 settembre a un periodo forzato di lavoro. Sembra certo, invece, che per i pensionati a domanda si applichino le disposizioni pre-vigenti, vale a dire il sistema delle quote oppure 40 anni di servizio; per le donne vale ancora il dato anagrafico. Tutto ciò, però, se il diritto al pensionamento è stato maturato con i requisiti richiesti al 31 dicembre 2011. I docenti nati nel 1952 sono i più penalizzati perché il ritardo nel pensionamento li spingerebbe a lavorare per altri 5-6 anni. Si spera che dal ministero dell’Istruzione arrivi presto una circolare che possa finalmente chiarire i tanti punti controversi.
Ovviamente, a tutto ciò bisogna aggiungere i problemi endemici della scuola italiana: strutture fatiscenti, mancanza di assistenza agli studenti portatori di handicap, docenti eternamente precari e tanti altri problemi mai risolti. Si spera che un giorno la scuola italiana possa uscire dallo stato di oggettiva difficoltà in cui si trova e mettersi al passo delle altre scuole europee.
Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo. Non molto indietro. Immaginiamo di ritornare al luglio del 2008. Ritorniamo cioè a prima che venisse messa in atto la strategia della distruzione dell’Università pubblica e di ogni modello di sviluppo delle politiche educative. Ritorniamo a prima che i fondi del finanziamento ordinario venissero ridotti del 20% fino al 2013; a prima che aumentassero le tasse di iscrizione per i fuoricorso; a prima che il turn-over fosse ridotto del 50% fino al 2011, cancellando di fatto ogni speranza di ingresso per i giovani; a prima che i poteri di rettori e Consiglio di Amministrazione fossero intensificati, diminuendo la democrazia all’interno degli atenei; a prima che diventasse possibile per le Università pubbliche diventare fondazioni private. Cerchiamo di ritornare a quel momento in cui il lavoro precario non era ancora l’unica forma di lavoro universitario e, almeno sulla carta, esistevano ancora prospettive di carriera accademica. Ecco, facciamo questo piccolo sforzo di memoria che ci riporta a quando tutti questi e altri eventi non si erano ancora verificati e chiediamoci:
Come funziona l’Università nel Luglio del 2008?
I ranking internazionali non la classificano mai o quasi mai nelle prime 100-200 del mondo, a differenza di molte Università europee. Nonostante il livello di diffusione dei fenomeni non sia chiaro, nepotismo, scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, coinvolgendo spesso figure di spicco degli atenei. I meccanismi di reclutamento (i famigerati concorsi) di dottorandi, ricercatori e professori sono il più delle volte (per non dire sempre) falsati. Troppo spesso non premiano i migliori e, dato il clima di sfiducia, non riescono ad attrarre nemmeno i concorrenti più qualificati (la partecipazione di concorrenti stranieri è un miraggio). La famosa fuga dei cervelli (che sarebbe opportuno definire espulsione dei cervelli) è solo la più eclatante delle conseguenze di questo meccanismo: i nostri giovani sono così bravi da poter lavorare nelle Università più prestigiose del mondo ma, per assurdo, non in quelle italiane.
La mentalità diffusa di chi lavora nei nostri atenei è molto spesso provinciale, rassegnata, vecchia e statica. I nuovi assunti accettano le regole del sistema con un servilismo a volte stupefacente, nulla è concesso al cambiamento, al miglioramento e all’innovazione. Le stabilizzazioni di massa, basate solo su criteri di anzianità, permettono l’ingresso di personaggi che trascorreranno il resto della loro carriera in attesa della pensione, senza alcuna voglia di crescere e migliorarsi.
Il decentramento del potere decisionale dal Ministero verso i singoli atenei (cominciato nel 1989 con la riforma Ruberti) non ha fatto altro che creare un sistema fortemente autoreferenziale, in cui i docenti sono collettivamente responsabili di decisioni che riguardano essi stessi. La mobilità interna tra vari atenei del paese è ridotta quasi a zero e l’incapacità di attrarre studenti, ricercatori e docenti dall’estero è un caso unico nell’Occidente sviluppato. Ci si laurea, ci si dottora, si diventa ricercatori e professori nello stesso Dipartimento, apprendendo sin dall’inizio quali sono le regole del gioco e vendendo per tre soldi la propria dignità morale e professionale.
La produzione scientifica è troppo bassa se rapportata al numero di ricercatori accademici; spesso la lentezza e la superficialità con cui si lavora riescono a cancellare gli entusiasmi di chi ha appena iniziato e ha voglia di fare.
Molti docenti sono poco disponibili nei confronti degli studenti, assumendo comportamenti poco corretti e poco professionali in occasione delle sedute d’esame. Il fatto che il 41% del corpo docente abbia più di 60 anni e solo il 4% meno di 40 non lascia alcuna speranza di cambiamento al riguardo. Il numero di laureati resta basso (anche dopo la riforma del 3+2) rispetto agli altri paesi sviluppati dell’OCSE, con tempi di laurea lunghi e prospettive occupazionali inesistenti. Da parte loro i vari governi tagliano sempre più i finanziamenti, (arrivando a investire l’0.9% del PIL in università e ricerca, contro l’1.5 % della media OCSE) e non mostrano alcuna intenzione di voler varare una riforma radicale del sistema.
Il quadro che emerge è agghiacciante, con un’Università pubblica vecchia, provinciale e chiusa in sé stessa; senza alcuna prospettiva di miglioramento, diventa una terra di nessuno in cui tutti sono innocenti e l’unico responsabile è il ministro di turno. Nessuno spazio per riflessioni sul proprio ruolo sociale, sulle proprie responsabilità e doveri, su quanto si potrebbe fare, e fare molto bene. I casi di eccellenza (sparsi a macchia di leopardo nelle penisola) non bastano a giustificare una mentalità, nel suo complesso, distorta e malata. Chi ha voglia di emergere, di crescere o semplicemente chi è consapevole dei propri doveri nei confronti dello stato viene schiacciato in una morsa micidiale che annulla ogni entusiasmo. I più bravi vanno via, spaventati dalle frustrazioni di chi prova tutti i giorni a cambiare il sistema; gli sciacalli che comandano fanno di tutto per succhiare all’università pubblica tutto il suo sangue, senza preoccuparsi minimamente delle terribili conseguenze per il paese. Sembra che l’Università sia un condannato a morte in attesa dell’esecuzione.
Stop! Fermiamoci e ritorniamo ad Aprile 2011. Un boia stupido e inconsapevole, l’On. Maria Stella Gelmini, ha compiuto l’esecuzione. L’Università pubblica è morta. Ma quanti ne hanno decretato la sua condanna?
Oggi il vostro contributo per (pre)Cari Amici è redatto da Betty Bradshaw, che ci racconta le difficoltà di cui è irto il percorso della carriera medica. Impegno, studio, magari il massimo dei voti, ma la più grossa difficoltà è scontrarsi con la casta e il sistema dell’antimeritocrazia. Raccontateci anche la vostra storia, vi aspettiamo.
La redazione di Camminando Scalzi
Questa storia delle prodigiose “signorine 110 e lode” non mi va proprio giù.
Resta sul gozzo come un boccone amaro e indigesto. Italo Bocchino, in vari talk show, ripete le cifre da capogiro che questa “sorprendente” igienista dentale andrà ad accumulare nei suoi conti in banca per meriti tutti da verificare, a fronte di giovani militanti che, pur prodigandosi per la causa sin dalla culla, vengono surclassati da persone come la Minetti. Gli si contrappongono Berlusconi (e, in secundis, Formigoni) che sostiene l’avvenente consigliera regionale, la cui strabiliante carriera accademica prova che questa ragazza prodigio merita di stare dov’è.
Ecco, mi voglio soffermare su quel “merita”.
Se c’è un verbo che nel nostro paese decadente non dovrebbe più essere utilizzato è proprio “meritare”. Per rispetto verso chi, sull’inconsistenza del merito, si è logorato anima e corpo. Prendo ad esempio la classe medica, perché, volente o nolente, ne faccio parte. In particolare coloro che hanno avuto la triste idea (in modo del tutto presuntuoso!) di tuffarsi nella piscina (vuota) della ricerca scientifica italiana. Immaginiamo un giovane neo-maturato che passi l’estate a studiare (invece che partire per un’isola della Grecia) per superare il devastante barrage del numero chiuso. Immaginiamo che, solo tre giorni prima della prova, venga a sapere che il 70% delle domande verteranno su “cultura generale”. Immaginiamo dunque le bestemmie che naturalmente avrà proferito mentre gettava benzina sui libri di chimica, fisica, biologia…
Il giovane passa l’esame alla grande: gioia, tripudio… Sino al discorso d’ingresso (attenzione: NON di benvenuto) alle matricole. In un’aula spettrale vengono radunati giovani tremanti di felicità e di paura; dietro un ligneo altare su scranni fastosi… La casta! Figure in penombra dalle fattezze di cariatidi provvedono immediatamente a puntare estintori contro l’entusiasmo. Parlano in percentuale: il 30% dei presenti verrà ELIMINATO al primo semestre, un altro 30% entro il primo anno, del restante 40% qualcuno si laureerà, ma sicuramente non passerà l’esame per entrare in specializzazione… Ma cos’è, un lager? L’isola dei famosi? X-factor?
Ragazzi, stanno investendo sei, ben sei anni delle loro vite! Non sono mica qui a pettinare bambole! Una piccola pacca sulla spalla no?!
I sei anni scorrono lentamente, penosamente, faticosamente, tra professoroni bastardi, medici che non hanno voglia di insegnare in corsia, leccapiedi che cominciano a spiccare sin dal terzo anno nella penombra generale di giovani stanchi e delusi. Arriva la laurea, dopo insulti, offese, tentativi di manomissione psicologica… Evviva! Centodieci e lode! Poi l’abilitazione e quindi… L’esame per la specializzazione. La tomba di tutti i neo-laureati non paraculati. Ma immaginiamo che quel giovane, rimboccandosi le maniche (anche se molti non hanno dovuto rimboccare esattamente quelle), ce la faccia. Evviva!
Cinque anni di specializzazione: i più brutti della sua vita. Baroni, portaborse, malcostume, progetti rubati, telefonini che squillano nel cuore della notte per chiedere dov’è il lavoro X, guardie non assistite e non assicurate, promozioni di carriera del tutto ingiustificate, viaggi all’estero convertiti ad altri con il proprio progetto di ricerca, corse in aeroporto per “accompagnare” il capo a un congresso oltreoceano. All’inizio il giovane cerca di ribellarsi, di trovare una coesione di classe: ma i più tacciono – peggio – osteggiano. Il caldo della sedia che hanno sotto il sedere gli basta. Queste sono le regole, questo è il SISTEMA, è tutto normale. Se c’è qualcosa di anormale, è chi pensa che le cose possano andare diversamente. È cosa buona e giusta stare sotto il tavolo, leccare i piedi, prendere calci e mangiare briciole, puntando a un posto a tavola. Questo è il vero merito.
Finisce la specializzazione, a pieni voti! Evviva… E adesso?
Il giovane vede coetanei consenzienti e mediocri sfrecciare sull’onda del Professor Antani, avere il dottorato di ricerca grazie all’illustre Cavalier Lup-Man, partecipare a concorsi il cui bando, nella gazzetta ufficiale, l’avevano visto solo quelli del team dell’Ingegner Tapioca. Ma il giovane (che ormai è vecchio) continua a viaggiare sull’autostrada dell’Antimeritocrazia, tra progetti di ricerca e contratti a tempo determinatissimo, su una Panda comprata con summa cum laude in contanti e assegni di olio di gomito, vedendo sfrecciare automobili di lusso, SUV grandi come mammut, ferrarini superpotenti.
Onore al merito… Soprattutto a chi non ne ha.
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Siamo giunti all’epilogo, pare che la questione della scuola di Adro, che tanto ha fatto parlare di sé nel mese appena trascorso, sia giunta ad una giusta conclusione.
Facciamo un breve riassunto: l’11 Settembre apre i battenti il nuovo polo scolastico di Adro, intitolato al primo ideologo leghista Gianfranco Miglio. E già qua, uno storce il naso. La sorpresa c’è stata quando, all’apertura della scuola, ci si è accorti che i simboli della Lega Nord erano impressi praticamente ovunque, trasformando di fatto la scuola in un’enorme super-sponsor per il partito del Carroccio. Le cose dei pazzi, direbbe qualcuno. Le cose normali, direbbe un italiano che vive in Italia.
Iniziano le ovvie polemiche (ma dico io, accorgersene prima no?), e il ministro dell’Istruzione Gelmini decide che i simboli vanno quanto prima rimossi (ogni tanto, una giusta la fa). Inizia un lungo mese in cui lo sport nazionale preferito dalle amministrazioni italiane (no, non è il calcio, parlo dello scaricabarile) la fa da padrone, senza che si capisca bene chi deve pagare per rimuovere quei segni (ma chi ce li ha messi, no?).
Ieri sera il consiglio di istituto, riunito in sessione straordinaria, delibera la fine delle ostilità. I simboli verranno rimossi, probabilmente già da oggi, e la scuola sarà intitolata ai due patrioti risorgimentali Enrico e Emilio Dandolo.
Tutto è bene quel che finisce bene? Più o meno. Restano da notare un paio di faccende su cui riflettere: la prima è la lettera inviata dal sindaco leghista di Adro al dirigente scolastico Cadei, in cui il preside veniva diffidato dal rimuovere i simboli (nonostante le decisioni ai piani alti). Pare proprio che al sindaco non andasse giù questa presa di posizione del governo; la seconda è la domanda più che legittima “ma chi ha permesso tutto ciò?”. Possibile che un’intera scuola venga cosparsa (banchi, sedie, aiuole, zerbini, muri, per non parlare del crocifisso fissato nel cemento) di simboli di un partito politico (e poteva essere qualsiasi partito politico) e nessuno se ne accorga prima? Ma in Italia siamo sempre costretti a riparare agli errori fatti quando ormai è troppo tardi (con ulteriori spese pubbliche)?
Domande che ci poniamo sempre più spesso, sembra davvero tutto normale qui nella Repubblica delle Banane. Spiace più che altro doversi occupare di un caso del genere, che ha tenuto banco per un mese intero, e magari sentir parlare meno dei veri immensi problemi di cui soffre la nostra povera Scuola. Ma insomma, la scuola marchiata Lega Nord è giusto la ciliegina sulla torta.
Abbasso Roma Ladrona, quei Porci Romani, insegniamolo ai bambini fin da piccoli.
Tanto poi due bucatini in piazza, e tutto si risolve…
Nemmeno il tempo di una settimana dai voti di fiducia del governo, qualificati come i più ampi di sempre nella storia della Repubblica, che già si parla di elezioni. Eh, eh… La politica italiana?Uno sporco gioco di interessi, dalla Dc ad oggi.
Gioca squallidamente GianfrancoFini, come un vecchio “gattopardo democristiano” (come lo ha definito non molto tempo fa il suo ex-alleato Umberto Bossi.) Lo stesso Bossi che fece cadere il primo governo Berlusconi, non dimentichiamocelo. Noi di Camminando Scalzi abbiamo già affrontato la carriera politica del presidente della camera in questo articolo. Perché Fi. si è alleato con Be. ? Che matrimonio è fra una destra laica, istituzionale, con una destra populista, anticostituzionale?
I nostri (non eletti, ma nominati) politici sorvolano i temi e le emergenze nazionali come il lavoro, la scuola, l’economia e i rifiuti, occupandosi già della campagna elettorale e delle future strategie. Argomenti vuoti che non possono importare a chi perde il lavoro, a chi è precario, a chi vive ancora in casa con i genitori perché è costretto dalla crisi e non è un testone come di certo lo è il sig. NanoBrunetta (a quanto pare fra nani e testoni al governo ci s’intende). Tantomeno non può interessare a chi perde la vita al lavoro e deve sorbirsi la notizia che FabrizioCorona è anche ricchione. Già, le morti bianche si susseguono una dopo l’altra, in uno stillicidio che non ha fine. Eppure, pensa te, si scopre in tv che Fabrizio Corona ha avuto una relazione con il suo mentore Lele Mora. Certo, è una notizia inquietante, che spiega come vanno le cose nello show-biz. Culo per celebrità, oil for food, stiamo lì insomma. Ma in uno squallore che per me è senza fine, scopro che un settore che paga dazio in numero di morti sul lavoro è l’agricoltura, soprattutto a causa di un veicolo fondamentale e pericoloso per i contadini: il trattore.
Voi lo sapevate? In caso di ribaltamento, il conducente è schiacciato dal mezzo stesso e data la natura instabile del veicolo, avvengono di frequente incidenti del genere. Perché non si pone rimedio alla pericolosità di questi veicoli? Che ci vuole? Sembra un’inezia risolvere un problema del genere, ma se ci si perde su questo genere di cose, figuriamoci su problemi più complessi. In che paese viviamo?
Mesi e mesi di rigonfiamento dello scroto a causa delle notizie ad ogni ora della casa di Montecarlo di Fini, che alla fine si è sbugiardato da solo. Dopo essere stato messo alla forca dal dossieraggio sfrenato dei giornali del premier. Una macchina ben oliata dal sig. Walter Lavitola , direttore dell’ “Avanti!”, che viaggia su aerei costosissimi da un capo all’altro del globo, non si sa da chi pagati anche se possiamo ben immaginarlo. Tutto questo casino per sputtanare il presidente della camera su una questione che a noi non frega niente. Che tristezza.
Quelli che dovrebbero essere i nostri tutori della giustizia e della pace sono sotto tiro. Il bazooka “regalo” ritrovato fuori al palazzo di giustizia di Reggio Calabria è l’ennesimo indizio di un’escalation intimidatoria senza fine nei confronti dei pm antimafia. Aleggia lo spettro delle stagioni stragiste, il “nuovo” terrore si chiama ‘ndrangheta.
Non si combatte la mafia con le manifestazioni, se pur nobili, della società civile e con le sfilate di piazza dei vari Bersani e Di Pietro. Alla magistratura mancano mezzi e uomini sufficienti per fronteggiare il vasto popolo dell’illegalità. Manca persino la carta. Sembra illogico, per dirla con un eufemismo, in una continua sottrazione di risorse, spendere ben un milione e mezzo di euro a Palermo per la visita del Papa. Visita durante la quale, tra l’altro, viene negata qualsiasi atto di dissenso, anche innocui e non offensivi, per mano stessa della Digos. Pura follia.
Il 2 ottobre si è svolto nuovamente il no b-day2 , seguito da un silenzio mediatico assordante. A parte il solito balletto teatrale delle cifre (500mila secondo gli organizzatori, 50 mila secondo la questura, qualche saltimbanco secondo il Pdl), la domanda è questa: perché aver fatto una seconda manifestazione contro Berlusconi, se già la prima non l’ha mandato a casa? Lo slogan di quest’anno era “licenziamolo”. Uno slogan divertente, che certifica definitivamente che il popolo viola non è altro che un movimento vuoto quanto lo è la politica di sinistra: perchè sono gli stessi esponenti di sinistra che alimentano il popolo viola, non è certo un mistero. La domanda principale: a voi ha rotto le scatole solo Berlusconi? E Pd, Idv ecc. con tutti i loro figuranti che c’erano alla manifestazione… non ci hanno stufato anche loro? Allora perché fare un replay del no-b-day2, che senso ha avuto? Sarei stato d’accordo con una manifestazione contro la CASTA, formata da questi squallidi attori del teatrino della politica, che pensano agli affari propri e a rovinare la collettività con le loro cricche.
No-casta-day, allora sì, con l’obiettivo di una legge che affidi agli stessi elettori la revoca del mandato dei parlamentari. Sarebbe semplice, ma rimane un sogno.
Siamo un paese di raccomandati e affiliati. Emigriamo?
Il nuovo anno scolastico è alle porte: per qualcuno è già cominciato, per qualcun altro sta per cominciare. La riforma delle “riduzioni” istituita dal ministro Gelmini ha fatto morti e feriti, devastando il settore dell’educazione in Italia.
La prima considerazione da fare riguarda l’educazione scolastica e l’importanza che questa ha in una società moderna. L’Italia è un paese che destina soltanto il 9% della spesa pubblica alla scuola, siamo ultimi in Europa. E penultimi per quanto riguarda l’investimento scolastico del Pil (4,5%). Peggio di noi soltanto la Slovacchia (fonte | Repubblica.it).
Stiamo parlando di 10.000 (diecimila) insegnanti di ruolo in esubero che hanno perso la titolarità del posto e 600.000 (seicentomila) gli studenti che al primo anno avranno meno ore di lezione a causa di ciò. Ci sono presidi costretti a gestire due o tre scuole contemporaneamente, con gli ovvi disagi a livello organizzativo che questo comporta. Le classi sono spesso in sovrannumero, fino a 34 alunni (contro ogni norma di sicurezza). Anche per i portatori di handicap ci sono problemi, in quanto l’insegnante di sostegno non è spesso presente per le ore necessarie che queste problematiche richiedono.
Insomma, la scuola è un vuoto a perdere per il nostro governo. Le proteste si susseguono in tutta Italia, in molti istituti si è cominciato l’anno con delle manifestazioni, alunni e insegnanti che fanno fronte comune per difendere quello che dovrebbe essere un diritto sacrosanto e assolutamente fondamentale in un paese democratico e civile: l’istruzione e l’educazione delle nuove generazioni. In tutte le maggiori città d’Italia c’è stata mobilitazione, soprattutto dei precari (che mai come oggi sono identificati da questa terribile etichetta): Roma (con un sit-in e una manifestazione davanti al ministero), Terni (con i precari incatenati intorno alla fontana di piazza Tacito), Torino (con un presidio sotto gli uffici della regione), la manifestazione di due giorni fa a Messina (con i precari sulle due sponde dello Stretto), e la critica situazione de L’Aquila, che dopo il sisma è stata forse la più colpita in negativo dai tagli della Gelmini (1.033 iscrizioni in meno, 355 insegnanti in esubero nella provincia). Un panorama sconfortante.
Eppure si prosegue per questa strada di devastazione della nostra Scuola Pubblica, senza che nessuno muova effettivamente un dito in tale direzione. Questi tagli (si parla di 8 miliardi di euro da smaltire in tre anni… Quindi, ahinoi, non è finita qua) stanno dilaniando il comparto della cultura in Italia, ma in piccolo stanno rovinando la vita a tantissime persone, in cerca di quel dannato posto fisso per arrivare a fine mese. Senza parlare dei disagi che proveranno gli alunni di tutte le età, ritrovandosi con meno ore a disposizione (le cattedre non assegnate), meno spazio a disposizione (il sovraffolamento si traduce in un più difficile apprendimento), ma soprattutto meno investimenti per il futuro. E un Paese che non si cura del proprio futuro è un Paese destinato a cadere sempre più in basso, sfiancato, senza cultura.
Ma è davvero questo il nostro futuro? Affossare la Scuola Pubblica, forse a favore di quelle private? Un tempo, il nostro Ministero si chiamava “della Pubblica Istruzione”. Oggi quel “Pubblica” non c’è più, e la più grossa paura è che vada sparendo, oltre che dal titolo, anche dal concreto della vita reale.
E nel frattempo, ad Adro, una scuola viene completamente dipinta di verde con i simboli della Padania stampati qua e là. Inammissibile direte voi. La politica sulla Scuola. La politica nella Scuola.
Come sempre in questo periodo, riparte l’anno scolastico, e si torna a parlare dei soliti problemi della scuola pubblica: troppi docenti precari, tagli ai fondi, numero degli alunni per classe, ragazzi con handicap vari senza insegnanti, etc, etc. Problemi endemici mai risolti dai vari governi che si sono susseguiti nel tempo. Ormai da anni si assiste a manifestazioni di protesta da parte di docenti e alunni che, tuttavia, non portano a nessun risultato concreto. Anche in quest’inizio di anno scolastico sono in atto proteste e manifestazioni organizzate dai sindacati. I tagli del ministro Gelmini sono oggetto di varie contestazioni, ma non sono le uniche cose nel mirino di chi protesta. Il numero massimo dei componenti una classe, ad esempio, dovrebbe essere di 25 persone, cioè l’insegnante più 24 studenti, ma alcuni ragazzi intervistati al telegiornale hanno parlato di trenta o più alunni. Il numero degli insegnanti precari, secondo alcune stime effettuate da istituti di ricerca competenti, sarebbe addirittura di 12.000 unità e, nei giorni scorsi, si sono registrate iniziative di protesta molto forti da parte di alcuni precari, come lo sciopero della fame. Alcuni di loro sono stati costretti a ricorrere alle cure del pronto soccorso.
Per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno, il numero di studenti portatori di handicap è molto più alto in rapporto al loro numero complessivo (dovrebbe essere un insegnante di sostegno ogni due portatori di handicap), ragion per cui nascono inevitabilmente dei problemi legati al controllo e alla gestione di questi ragazzi, senza considerare che a volte molti insegnanti non hanno la competenza per occuparsi di ragazzi con determinate problematiche.
Tutto ciò quando sta per iniziare un nuovo anno scolastico che, secondo il ministro Gelmini, dovrebbe rappresentare un taglio netto con il passato, anche se, per la verità, i problemi sono sempre gli stessi… E a farne le spese, oltre agli insegnanti sempre più precari, sono i giovani che rischiano di uscire dalla scuola senza una giusta preparazione e con sempre meno certezze per il futuro.
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Ho iniziato ad ascoltare De Andrè per curiosità. Il mio professore di lettere del liceo lo conosceva personalmente, era cresciuto con lui a Genova, conosceva la sua famiglia, ma soprattutto, conosceva lui. Ricordo che in classe diverse volte raccontava a noi, alunni svogliati e disattenti, le disavventure di un ragazzo semplice cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia industriale cittadina. Dalle parole del mio professore emergeva il suo pessimo rapporto con i genitori, la sua vita da vagabondo, il suo isolatismo e la sua diversità.
Fabrizio Cristiano De André nacque il 18 febbraio1940 nel quartiere genovese di Pegli, in via De Nicolay 12, dove oggi si può notare una piccola targa commemorativa. Inizialmente visse nella campagna astigiana, luogo originario della sua famiglia e dove si trasferì a causa degli eventi bellici. Si trasferì poi nella Genova del dopoguerra, in un periodo di conflitti mossi dalla contrapposizione tra cattolici e comunisti, inflessibili e bigotti entrambi.
Dopo aver frequentato le scuole elementari in un istituto privato di suore, passò alla scuola statale, dove il suo comportamento “fuori dagli schemi” gli impedì una pacifica convivenza con le persone che vi trovò, in particolar modo con i professori. Per questo fu trasferito nella severa scuola dei Gesuiti dell’Arecco, frequentata dai giovani della “Genova bene”, dove fu vittima di un tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita dell’istituto. Nonostante l’età, la reazione verso il “padre spirituale” fu pronta e, soprattutto, chiassosa, irriverente e prolungata, tanto da indurre la direzione ad espellere il giovane De André, nel tentativo di placare lo scandalo. Dell’episodio venne a conoscenza il padre di Fabrizio, esponente della Resistenza e vicesindaco di Genova, che informò il Provveditore agli studi, pretendendo un’immediata inchiesta che terminò con l’allontanamento dall’istituto scolastico del gesuita.
In seguito il cantautore frequentò la facoltà di Giurisprudenza. A sei esami dalla laurea, tuttavia, decise di intraprendere una strada diversa: la musica. Il primo vero e folgorante incontro con la musica avvenne con l’ascolto di Brassens, del quale De André tradurrà alcune canzoni, inserendole in alcuni dei suoi primi album. La passione crebbe anche grazie all’assidua frequentazione degli amici Tenco, Bindi, Paoli ed altri, con cui iniziò a suonare e cantare nel locale “La borsa di Arlecchino”.
De André, allora, iniziò una vita sregolata ed in contrasto con le consuetudini della sua famiglia, frequentando amici di tutte le estrazioni culturali e sociali, prendendo inconsapevolmente la strada che lo conduceva nella storia.
Dalle parole del mio professore trapelavano sempre emozioni forti nel ricordare la sua amicizia con De Andrè. Quando giunse la notizia della sua morte il nostro professore era fortemente provato. Quel giorno in classe non facemmo lezione, ascoltammo per due ore di fila l’album di de Andrè “Storia di un impiegato”. Lui che è conosciuto come il “Faber” per la perfezione dei suoi tecnicismi verbali, per le sue metafore sulla vita, per la sua semplice complessità. Non mi vergogno nel dire che ha segnato profondamente la mia crescita. Ho il ricordo nitido di quando ascoltavo i suoi album come un bambino sfoglia le figurine dei calciatori. Ricordo i brividi profondissimi passarmi sulla pelle e lasciarsi abbandonare alle parole mai stonate e, soprattutto, mai sbagliate. Ricordo di aver sempre condiviso la sua poesia, di essermi sempre riconosciuto nelle sue poesie, di aver sognato di saper raccontare il mondo come faceva lui, con le sue semplice e umili parole, con i suoi riferimenti sapienti, con le sue rime intrecciate, e con la sua “polemica di dignità e libertà”.
Lui che inopinatamente è uno dei più grandi poeti dei nostri tempi, che con le sue canzoni ha saputo raccontare la vita, quella di tutti i giorni, ma anche quella sconosciuta o, per meglio dire, difficile da accettare. Lui, disegnatore di realtà crudeli ma mai parallele, che indicava la morte con la metafora della collina e colorava la vita dei suoi personaggi donandogli dignità soltanto grazie alle sue descrizioni minuziose e ficcanti. Lui così duro contro l’istituzionalismo ed il perbenismo, lui così spietato contro il potere, lui così semplice ma blasfemo contro le crudeltà di un mondo che sembrava non appartenergli mai. Lui così lontano da un universo che, a mio modesto avviso, non lo ha mai valorizzato, meritato né apprezzato abbastanza. “Nella mia ora di libertà”, tratto dall’album “Storia di un impiegato”, è una delle poesie che forse più di tutte racchiude il suo “animus vivendi”. Racconta la storia di un carcerato che per ribellione decide di non voler uscire dalla prigione durante l’ora di libertà. Questo perché il condannato non vuole condividere con i sui “piantoni” (secondini) l’unica ora d’aria buona da respirare durante l’arco della giornata. È la storia di uomo normale, oggi diremo “comune”, che seppur innocente si ritrova a sfogliare i tramonti in prigione. De Andrè va duro contro il giustizialismo ma è proprio dalle sue critiche efferate e dalle sue lotte contro il potere che, paradossalmente, trapela un gran desiderio di giustizia e meritocrazia, desideri che oggi risuonano come un’eco più attuale che mai, per la serie “i tempi cambiano ma non i problemi”.
Questa canzone termina con il racconto di tutti i carcerati che imprigionano in galera i secondini e, intimandoli di ascoltarli, gridano loro “Venite adesso alla prigione / state a sentire sulla porta / la nostra ultima canzone / che vi ripete un’altra volta / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”. Questa celebre frase, e citazione del “Faber”, risuona con violenza nelle orecchie di un potere assai scaltro, muto al punto da negare un sorriso al bisognoso, sordo alle esigenze del popolo, insensibile alla vita degli uomini che lavorano e sopravvivono a stento, correndo dietro a una vita in salita con il fiatone e, il più delle volte, senza fiato. Il mio professore quel giorno pianse quasi ininterrottamente per tutta la lezione e io non capivo il perché. Oggi ripensandoci, invece, lo capisco, o per lo meno credo di aver capito, e mi dispiace di non aver condiviso con lui quelle lacrime. Però, da quel giorno la mia curiosità mi ha aperto gli occhi su di un mondo che è sempre uguale, nel quale i problemi sono sempre gli stessi, se non più acuiti. Quello che per me è più importante, in realtà, è che si tratta anche di un mondo in cui, guidato dalla poesia del “Faber”, cerco ogni giorno di non sentirmi “coinvolto” e, per non tradire il mio poeta preferito, di guardare la vita avendo negli occhi, nel mio piccolo, la mia “polemica di dignità e libertà”.
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