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Donne di ieri, orgoglio di oggi: Miriam Makeba

“Un simbolo dell’Africa? Tutto il continente sulle mie spalle? Pesa decisamente troppo. No, non credo di essere un simbolo. Semplicemente la gente mi dimostra tutta la sua simpatia e il suo affetto. “
(Miriam Makeba)

Le donne hanno (s)oggettivamente una marcia in più, ma spesso credo abbiano bisogno di riscoprire la bellezza dell’appartenenza a un genere a volte troppo difficile da amare, ma soprattutto in cui potersi riconoscere.
Ci sono donne di cui vale la pena parlare perché hanno qualcosa da insegnarci, sono qualcuno con cui poter identificare le parti migliori di noi, e Miriam Makeba è sicuramente una di queste.

Miriam Makeba, conosciuta anche come Mama Afrika, è stata una cantante sudafricana nota per il suo impegno politico e sociale, ma soprattutto perché questo impegno non è stato solo un demando, un “patrocinio morale” alle buone intenzioni, quanto piuttosto un senso di responsabilità e appartenenza etnica che in lei ha trovato corpo, accoglienza e soprattutto voce. Miriam nacque il 4 marzo 1932 a Johannesburg; la madre era una sangoma, ovvero una sciamana dei popoli Nguni, mentre il padre, morto quando sua figlia aveva 5 anni, apparteneva agli Xhosa, gruppo etnico dell’Africa centrale. Miriam ha sempre coltivato la passione per il canto, partecipando a numerosi concorsi canori, e prendendo parte a matrimoni e funzioni religiose.

Gli anni ’50 sono gli anni dell’ascesa per la giovane Miriam Makeba, soprattutto dopo la formazione del nuovo gruppo The Skylarks, capace di unire jazz e musica tradizionale africana. Ma gli anni ’50 sono anche gli anni dell’apartheid, termine afrikaans usato per definire la segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel 1954 e rimasta in vigore fino al 1990. Hendrik Frensch Verwoerd, definiva l’apartheid come “una regolamentazione di buon vicinato”, che poi tanto buono non doveva proprio essere visto il suo inserimento nella lista dei crimini contro l’umanità. Ed è invece proprio l’umanità quella che Miriam Makeba ha deciso di abbracciare idealmente con la sua voce calda e femminile, capace di trasportare sulle onde della musica anche un po’ delle oppressioni e del dolore di chi le ascolta.
Il successo da Miriam Makeba, nei termini di affetto e stima del popolo sudafricano, è costato alla cantante un esilio di ben trent’anni, imposto dal governo di Pretoria dopo il suo primo tour negli Stati Uniti.

Da lì nel 1960 Miriam partecipa a un documentario anti-apartheid dal titolo “Come Back, Africa“, che la porterà a trasferirsi a Londra e poi ritornare successivamente in America. Il legame con la terra d’origine non viene reciso,  attraverso il rapporto con Nelson Mandela, impegnato allora nell’”African National Congress”, ma soprattutto grazie alla musica, mezzo reale, concreto e alla portata di tutti. Nel 1966 Miriam Makeba riceve un Grammy per l’album An Evening with Belafonte/Makeba, manifesto della situazione della popolazione nera sotto il regime dell’apartheid, ma soprattutto nel 1967 pubblica la canzone che la porterà ad una fama mondiale, Pata Pata; questa canzone, divenuta famosa in Italia soprattutto come riadattamento per una nota marca di gelati (e ho detto tutto), rappresenta un inno alla vita, nella semplice descrizione di una ragazza che ama ballare e muoversi. Questa canzone, all’apparenza banale, ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, il desiderio del popolo nero di riscoprirsi libero e fermo nel conquistare il diritto a vivere una vita normale.
Miriam affronta un’altra sfida, nel 1968, con il matrimonio con l’attivista radicale Stokely Carmichael,  figura controversa nel panorama americano, tanto da comportare un calo drastico di concerti e contratti. A quel punto la Makeba decide di trasferirsi in Guinea, dove svolge il ruolo di delegata per le Nazioni Unite, vincendo il Premio Dag Hammarskjöld per la Pace nel 1986.
Finalmente nel 1990 Nelson Mandela convince la Makeba a ritornare in Sudafrica, dove continua con ancora più forza il suo impegno sociale, in una terra che è finalmente la sua terra.
Miriam Makeba  muore nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008 a Castel Volturno, dopo essersi esibita in un concerto a favore di Roberto Saviano. Il concerto, a detta di cronaca, non è stato un gran successo a causa della scarsa partecipazione, ma Miriam non ha saputo dire di no ai pochi nordafricani delle baracche campane che la acclamavano al grido di “Pata Pata”.  Miriam Makeba muore lontana dalla sua terra, che ha coltivato negli anni della distanza, della mancanza, del dolore per non essere a lottare in prima linea; Miriam Makeba, come sottolineato dai figli della cantante, è morta a Castel Volturno, che è comunque un pezzetto Africa.

Quanta moderazione!

Nonostante le invocazioni ad una maggiore moderazione da parte del nostro Presidente Napolitano, arrivate proprio in questi giorni, la battaglia politica fatta di attacchi che esulano dal confronto programmatico continua inevitabile. Questa volta i protagonisti sono l’uscente sindaco di Milano Letizia Moratti e il candidato del centro-sinistra Pisapia. Tralasciando per un attimo le considerazioni prettamente giuridiche (Pisapia è stato assolto in Appello, tutte le accuse sono cadute, non certo per l’amnistia, a cui ha rinunciato), continuiamo a vedere un modo di fare politica del centro-destra tutto basato sull’attacco diretto all’avversario. Il grosso problema è che questo è un modo funzionale di fare campagna elettorale. Non è un caso che la “bomba” venga lanciata nell’ultimo intervento, impedendo una replica diretta dell’interessato. Le ragioni sono banali e semplici: le ultime cose dette sono quelle che rimangono di più impresse nella memoria dello spettatore. Naturalmente il cittadino critico, informato, documentato, si renderà immediatamente conto della falsità dell’accusa o quantomeno lo apprenderà successivamente dagli altri media e dagli altri giornali. L’obbiettivo di queste dichiarazioni invece, la famosa casalinga, l’anziano, la persona tendenzialmente disinformata, invece, ricorderà quest’ultima dichiarazione, gli rimarrà impressa nella memoria. Magari si guadagna solo qualche voticino in più, ma a pochissimi giorni dalle elezioni amministrative milanesi, in cui la situazione appare quantomeno incerta, ogni minimo voto accumulato potrebbe fare la differenza. È un modo di fare politica che è fuori dai tempi moderni, è fuori dalla “moderazione dei toni” tanto auspicata dal nostro Presidente della Repubblica. Evidentemente, quando una campagna elettorale arriva ai suoi rush finali, si rientra nella regola del “vale tutto”. Poco importa quante incertezze, falsità, bugie, vengano dette. L’importante è continuare ad attaccare l’avversario, delegittimarlo, metterlo in ridicolo, generare una situazione di distacco dalla realtà programmatica, che è quella che poi dovrebbe interessare il cittadino votante.

Non è la prima volta che succede e ormai in Italia, come per tante altre cose, cominciamo ad abituarci anche a questo. Anzi, ci siamo ormai già abituati. Più volte negli scorsi articoli abbiamo rimarcato di come tutte queste vicende finiscano poi nel dimenticatoio. Ed è proprio questa la vittoria principale di chi agisce in questi modi “poco moderati”: intanto si fa l’attacco, poco importa che sia di tipo giudiziario, diretto al privato, uno sfottò, una presa in giro. È la macchina del fango che opera a vele spiegate, quella macchina del fango più volte citata da Roberto Saviano. La delegittimazione, la rappresentazione dell’avversario come “nemico”, come qualcuno che non solo non ha un programma valido -anzi, quasi non importa- ma addirittura ha fatto delle cose terribili e innominabili. Il più delle volte sono accuse infondate, basate su vicende private veramente inutili, eppure ogni volta qualcosa rimane nella massa votante non-critica e non-informata. E poco importa che poi si venga puntualmente smentiti da fatti e da sentenze. Non è quello il punto, il risultato da raggiungere. L’obbiettivo e accalappiare l’elettore in più, quello che penserà “ah, che criminale, ah, che persona vergognosa.”

Il nostro benamato Premier ne ha fatto una scuola di pensiero, e tutta la politica dei suoi seguaci, dei seguaci del berlusconismo, è basata su questo tipo di attacchi. Concludiamo con il video del Maestro Assoluto di questa pratica. E non sappiamo se preoccuparci di più per l’Imperatore Maximo che afferma queste cose con una deprecabile e fuori luogo ironia, o della gente che sorride, applaude, e approva l’affermazione che all’opposizione “si lavano poco.” Argomento politico interessante questo, c’è da dirlo. Quanta moderazione.

 

Roberto Saviano a Firenze presenta “Vieni via con me”

Il pomeriggio di mercoledì 16 marzo ero a casa quando, in una pausa dallo studio, mi sono ricordato che quella sera Roberto Saviano sarebbe stato a Firenze per presentare il suo ultimo libro “Vieni via con me”.  Incuriosito, non ci ho pensato due volte: ho preso la macchina e mi sono avviato. La presentazione era organizzata alla libreria Feltrinelli di Via de’Cerretani, alle ore 21. Appena arrivato, accanto a Piazza Duomo intorno alle 20, ho subito notato una fila infinita di persone in coda e il piacevole suono di “Redemption Song” di Bob Marley in sottofondo. Mi sono avvicinato e, parlando con un gruppo di ragazzi, questi mi hanno raccontato che qualcuno era lì dalle 18 e che la fila alle loro spalle era di 500 persone, anche se a dire il vero a occhio nudo ne contavo almeno il doppio.

Ho notato subito due particolari. Il primo era il fatto che c’erano davvero tantissimi giovani, più di quanti potessi immaginare, i quali componevano indubbiamente la parte più sostanziosa delle persone presenti, il secondo che tanti spettatori non erano accompagnati, si erano recati in libreria da soli. Vi sembrerà una banalità, ma nella mia testa questo significava qualcosa. Ho pensato che tante di quelle persone erano lì perché vedevano in Saviano non soltanto un giovane e coraggioso scrittore ma anche un modello, per alcuni addirittura una speranza. Appena è arrivato, come al solito circondato una mezza dozzina di guardie del corpo, la folla lo ha accolto con un grande, lunghissimo applauso. Quando ho visto intorno a me illuminarsi e brillare gli occhi di tante persone che lo osservavano quasi impietrite, ho capito che le mie sensazioni non erano sbagliate. Non ero tra le 300 persone che lo attendevano nella libreria, dato che costoro erano lì da almeno 3 ore, ma mi sono dovuto accontentare di un posto, in mezzo alla strada, davanti al maxischermo appositamente predisposto dal Comune, insieme a circa altre 3000 persone. Saviano  ha raccontato come tornare in libreria a presentare il suo libro sia stata la prima condizione posta all’editore per pubblicare “Vieni via con me”.  Questo perché, “la libreria è un luogo di approfondimento e riflessione che terrorizza il potere”. La camorra non ha paura di me e delle mie parole, ma di chi mi legge, perchè con i lettori la parola diventa azione” Saviano, poi, ha speso due parole sulla differenza tra delegittimare e criticare. Parlando della critica ha sottolineato come questa sia l’elemento fondante della democrazia e del confronto, mentre soffermandosi sulla delegittimazione ha affermato che questa non significa altro che dire: ”siamo tutti uguali, tutti la stessa schifezza”. Del resto, la libreria è il luogo dove le parole, le storie, i racconti si diffondono e vengono conosciuti, per poi trasmettersi tra i lettori. Mai sono state pronunciate parole più vere di quelle dell’autore, quando ha detto:  “La camorra non ha paura di me, ha paura di chi mi legge, questo fa paura ai potenti”. Saviano ha ricordato di essere stato qui a Firenze 5 anni fa, nel  maggio 2006, per presentare Gomorra e, senza nascondere una risata, ha raccontato che quella volta c’erano soltanto 3 persone ad ascoltarlo… Mercoledì ce n’erano 3000. Le parole di Saviano sono state particolarmente forti e apprezzate quando, proprio a proposito di delegittimazione, ha ricordato alcune persone distrutte, secondo l’autore, da quella che egli stesso ha definito la “macchina del fango” come le figure di Pippo Fava, padre Puglisi, don Peppe Piana, Giancarlo Siani e Giovanni Falcone.

Ma ciò che più di ogni altra cosa ha colpito la mia attenzione è stata la frase con la quale si è congedato, per poi andare a firmare le copie del suo libro all’inverosimile numero di fan che erano lì con la loro copia personale in mano. Infatti, prima di perdersi tra le note di “Vieni via con me” di Paolo Conte, Saviano ha chiuso il suo intervento citando una frase di un autore americano, “se lo puoi sognare, lo puoi realizzare…”, omettendo volontariamente chi fosse l’autore, quasi invitando il pubblico a scoprirlo non appena ritornati a casa. Ogni spettatore, come me del resto, ascoltando quella frase avrà immaginato qualcosa di diverso, qualcosa di strettamente personale. Sono altrettanto certo, però,  che tutti quelli che appena tornati a casa hanno scoperto che quella frase è stata detta da Walt Disney, avranno accennato un sorriso e, soprattutto, avranno apprezzato immensamente quella volontaria omissione.

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Vieni via con me: le ragioni del successo.

In questi giorni si è fatto un gran parlare della trasmissione di Fazio e Saviano, Vieni via con me, che va in onda in prima serata di lunedì, su Raitre. Se ne è fatto un gran parlare soprattutto per l’enorme successo registrato, per le polemiche (ovvie quando si parla di temi delicati) che ha scatenato, per le presenze illustri e tanto altro.

Di sicuro ha contribuito l’enorme pubblicità fatta prima dell’inizio del programma, con l’interminabile diatriba tra i direttori di rete, gli autori e il deus ex machina (ahimè?) della Rai, Masi. Masi, parliamo subito di lui. Un direttore generale che “rema contro” (per usare un eufemismo) a trasmissioni che fanno ascolti incredibili, su cui scommette poco (per non dire che mette i bastoni tra le ruote), con motivazioni spesso risibili come la mancanza di libertà di opinione in trasmissioni come Annozero, o addirittura il risparmio finanziario-economico (proprio su questo verteva la prima grossa contestazione) riguardo a “Vieni via con me”. Ora, possiamo dire che Masi non è un buon direttore generale, e questa rimarrebbe un’opinione ovviamente personale, ma non bisogna essere dei geni di marketing o di economia per  capire che un programma previsto e organizzato come Vieni via con me possa portare ascolti (e quindi introiti sulle vendite pubblicitarie) immensi. Basta il solo fatto della presenza di ospiti del calibro di Benigni, di Saviano a condurla, per immaginarselo. E se anche uno proprio non lo riuscisse a capire prima (e vabbè, gli sbagli ci stanno), la prova sul campo dovrebbe dimostrare senza ombra di dubbio che questa è una trasmissione vincente (così come Annozero). Ed è vincente ragionando su un semplice discorso economico: grandi ascolti = grandi vendite pubblicitarie = grandi introiti. Vieni via con me ha addirittura aumentato i suoi ascolti nella seconda puntata, quando ormai il fattore “se n’è fatto un gran parlare” è ormai scemato, segno che il programma piace, e piace molto. Il Grande Fratello, in concorrenza sulla rete ammiraglia mediaset, ne è uscito annichilito. Che io ricordi, neanche Sanremo (che penso sia la trasmissione più populista e italianotta della Rai) era riuscito in tale impresa. Vieni via con me è un successo di pubblico, è un successo commerciale, Masi ha sbagliato ancora la sua visione. Qualche dubbio sulla sua “bravura” come direttore generale a me viene, non so a voi.

Passiamo ora ad un’analisi più “tecnica”. Vieni via con me è una trasmissione vecchio stile, delicata, un Varietà con i suoi ospiti, i cantanti, la musica e tutto il resto. Non è niente di nuovo, e a dirla tutta ha anche un ritmo abbastanza blando. Non è innovativa, diciamolo chiaramente (lo è nella realtà televisiva attuale però). Ma le ragioni del suo successo sono da ricercare altrove. E’ una trasmissione che accende il cervello, che fa riflettere, che ti fa pensare. Non la guardi passivamente, non ne sei bombardato, ne diventi partecipe. Emozionato dalle storie raccontate da un sempre preciso Roberto Saviano, storie che non siamo abituati ad ascoltare in televisione. Emozionato dagli ospiti che vengono a leggere i loro “elenchi” in punta di piedi, non c’è caciara, non c’è esagerazione. Emozionato dagli argomenti trattati, che spaziano dalla lotta alle mafie all’eutanasia. Il tutto con lo stile sobrio che porta la firma di Fabio Fazio, che ci ha abituati ad una politically correctness in molti casi eccessiva, ma che si sposa alla perfezione con una trasmissione di questo calibro.

Vedere Cristiano De André quasi trasfigurarsi in suo padre mentre ci canta Don Raffaè, e subito dopo ascoltare Saviano che ci racconta dei rituali della ‘Ndrangheta, mostrandocene addirittura uno, porta lo spettatore in un costante vortice di emozioni a cui non è sicuramente abituato. E non definiamolo un programma “scomodo”. L’era berlusconiana si avvia alla fine, è bene che ce ne rendiamo conto, non si fa polemica per il gusto di farla, di andare contro. Si fanno delle riflessioni, e si spinge la gente a riflettere. Questo è l’enorme spauracchio di una trasmissione come Vieni via con me. Spinge la gente a riflettere.

Gente che è stata abituata in quest’era di berlusconiana decadenza televisiva ad essere bombardata dai terribili gialli italiani(Avetrana è solo l’ultimo) con occhio morboso, per poi ipnotizzarci e abbindolarci con le tette e i culi a tutte le ore del giorno, inebriati da un nulla imperante che viene propinato al pubblico goccia a goccia, moderne vittime consenzienti di un “Programma Ludovico” di Kubrickiana memoria, con i TG che ci raccontano di gelatai per cani e i reality che ci mostrano la gente al cesso.

In questo panorama desolante, e in questo momento storico preciso, vedere apparire una trasmissione come Vieni via con me non è semplice sintomo di lotta di ideali. E’ una piccola scintilla che si sta riaccendendo, è un’epoca drammatica del panorama italiano che sta andando giustamente a morire, a sparire. Sta cambiando tutto, lentamente, ed è bene rendersene conto. Tra qualche mese guarderemo l’evento Vieni via con me con un altro occhio, ne capiremo davvero il significato. Capiremo che non è stata la trasmissione a cambiare lo stato delle cose, capiremo che è stata la gente a farlo, guardandola, perché ha semplicemente deciso di spostare l’interruttore del cervello sul tasto on. E non c’è rivoluzione più bella che quella intellettuale.

Un ultimo appunto all’intervento politico dei leader di PD e FLI, Bersani e Fini. I due hanno elencato i valori della Destra e della Sinistra, in due interventi sobri, delicati, sereni. E’ stato bello per una volta vedere uno scontro politico per come dovrebbe essere. Senza urla, senza insulti, senza discussioni accese. Hanno parlato, hanno riportato, anche se per pochi istanti, la politica ad una dimensione più concreta, reale, passionale. È stato bello vederlo, lo devo ammettere, con buona pace dei disastrosi scontri verbali visti nei vari talk show d’approfondimento a cui eravamo stati abituati finora. Anche questo un piccolo segno di un cambiamento che sta avvenendo, seppur lentamente.

Tra qualche anno ripenseremo a quest’epoca così sconsiderata dal punto di vista culturale, e rimpiangeremo di essere stati così tanto tempo dimenticandoci quanto sia bello poter sognare, poter riflettere, poter usare il cervello.

Io la speranza ce l’ho ancora, e voi?

Energia pulita, traffici sporchi

Un tempo si parlava di mafie con lo sguardo rivolto al sud Italia: Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Il problema sembrava riguardare un circoscritto del Paese, e la cronaca nazionale si disinteressava del tema pensando che fosse una “questione locale”, che i cittadini non residenti in quelle specifiche regioni ritenevano troppo lontana per potersene interessare…

In seguito il successo di Gomorra e le sue 13 milioni di copie vendute in tutto il mondo, hanno fatto capire che il le mafie hanno un potere che va ben oltre i limitati confini regionali del Meridione italiano, che sconfina sino all’oltreoceano. “In tv Angelina Jolie calpestava la passerella della notte degli Oscar indossando un completo di raso bianco, bellissimo – si legge nel famoso libro di Roberto Saviano. – Uno di quelli su misura, di quelli che gli stilisti italiani, contendendosele, offrono alle star. Quel vestito l’aveva cucito Pasquale in una fabbrica in nero ad Arzano”.

La Camorra è arrivata sino ad Hollywood, e non ci sarebbe nulla di cui sorprendersi nel leggere il reportage di Fabrizio Gatti apparso su “L’Espresso” del 30 aprile. “Vento di Mafia” è il titolo dell’inchiesta, e gli affari illeciti legati al business dell’eolico sono il drammatico tema dell’articolo.

Ci siamo giocati anche la Sardegna – scrive il giornalista nelle prime due righe del pezzo. – [...] Montagne di calcare e granito rosso, di pascoli e sughereti sono state sventrate per innalzare eliche e torri. […] Si possono vedere all’opera a Cagliari amministratori di società che a Napoli si occupano di noleggio di pedalò: in fondo si tratta sempre di fonti alternative. Oppure capita di inciampare nelle aziende del capitalismo nazionale. E scoprire che l’ex socio che ha aperto la via del vento ai fratelli Gianmarco e Massimo Moratti è stato condannato il 9 marzo a Palermo per corruzione. Con l’aggravante di aver favorito proprio Cosa Nostra. Si chiama Luigi Franzinelli, 66 anni: ha disseminato l’Italia di pale e piloni”.

L’inchiesta de “L’Espresso” prosegue percorrendo l’isola lungo il cammino del Maestrale. Da Buddusò a Olbia, da Cagliari a Sassari, sino a giungere all’ultima inchiesta della Procura di Roma su affari e politica, dove sono partiti gli accertamenti per Ignazio Farris, il direttore generale dell’Agenzia regionale sarda per la protezione dell’ambiente, nominato lo scorso 6 agosto dalla nuova giunta del Governatore Ugo Cappellacci. Le indagini per corruzione riguarderebbero il parco eolico nella zona industriale di Cagliari, “e c’è il lavoro dell’ex assessore ai servizi sociali della Provincia di Cagliari, Pinello Cossu (Udc) – si legge nell’inchiesta. […] e coinvolge pure l’ex assessore socialista del Comune di Napoli, arcangelo Martino […]”.

Un’inchiesta lunga e dettagliata dove la lungimirante prospettiva di investire in gigantesche eliche e pali che producono energia pulita si trasformano nella rischiosa possibilità di agevolare sporchissimi traffici di mafia e corruzione.

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Il ritorno del Popolo Viola

Li avevamo lasciati il 5 dicembre nel famoso giorno del No B-Day, dedicando un ampio speciale a tutto l’evento anche qui su Camminando Scalzi. Ma il Popolo Viola, come promesso in questi mesi, non si è fermato. Oltre alle tante iniziative che già stanno seguendo i ragazzi in viola (basti pensare al sit in di protesta per la Costituzione, davanti al Parlamento, o la patente viola ai politici virtuosi), ieri a Roma si è tenuta una nuova manifestazione, totalmente autofinanziata. Un grande successo anche questa volta.

Come al solito però nessuno ne ha parlato come si deve, come se quelle migliaia di persone non esistessero. Ma poco importa in fondo: la partecipazione in massa della gente ci dimostra che, nonostante l’informazione faccia di tutto per far passare sotto banco certe notizie -e modificarne altre- questo nuovo movimento nato dal basso sta diventando sempre più solido e presente.

Ieri in piazza del Popolo si è manifestato a favore della legalità, a difesa della Costituzione e contro le leggi ad personam tanto care al Presidente (ne riparleremo sicuramente nei prossimi giorni, ma basti pensare al caso Mills). Due sono, a nostro parere, gli elementi importanti di questo secondo grande appuntamento del Popolo Viola: l’assenza di finanziamenti “esterni” e l’adesione di larghissima parte dell’opposizione.

Il primo fattore, quello dell’autofinanziamento, rappresenta il vero e proprio fulcro dell’essere del Popolo Viola. Un movimento che ha sempre urlato a gran voce la propria lontananza da qualsiasi vecchio partito, quasi a prendere le -dovute- distanze da un’opposizione che si ritrova a rappresentare una parte sempre più piccola del paese. Una macchina organizzativa nata  su Facebook, che ormai conta sedi in tutta Italia, e che ha dimostrato di funzionare in maniera perfetta – vista anche l’enorme quantità di gente accorsa a Roma da tutto il Paese – senza alcun intervento economico da parte dei partiti.

Questa volta, inoltre, i partiti di opposizione sono scesi coesi in campo accanto alle sciarpe Viola, compreso il Partito Democratico (che, ricorderete, aveva fatto nascere una bella bagarre sulla sua adesione al No B-Day). Chiare le parole del Senatore Marino: “È importante essere qui come Partito Democratico che, rispetto alla precedente edizione della manifestazione, ha dato adesione piena” (via | Repubblica.it). Almeno questa volta hanno evitato figure ridicole, diciamolo. Non sono mancati naturalmente gli esponenti dell’Italia dei Valori, dei Verdi, ma anche Pannella e la candidata alla presidenza del Lazio Bonino. Certo, a fare i maligni viene da pensare che in vista delle elezioni fa anche bene farsi vedere con un movimento che sta risultando così positivo e propositivo, ma l’importante è che questa volta la presenza della presunta opposizione sia stata comunque massiccia, segno che questo Popolo Viola comincia a prendere sempre più dei contorni definiti.

Non sono mancati gli interventi di grandi personalità del mondo della cultura, della stampa, del mondo del lavoro. Interventi di Roberto Saviano, Giorgio Bocca, Marco Travaglio e tante altre persone serie che donano credibilità a tutto il movimento.

Cosa farà adesso il Popolo Viola? Sicuramente apprezzabile la decisione di non candidarsi alle regionali, perché sì, qualche preoccupazione che sarebbe diventato un nuovo partito-accozzaglia c’era tutta. Non so se e quanto durerà, ma mi auguro che la strategia scelta dai fondatori e dagli organizzatori possa rimanere questa, prendendo le distanze e rimanendo ben lontani dalla massa gelatinosa (è proprio il caso di dirlo di questi tempi) dei partiti politici italiani. La gente, quella di sinistra, quella di opposizione vera, riesce a difficoltà a trovare una controparte politica, un punto di riferimento che possa rappresentare un’opposizione vera. Il Popolo Viola sta andando pian piano a colmare questo vuoto, sta riportando la gente in piazza, sta unendo le persone sotto un’unica idea, quella di difesa della legalità, della democrazia, della Costituzione.

E di questi tempi, scusate se è poco.

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Compagno Fini

1943_Ossessione

Ossessione.

La parola che mi rimbalza più spesso in testa in questi giorni è proprio questa, “ossessione”. L’ossessione del nostro premier riguardo le leggi ad personam. La ricerca continua e costante di una scappatoia che possa metterlo al riparo dalle sue beghe giudiziarie. Bocciato il lodo Alfano, si passa alla riforma dei processi. Quello che ci viene venduto come “processo dalla durata certa”, altro non è che un modo per ridurre ulteriormente i tempi di prescrizione, un’ennesima scappatoia messa in piedi dal pool di legali vicini al Presidente del Consiglio che gli permetta di “governare legittimamente”. Che poi questo “governare legittimamente” significhi non affrontare i processi per cui si è imputati (in una maniera o nell’altra), poco importa.

L’ossessione della sinistrainesistente, sempre pronta a fare la sua sterile e inutile polemica contro le leggi ad personam del Premier. Sembra di rivedere lo stesso percorso visto altre decine di volte negli ultimi anni. Da un lato l’eterna nemesi che cerca di sistemarsi le leggi a suo piacimento, dall’altro un’opposizione che ha come unici argomenti proprio questa sua eterna nemesi. Nel concreto però non fa mai niente. Si limita a dire “è una proposta di legge sbagliata” oppure “è un’ingiustizia”, ma siamo sempre lì, fermi allo stesso punto. Opposizione che è simbionte, che sembra non poter sopravvivere senza il suo ospite. Verme solitario che si ciba degli scarti digestivi delle proposte del centro-destra. E nel mezzo ci siamo noi gente comune.

L’ossessione della ricerca per il popolo di sinistra di una rappresentanza che non esiste. Masochisti noi, ormai all’eterna ricerca di qualcuno che possa rappresentarci, che possa urlare i “no” che urliamo ogni giorno nelle nostre case, nei nostri blog, nei nostri piccoli circoli di provincia, nei forum, nei gruppi di discussione e nei gruppi di amici. Masochisti perché ci aggrappiamo alla flebile speranza che qualcosa cambi, una flebile speranza che ancora non si vuol spegnere, nonostante l’atmosfera di totale desolazione che ci circonda.

legge3

E ancora una volta ci troviamo di fronte ad una situazione grottesca, che dovrebbe far rabbrividire anche il meno assennato dei cittadini. Il grosso pupazzone travestito da “giustizia certa”, buttata giù la maschera, svela la sua terribile identità di impunità, di privilegio. Impunità per tanti reati, che finirebbero semplicemente nel dimenticatoio (poi qualcuno, esperto giurista, un giorno riuscirà a spiegarmi che senso ha il concetto di prescrizione… Lo spero), con un colpo di forbici. E poco importa se dentro questo calderone finiranno anche tante disonestà, tanti obbrobri e reati che andrebbero giustamente perseguiti. Cosa fare lo si è detto più volte, ci vogliono più risorse per i magistrati, per le forze dell’ordine, ci vuole più denaro per la macchina giudiziaria. Questo assicurerebbe un miglior funzionamento della Giustizia. Non certo garantire l’impunità qua e là, pur di gratificare e di placare l’Ossessione.

Incredibile dictu, le parole più sovversive, più di sinistra, più d’opposizione, arrivano dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Non è difficile distinguere un uomo politico serio, un politico vero, in mezzo a tutti i Giovanardi, Brunetta, Calderoli, fino ad arrivare agli enfant prodige Gelmini e Carfagna. L’unico che si sta in qualche maniera “opponendo”, che sta facendo delle giuste riflessioni, sembra essere proprio l’ex-AN Fini, dall’alto della sua lunga esperienza politica.

fini 3Oggi (ieri ndr) ha dichiarato “La maggioranza non può fare le regole a proprio piacimento. Una riscrittura delle regole deve essere quanto più possibile condivisa perché non deve accadere che ogni maggioranza modifichi a proprio piacimento quelle che sono le regole del vivere civile. Riscrivere le regole deve necessariamente comportare l’impegno per una riscrittura che sia quanto più possibile condivisa perché le regole riguardano tutti, perché le istituzioni della Repubblica sono le istituzioni di ogni italiano [...] sarebbe certamente un momento difficile per il nostro Paese quello in cui dovesse affermarsi il principio che in una democrazia dell’alternanza ogni maggioranza modifica a proprio piacimento quelle che sono le regole del vivere civile, le regole che devono impegnare tutti gli italiani”  (via | Repubblica.it)

E così mi ritrovo nel 2009 a tessere le lodi di Gianfranco Fini, esponente di una frangia politica da cui ho sempre preso il più possibile le distanze e che rappresenta l’esatto opposto dei miei ideali. Eppure…
Eppure questo Governo dei saltimbanchi è riuscito anche in questa incredibile impresa: far cose talmente fuori di testa che ci si ritrova ad allearsi anche con i “vecchi nemici”, almeno dal punto di vista idealistico, riguardo un argomento così importante e così fondante come la legalità. Gente, questa è una cosa che riguarda la vita di tutti noi, si sta mettendo in dubbio l’unica cosa che ci rende tutti davvero uguali, la Legge. E’ l’unica cosa che davvero non conosce razza, età, religione, sesso, stato sociale. La Legge è uguale per tutti (recitano le grosse targhe nei tribunali), anche se sempre più spesso siamo portati a pensare il contrario. E adesso si sta facendo di tutto per far sì che davanti alla Legge qualcuno sia più uguale di qualcun’altro. Non permettiamoglielo.

monopoliAnzi, facciamo una cosa, andiamo a prendere le nostre scatole di Monopoli, cerchiamo in mezzo alla candela e il fiasco, agli alberghi e i contratti, e prendiamo il mitico cartoncino arancione degli Imprevisti che titola “Uscite gratis di prigione”. Imbustiamolo, e mandiamolo tutti a Palazzo Chigi. Può darsi che in questa maniera l’Ossessione finisca un po’. Non si sa mai.

Battute a parte, vi segnalo la raccolta firme promossa da un appello di Roberto Saviano che sta facendo Repubblica in questi giorni. Le firme sono (al momento) già più di 150mila, non possiamo far altro che invitare tutti voi a sottoscrivere la petizione, le istruzioni le trovate cliccando sul link:

Presidente, ritiri quella norma del privilegio

Certo, magari nel concreto non servirà a molto. Forse non risolverà le cose. Ma noi continuiamo a provarci. Ricordate: il silenzio è molto peggio.