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Un anno insieme: buon compleanno Camminando Scalzi!

“Qualche anno fa, con un gruppo di amici decidemmo di mettere su una blog-zine, spinti dalla semplice passione di scrivere…”

Con queste parole si apriva il primissimo articolo di Camminando Scalzi, una presentazione, una dichiarazione di intenti di un esperimento più volte rimandato, che era diventato finalmente realtà. Nessuno di noi ancora sapeva che saremmo riusciti a fare quello che abbiamo fatto, la redazione era composta da pochissime persone, e si cominciò con una recensione, quella dell’album dei Muse. Eravamo ai tempi ospitati dalla wordpress.com, avevamo tantissime idee, tanto entusiasmo, e la voglia di fare informazione tutta nostra, un’informazione che fosse libera, che venisse dal basso, che fosse disponibile per tutti.

Mentre la redazione cominciava ad allargarsi, si decise di dare a tutti la possibilità di dire la propria, e si cominciarono ad affrontare i temi di attualità più importanti, dalla politica al lavoro, dall’ambiente alla cultura, qualsiasi cosa noi (e voi) ritenessimo interessante trovava posto sulla nostra blogzine libera. Le difficoltà non erano poche, ma i collaboratori erano tutti molto entusiasti e validi, e cominciamo dapprima a migliorare la grafica, poi ad aggiungere un sacco di feature, e alla fine passammo ad un dominio tutto nostro (quello attuale) e sbarcammo anche sui social network.

Di quei mesi ricordiamo con piacere le interviste importantissime che vi abbiamo proposto (Neil Blevins di Pixar, la Repubblica degli stagisti), il tema del lavoro, con un occhio di riguardo alla crisi e ai precari della scuola. Si parlava anche di musica, con gli interessanti approfondimenti di Listening, le recensioni cinematografiche e tanto altro. La redazione cresceva, tante persone cominciavano a seguirci, e tante altre a voler collaborare con noi. Anche l’area tecnica dei nostri collaboratori migliorava sempre di più l’interfaccia del blog, e le possibilità di interazione da parte dei nostri lettori.

L’attualità e la politica sono stati altri due fiori all’occhiello di Camminando Scalzi, e abbiamo seguito per voi e con voi il primo No B-Day del Popolo Viola, con la cronaca in diretta e la trasmissione in streaming. E siamo stati sempre in prima fila per la lotta della libertà di informare, basti ricordare che abbiamo dedicato un articolo al Fatto Quotidiano poco dopo la sua nascita, e vi abbiamo trasmesso Raiperunanotte, evento unico della stagione passata.

Non bisogna dimenticare anche i temi legati alla tecnologia e l’Informatica, con gli ormai mitici “Sistemista Disperato”, e i tantissimi articoli scritti riguardanti la scienza e la tecnologia, sbocciati oggi in una rubrica scientifica che vi offre la possibilità di scoprire tantissime cose interessanti che forse ignoravate. E l’ambiente, l’economia, il cinema con le sue recensioni, la musica che è diventata via via sempre più ricca (con il Jazz, la musica classica dei Classics). Per non parlare dello sport, con la puntualissima rubrica dedicata al calcio, che vi ha raccontato la scorsa stagione di Serie A, e tutti i mondiali, e contemporaneamente abbiamo seguito la Formula 1, con i suoi scandali e le sue gare. E le  vignette che hanno fatto per noi i migliori vignettisti del web (le trovate tutte qua, e sulla nostra fanpage di Facebook).

Insomma, un elenco sterminato di argomenti, di articoli, di idee e di informazioni che ci hanno e vi hanno tenuto compagnia per trecentosessanticinque giorni. E’ davvero difficile elencarli tutti, ma la blogzine è qua, consultabile quando volete. Fa un certo effetto guardarsi indietro e vedere tutti i passi che abbiamo fatto. Oggi siamo orgogliosi delle quasi 125.000 visite, dei più di 1.100 fan su Facebook, dei 2018 commenti ai post del blog, e delle tantissime condivisioni su Twitter. Insomma, Camminando Scalzi è entrata nei cuori di molte persone, è seguita, e noi della redazione vogliamo ringraziare soprattutto voi lettori, senza i quali questa fantastica esperienza non sarebbe potuta continuare nel tempo con questa forza e questa brillantezza. Immaginate la nostra passione come il motore che guida questa grande macchina, un motore che ha bisogno di un carburante speciale, e questo carburante siete voi, con la vostra partecipazione a tutti i livelli (articoli, commenti, facebook e tutto il resto), la vostra interazione, il vostro confrontarvi con noi. Grazie a voi, di cuore.

E infine, come è giusto che sia, dopo questo primo anno e dopo aver tratto dei bilanci e avervi raccontato un po’ la nostra storia, vorrei ringraziare personalmente tutti i collaboratori che hanno lavorato per Camminando Scalzi in questi mesi, uno a uno. Penso sia il minimo.

Quindi GRAZIE A:

Carlo Valente, che si è occupato dei contatti con l’esterno e del reclutamento dei nuovi collaboratori. Andrea Rizzo, che ci ha dato una mano infinita con la pubblicità e per far conoscere il blog. Francesco Stefanacci, al secolo Obi-Fran Kenobi, che ci da una mano enorme con la revisione degli articoli. E poi tutti i nostri redattori e collaboratori che hanno scritto per noi in questo anno (in rigoroso ordine sparso), dal primo giorno a oggi (in grassetto i redattori fissi attuali e passati):  Alessandro Laraspata, Arianna Galati (Ari), Camilla Rotunno, Carlo Ruberto, Ciro Trocciola, Franco Cappuccio (MobyJones), Daniel Monetti, Dino Moio, Martino Nannoni (Do Urden), Enrico Renna, Erika Farris, Eugenio Romano, Eva Danese, Fabiana Mordenti, Fabio Siniscalco, Jacopo Giove, Francesco Fumarola, Giada Demurtas, Giuseppe Pirò, Giuseppe Pontoriere, Mattia Mangiavacchi (Greenwich), Jack D’Amico, Iacopo Iorio (Krop), Mauro Fava (linuxedintorni.org), Luca Manes, Luigi Sambataro, Marco Moccia, Marco Vercesi, Ina Macina (Marina), Mauro Rubin, Alessandra Ambra (millecose), Novalgina2fast, Paolo Ratto, Pier Mario Demurtas, Pietro Ilardi, Riccardo Sarta (richpoly), Roberto Pirani, Rosalinda Gianguzzi, Samanta Di Persio, Sergio Baffoni, Francesco Mazzocchi (Steppenwolf), VEERU, Vincenzo Pascuzzi.

Un grazie speciale ai nostri collaboratori dell’area tecnica, senza di loro tutta l’infrastruttura di Camminando Scalzi non esisterebbe: Luca “Jacen” Iorio per la programmazione e Andrés Roberto Miraglia (rgb) per la grafica.

Infine, l’ultimo grazie, il GRAZIE più grande, lo voglio dedicare a voi lettori:

Cercate sempre l’Informazione Libera, cercate di farla, di condividerla, di leggerla. In questi tempi in cui è sempre più difficile dire la propria opinione, noi siamo con voi. E ci auguriamo che questa lista di ringraziamenti diventi ancora più lunga l’anno prossimo.

Liberi, come ci si sente CAMMINANDO SCALZI….

Generazione a pochi euro

Sei volti giovani e combattivi… Sei curricula riempiti da lauree, master, tirocini ed esperienze all’estero.
Sei profili freschi ed energici. Un marasma di progetti in stand by, dove uno stipendio da Servizio civile non concede troppo spazio alle prospettive. Pagano l’affitto con le 433,80 euro che al primo di ogni mese arrivano puntali sul conto corrente, e da tempo hanno smesso di credere lo studio fosse la giusta strada verso il futuro che sognavano di realizzare. Pagano le spese con pomeriggi di baby sitting, volantinaggio e lavoretti occasionali, come un inventario per una grossa catena di abbigliamento spagnola…

Alle 3 del pomeriggio ci ammassiamo insieme ad un accaldato gruppo di persone davanti ad una colorata vetrina del centro di Firenze. Un cartellino attaccato alla maglietta: un nome, un cognome, una data di nascita ambientata negli anni ’80 e una foto tessera malriuscita, avanzata dalla precedente “esperienza lavorativa”. In tasca la copia di un contratto da 72,26 euro lordi che arriveranno chissà quando.
Il gruppo si allunga in un’ordinata fila indiana verso una stretta stanza del magazzino all’interno dell’edificio. Un responsabile prende la parola per spiegare quale sarà l’attività del team per le prossime sette ore: “Poggiate zaini e borse in un angolo e statemi a sentire. Verrete divisi in gruppi e assegnati ad un capo zona che vi spiegherà il lavoro. Non chiacchierate altrimenti non riuscite a concentrarvi e non si conclude in orario”.

Il mio gruppo viene assegnato ad un’altra stanza del magazzino, verso un altro piano del negozio. La temperatura esterna di 30 gradi appare quasi piacevole rispetto all’afa del luogo, tra finestre chiuse, scaffali colmi d’abiti ed un solo conteso ventilatore al centro dell’angusto spazio. Un piccolo lettore di codice a barre portatile ed un indefinito numero di cartellini da registrare, per un lavoro la cui inconsueta semplicità si alterna all’alienante monotonia. Bip, bip, bip.

Prima di cominciare l’inventario un ragazzo chiede di andare in bagno, “ma ora non puoi proprio andare – risponde la capo zona”. Il calore umano di quell’abbondante dozzina di persone ammassate tra i cunicoli degli scaffali rende l’aria sempre più irrespirabile, mentre rivoli di sudore si rincorrono senza sosta attraversando la pelle già umida.
“Posso andare a prendere l’acqua dal mio zaino al piano di sotto? – chiede una ragazza con sguardo stanco. “Adesso non va bene” – risponde la capo zona, mentre le lamentele generali la convincono del contrario… Si andrà in bagno a gruppi accompagnati da un responsabile e le bottigliette d’acqua le ritirerà un’unica eletta, delegata da tutte le altre.
Bip, bip, bip. Il primo turno da quattro ore si conclude concedendoci una pausa per mangiare e attendere che il negozio chiuda.

Ci ritroviamo alle 20.45 davanti alla solita vetrina nel centro di Firenze. L’inventario prosegue tra gli indumenti sistemati all’interno del negozio. L’aria condizionata e gli ampi spazi fanno apparire il secondo turno addirittura gradevole. Bip bip bip. La mezzanotte è appena passata, accogliendo l’inizio del primo luglio e la fine di questa insolita giornata di lavoro…

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Pomigliano: gli operai votano per il male minore

Dopo tante polemiche, accuse, ripicche, offese, nello stabilimento della Fiat di Pomigliano D’Arco, finalmente si è svolto il referendum riguardante le condizioni dell’accordo di lavoro tra i vertici Fiat e le organizzazioni sindacali.

L’affluenza degli operai alle urne è stata molto alta. Circa il 95% degli operai ha esercitato il proprio diritto di voto. I sì hanno vinto con il 62,2%, mentre i no sono arrivati al 36,7%. Si pensava che ci sarebbe stato un plebiscito per i sì, ma così non è stato. Le condizioni dell’accordo sono state accettate da Fim-Cisl, Uilm, Fismic, Ugl. La Fiom, invece, si è opposta.

Vediamo nel dettaglio i punti dell’accordo:

Per quanto riguarda l’attività lavorativa, questa si svolgerà 24 ore al giorno, 6 giorni su 7. Ovviamente, sarà suddivisa in turni che saranno 18 alla settimana (3 al giorno da lunedì a sabato).

L’orario individuale resterà di 40 ore settimanali, come da contratto nazionale.

Gli straordinari arriveranno fino a 120 ore annue, cioè 80 più delle 40 contrattuali.

Le pause giornaliere saranno 3 da 10 minuti e non più 2 da 20.

La mensa sarà spostata a fine turno e non durante i turni.

Verranno effettuati maggiori controlli sull’assenteismo attraverso commissioni paritetiche di garanzia e verranno diminuiti permessi e deleghe.

La cassa integrazione verrà riconosciuta per due anni fino all’avvio della produzione Panda. Analizzando il voto per ogni reparto, si registra una forte presenza di no all’interno della catena di montaggio, reparto che comprende lastratura, verniciatura ed il montaggio Alfa. Nell’attività semiautomatica non a catena di montaggio c’è stata la prevalenza del sì, così come ha vinto il sì nel reparto dei “colletti bianchi”, in cui lavorano 422 operai addetti al controllo funzionalità e qualità. Nel Polo logistico, in cui lavorano 300 persone, c’è stata una forte prevalenza del no.

In pratica, gli operai hanno accettato condizioni di lavoro a loro sostanzialmente più svantaggiose di quelle attuali. La condizione del lavoro al sud è sotto gli occhi di tutti e ciò ha spinto gli operai a votare sì. La consultazione elettorale si è svolta in un clima abbastanza tranquillo, anche se non sono mancate discussioni abbastanza animate tra gli operai all’esterno dello stabilimento.

Tuttavia, questa situazione spinge a fare alcune riflessioni. Con queste nuove condizioni di lavoro, si registra un passo indietro sulla situazione dei lavoratori all’interno delle fabbriche. Probabilmente, negli ultimi anni, la mancanza di grandi dirigenti, nonché di autorevoli sindacalisti, hanno portato gli operai ad una situazione che li fa tornare indietro di tanti anni e, molti di loro, pur di arrivare alla fine del mese e portare avanti le loro famiglie, sono stati “costretti” ad accettare condizioni lavorative che in altri contesti difficilmente avrebbero accettato. Lo stabilimento di Pomigliano è soltanto il primo di una lunga serie. Anche in altre località, si registrano problemi simili, a partire da quelli di Melfi e Termini Imerese.

Parità formale vs parità sostanziale

La Comunità Europea ha imposto all’Italia l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne che lavorano nel pubblico impiego, in nome di quel rinomato principio di parità tra generi che rifiuta qualunque forma di discriminazione legata al sesso. Il 10 giugno il Consiglio dei ministri si è quindi riunito per innalzare da 60 a 65 anni l’età di pensionamento delle signore che possiedono un posto statale, con una modifica che dovrebbe entrare in vigore dal 1 gennaio del 2012.

Il problema è che l’Italia non ha la più pallida idea di cosa significhi il concetto di “parità tra generi”, e che il principio teoricamente giustissimo di equiparare i tempi di pensionamento dei due sessi, nel concreto non farà altro che svantaggiare il già sfavorito genere femminile.

“La prima ragione – spiega l’articolo di Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 10 giugno – è che le statali che speravano di andare in pensione nel 2011 si trovano a subire prima lo slittamento delle finestre pensionistiche deciso nella Finanziaria (chi doveva lasciare il lavoro a luglio 2011 lo farà non prima di gennaio 2012), e poi un aumento della soglia per aver diritto alla pensione di vecchiaia, cioè quella calcolata sull’età anagrafica e non sulla base dei contributi versati agli enti previdenziali durante la vita attiva”.

La seconda ragione è invece ben spiegata sul sito ingenere.it, citato sullo stesso articolo de Il Fatto Quotidiano. “Le donne – spiegano le economiste Alessandra Casarico e Paola Profeta – godono di importi pensionistici medi più bassi, con una speranza di vita più elevata di quella maschile. I dati recentemente pubblicati dall’Osservatorio sulle Pensioni (Inps 2009) indicano che i redditi mensili medi relativi alle pensioni di vecchiaia sono significativamente più bassi per le donne (circa 630 euro) rispetto a quelli degli uomini (1219 euro)”, e ciò è dato dal fatto che le donne sono sfavorite a prescindere dal parametro utilizzato per calcolare l’importo mensile della pensione. Se si adotta quello “retributivo” la cifra verrà infatti scelta in base all’ammontare dell’ultimo stipendio percepito, che troppo spesso è inferiore a quello di un uomo che occupa la stessa posizione lavorativa. E lo stesso ragionamento vale nel caso si scelga di adottare il parametro “contributivo”, che tiene conto della retribuzione media percepita durante l’intero percorso professionale.

A ciò si somma che nella realtà le donne vanno in pensione, mediamente, solo un anno prima dei colleghi uomini, perché, come spiega efficacemente l’economista Michele Reitano sullo stesso sito ingenere.it, gli uomini “godendo solitamente di anzianità contributive ben maggiori, raggiungono i requisiti per il pensionamento di anzianità ben prima dei 65 anni, laddove la minor anzianità contributiva media delle donne costringe molte di loro a ritirarsi unicamente raggiunti i limiti per la vecchiaia”, e le medie statistiche evidenziano infatti che le donne lasciano il lavoro intorno ai 59 anni, contro i 60 dei loro colleghi maschili.

Si potrebbero poi aggiungere gli innumerevoli episodi di discriminazione che troppo spesso appaiono sulla stampa nazionale, soprattutto nei confronti delle donne in stato di gravidanza.
Assunte con maggiori difficoltà, pagate meno e ancora costrette a scegliere tra figli e carriera, difficilmente l’equiparazione dell’età pensionabile riuscirà a sanare quella “sostanziale” diversità di genere che tuttora caratterizza la società italiana.

Ritornano le vignette dell’elfo Segolas su Camminando Scalzi…

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Dell’Utri: “Faccio il senatore soltanto per difendermi”

Sono di domenica 18 aprile le dichiarazioni di Marcello Dell’Utri: “Faccio il senatore solo per difendermi”.
Quindi, fatemi capire: Dell’Utri percepisce 13.000 euro di stipendio dallo Stato solo per potersi difendere in tribunale dalle accuse per concorso esterno in associazione mafiosa?
Detta altrimenti: noi stiamo pagando uno stipendio che non percepisce un operaio in un anno per salvare la pelle al migliore amico del nostro Presidente del Consiglio?
È di qualche giorno fa la notizia di un operaio residente nel comune di Bologna che si è tolto la vita, dopo essersi visto togliere la cassa integrazione di 800 euro mensili.
Lui , come tanti altri che in questi mesi hanno scelto di farla finita piuttosto che subire l’umiliazione di non poter più provvedere alle proprie famiglie, ha pagato fino all’ultimo le tasse necessarie agli stipendi per personaggi come Dell’Utri.
In Italia le finanziarie tagliano soldi all’istruzione, alla sanità, alla cultura, alla ricerca, alle pensioni . I comuni non sanno come mandare avanti servizi basilari e dove trovare i fondi per il materiale didattico delle scuole.
Siamo uno dei pochi Paesi europei in cui i libri della scuola si pagano dal primo all’ultimo degli anni d’istruzione obbligatoria, mentre nei Paesi anglosassoni e scandinavi l’istruzione è totalmente gratuita e di livelli eccelsi. Da noi si giustifica la precarietà dell’istruzione pubblica con la mancanza di risorse.
Da noi, si lasciano senza pranzo i figli di famiglie disagiate… Nelle scuole pubbliche.
Da noi, gli altri genitori giustificano scelte come queste con frasi del tipo: “ Se non hanno i soldi per pagare la mensa, che li tengano a casa, i figli” (Ah, i valori cristiani della solidarietà…!).
Da noi, si accetta però che gli stipendi di parlamentari e senatori siano tra i più alti d’Europa, mentre gli stipendi della gente comune sono tra i più bassi.
Da noi si accetta che i propri soldi versati in tasse, che dovrebbero servire per i NOSTRI servizi, servano invece a permettere a persone come Dell’Utri di difendersi in tribunale.
Chi di voi potrebbe fare lo stesso senza essere amico del Presidente del Consiglio?
Ma soprattutto, perché ancora lo accettiamo?

L’articolo sul Riformista.

I rischi del mestiere…

Il 3 aprile un operaio edile di 34 anni muore intossicato da ammoniaca nella centrale Enel di Torre Valdaliga Nord, a Civitavecchia. Il 2 aprile muore un operaio edile di 46 anni in provincia di Salerno. Il 7 aprile due operai edili del Milanese precipitano dalla soletta di una palazzina e uno di loro perde la vita, all’età di 55 anni… E si potrebbe andare avanti all’infinito.
Sono notizie che solitamente non riscuotono troppo successo, ma che purtroppo descrivono un problema attualissimo, che ogni anno coinvolge un enorme numero di persone.

Il Rapporto annuale sull’andamento infortunistico del 2009 curato dall’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) attesta che già nel primo semestre dello scorso anno gli infortuni erano 397.980, a cui si sommavano 490 casi di incidenti mortali. Una cifra che negli ultimi 40 anni è calata di oltre due terzi, ma che nonostante ciò si mantiene su un valore di circa 2,6 casi di morti sul lavoro denunciate, ogni giorno, solo in Italia. Ma oltre i casi di decesso, che ovviamente riscuotono il maggior impatto emotivo e mediatico, il lavoro causa annualmente un enorme numero di malattie professionali che raramente vengono prese in considerazione, anche perché risulta estremamente difficile dimostrarne le cause.

Santo Della Volpe

Il giornalista RAI Santo Della Volpe, da anni interessato alla tematica, ha brillantemente esposto la questione durante un incontro-dibattito che si è tenuto lo scorso 26 marzo alla Casa della Creatività di Firenze. “A Maglie, un paesino del Salento – ha affermato il giornalista – esiste un ex-sansificio che è stato convertito ad inceneritore di rifiuti, dove a causa della diossina prodotta dalla combustione i casi di tumore sono circa 400 volte in più rispetto alle zone limitrofe, ma nonostante ciò lo stabile è ancora aperto”.
“Il tumore al naso è una delle malattie professionali più diffuse tra i falegnami – ha proseguito Della Volpe – e viene generato dall’inalazione della segatura del legno. Lo stesso vale per l’angioneurosi tra gli operai che lavorano per anni col martello pneumatico”.

Santo Della Volpe ha continuato spiegando quanto spesso questioni politiche ed interessi economici riescano a nascondere il problema… “Basti pensare che già dagli anni 70′ si trovavano delle ricerche che dimostravano gli effetti cancerogeni dell’amianto, e che nonostante ciò si è continuato ad utilizzarlo sino agli anni ’90. E il boom delle morti da amianto – ha concluso – scoppierà tra il 2012 e il 2020, giacché questa malattia ha un periodo di incubazione di circa 20-30 anni”…

L’attualità, le statistiche e le inchieste giornalistiche descrivono dunque un panorama sconcertante, dove persino il bisogno di un lavoro si trasforma troppo spesso in una condanna…

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Ricerca ed ipocrisia nel sistema Italia

Ha destato clamore ed un acceso dibattito la lettera di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, pubblicata giorni fa su “La Repubblica”. I Tg ci bombardano quotidianamente con notizie di scontri e intrighi politici, processi e leggi ad personam riguardanti Berlusconi, conflitti tra le istituzioni, manifestazioni di piazza, arresti per corruzione… ma la lettera di Celli apre uno squarcio tra la mediocrità di tutti i giorni, capta repentinamente la nostra attenzione, colpisce i nostri umori penetrando nelle nostre speranze. Che sembrano affossarsi definitivamente.

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.”

(lettera integrale | via Repubblica)

Non vorrei in questa sede affrontare eventuali speculazioni di pensiero sull’autore e sui motivi che lo hanno spinto a scrivere, ma aprire un dibattito sul tema da lui lanciato.

Quale futuro spetta ai giovani laureati?

Le previsioni non sono per nulla rosee: l’Italia è un paese che paga dazio per l’enorme debito pubblico ereditato dalle generazioni precedenti, per gli sperperi e la corruzione che hanno contraddistinto tutte le politiche economiche di questo paese. Siamo un paese anziano, la spesa pensionistica incide profondamente sul bilancio della previdenza sociale. Risulta evidente che i margini per investire sullo sviluppo siano piuttosto esigui, impegniamo risorse per la ricerca meno di tutti in Europa, lo 0,9% del Pil. Il tetto minimo fissato nel vecchio continente è del 3%.  Oltre alla scarsa sensibilità istituzionale nel reperire fondi c’è da sommare il grado di affiliazione come criterio selettivo per lavorare nelle università (ma non solo). Allo stato attuale, alla luce di tutto, possiamo dedurre tre possibilità d’inserimento nel lavoro per i neo-laureati attinenti al titolo di studio:

-       Nessuna possibilità

-       Precarietà maggiore rispetto ai “notabili”

-       Fuga all’estero

Dopo tanti anni di studi e sacrifici, la terza ipotesi è concretamente allettante. Il presidente della Repubblica Napolitano ha invitato i giovani a non andare via dall’Italia.

“Non andatevene, l’Italia può crescere”

(link | via Repubblica)

Perché il posto lo offre Lei? Perché i baroni dell’università senza giovani si ritroverebbero disoccupati? Caro Presidente, ma Le pare il modo di umiliare la Ricerca con l’elemosina mediatica, con programmi come Telethon? Ci ritroviamo al solito modo di fare le cose all’italiana: ricordando che le chiacchiere stanno a zero, finché non si aumenteranno risorse e non si provvederà a scardinare il clientelismo in nome di un principio virtuoso di meritocrazia, gli inviti a restare sono proposte di una vita di umiliazioni e di stenti e tanti ancora emigreranno, tantomeno pochi arriveranno dall’estero.

I giovani potrebbero concretamente far ripartire l’Italia mettendosi a lavorare in proprio, le risorse umane non mancano, il mondo ci invidia, ma poi finireste per prendervi voi i meriti, politici di una casta come tante altre in Italia. Allora tenetevi questo (bel) Paese.

Che cos’è la Scuola?

Gentili lettori, intanto volevo ringraziare la redazione di questa blogzine che, offrendomi la possibilità di dar voce al problema “scuola”, mi permette di aprire uno spiraglio sulla cappa di disinformazione che la opprime; ringrazio chiunque avrà la bontà di soffermarsi a leggere i miei brevi spaccati di vita, interviste, denunce, le quali, benché spesso autobiografiche, vi riguardano molto più di quanto crediate.

Già guardando le categorie di questa blogzine, trovo difficile trovare un collocazione per l’argomento Scuola. Ma che cos’è la Scuola?

una-scena-del-film-ultimi-della-classe

La scuola è scienza, società, cultura, attualità; ma è anche un problema generale. Quello su cui vorrei soffermarmi oggi è che la scuola sta diventando sempre più spettacolo!

Uno spettacolo particolare che ha due tipi di spettatori: il pubblico di nicchia -amante dei palcoscenici- e quello di massa.

In quello d’elite gli attori siamo noi, i precari della scuola, che dai nostri “palcoscenici improvvisati” (tetti, provveditorati, strade, piazze) raccontiamo ogni giorno la realtà della scuola.

Parliamo della scuola vera, quella che noi conosciamo, perché la facciamo e la viviamo; quella che anche voi conoscete, perché frequentata dai vostri figli, o da voi stessi fino a qualche anno fa.

Questa è una scuola fatiscente, senza carta igienica e saponi, in cui ci sono poche risorse e, tra queste, gli insegnanti e la loro voglia di fare.

E’ una scuola che necessita di essere cambiata, ma non mutilata o stravolta. Una scuola in cui l’insegnante lavora di mattina e spesso anche di pomeriggio (per riunioni e progetti), e quasi sempre a casa, per preparare le lezioni e correggere i compiti. Ben diverso da come raccontano: mezza giornata e nove mesi l’anno. In verità sono dieci di lavoro effettivo, uno di ferie e, a differenza di moltissimi lavori soprattutto statali, c’è riconosciuta una mensilità in meno! L’insegnante è un impiegato di quarto livello (già da qualche anno, infatti, il titiolo d’accesso minimo per accedere ai concorsi è la Laurea), pagato come un usciere e considerato da molti genitori come un servo o un baby sitter.

Dall’altra parte c’è la scuola raccontata, quella televenduta, in super promozione: quella in cui non investi una lira, tagli i soldi, tagli il personale, tagli ore e ottieni quel prodotto in offerta speciale (L’Italia è al penultimo posto dopo Grecia e Portogallo per quota di Pil destinata alla scuola). Quella che io definisco fiction o “sola“.

E’ una scuola nella quale l’unico problema esistente sembrano essere gli insegnanti: fannulloni, fancazzisti, ignoranti, all’occorrenza pornostar, o aguzzini che tagliano lingue e orecchie, “comunisti” sessantottini, figli dei fiori, assenteisti, sindacalizzati, bugiardi, allarmisti, politicizzati, ipermobili, e chi più ne ha più ne metta. A sentir parlare loro, tolti gli insegnanti la scuola diventa perfetta. Perfetta lo sarebbe davvero, se il loro obiettivo fosse quello di lasciare quattro pastori per allevare i ragazzi come capre. Certo, perché questo sembrerebbe il piano del nostro governo: creare generazioni di capre, con il minor numero possibile di gente pensante, di gente colta, di gente critica.

Quando sento parlare, ad esempio, della suggestione del ritorno al passato, evocata dalla maestra unica in classi di quaranta alunni, da classi senza extracomunitari e con un numero ridotto di insegnanti di sostegno, mi si materializza un’immagine: un grande imbuto, o meglio un setaccio. Mi viene in mente la canzone “Uno su mille ce la fa”. Mi viene in mente la scuola selettiva raccontata da Don Milani, nel suo celebre libro “Lettera ad una professoressa”.

Molti si chiederanno “che c’è di male, anche io ho avuto un’insegnante e sono cresciuto benissimo”. Ma cosa si intende per “benissimo”, che ti hanno incollato quattro nozioni, che però ricordi ancora? O sarà forse più importante avere gli strumenti per adattarti ai velocissimi cambiamenti culturali che la società ci propone? O ancora, per “benissimo” si intende che saresti capace di dire a memoria gli affluenti di destra e di sinistra del Po? Ma non sarebbe forse più utile avere gli strumenti per farti un’idea critica di fatti e persone riuscendo a mettere a frutto le tue potenzialità?

Se la Scuola di quarant’anni fa avesse funzionato così bene come descrivono, la generazione passata sarebbe una generazione di gente colta, una generazione che non demanda ad un “messia politico” la gestione del nostro paese.

Una generazione che non vede nella televisione un “oracolo”.

Per carità, è una generazione alla quale va tutto il mio rispetto, è la generazione protagonista del boom economico, della restaurazione del dopoguerra, che con duro lavoro ci ha consegnato una bell’Italia, oggi ridotta all’ombra di quello che i nostri genitori hanno faticosamente costruito.

Ma se i nostri genitori sono stati artefici e motori di un cambiamento, di una società diversa, è credibile pensare che basti rimettere le lancette indietro per operare un nuovo sviluppo?

Maria Montessori

La scuola deve partire dalla società attuale, dai ragazzi che abbiamo oggi, dalle conoscenze che abbiamo adesso, e dal modello di scuola e didattica costruito faticosamente dalla Montessori, da Bruner, Dewey, fino a Pontecorvo, Visalberghi, Cannevaro.

Chi sono costoro?

Sono studiosi dell’educazione, sono pedagogisti, gente che costruito con anni di studi ed esperimenti un modello pedagogico credibile, che reggesse con le sue criticità, sicuramente migliorabile, ma comunque a misura di questa società complessa. Magari sembrerà strano pensare a degli “studiosi” di scuola.

Sembra che tutti abbiano l’autorità per parlare di scuola, tutti ne sanno, tutti ne capiscono, tutti scrivono libri senza preoccuparsi di entrarci mai, e a tutti si da ascolto.

A tutti tranne a chi la scuola l’ha studiata partendo dai ragazzi, entrando nelle scuole, elaborando teorie che ancora si studiano nelle Università e con le quali gli insegnanti sono formati; non basate su numeri e dati riportati  sui “libri bianchi” o interpretazioni libere e a volte faziose delle indagini  OCSE.

Sì, perché questo governo ha riciclato un vecchio modello di scuola, senza cambiare la formazione, senza uno straccio di supporto teorico credibile che non fosse la nostalgia e il luogo comune. E’ strano, infatti, formare gli insegnanti alla “pluralità docente” per fare i maestri unici: è un modello obsoleto ed inadeguato.

Faccio l’esempio di chi, diplomato cinquant’anni fa, magari con un corso di 150 ore, deve insegnare inglese ai nostri bimbi, che grazie a tv e videogiochi lo masticano meglio di loro.

Per non parlare dell’Informatica, quando spesso quegli stessi insegnanti hanno difficoltà ad accendere un pc. A questo servivano tre insegnanti, a specializzarsi, a dare insegnamenti efficaci e non superficiali.

All’Università ci parlano di integrazione e multiculturalità, quando nei fatti si taglia sul sostegno o si parla classi speciali o tetto massimo per gli extracomunitari. Insomma, c’è un gap enorme tra quello che ti insegnano e come nella pratica puoi farlo. E non credete per favore alle barzellette dell’Ocse e dell’Europa, è il gioco delle tre carte, questo vince e questo perde, una mistificazione, in cui viene fatta un’insalata mista tra scuola pubblica e privata, personale scolastico e personale sanitario, e soprattutto diversi gradi di scuola.

Un altro elemento della fiction, e dello spot: per chi ama avere un’idea preconfezionata e non tenta di sforzarsi di voler vedere una scuola che sia veramente riformata e non sfregiata. “Ma i soldi non ci sono? Sarebbe uno spreco!” Il futuro non è uno spreco, è un investimento! Gli sprechi, per me, sono quelli in cui si potrebbe spendere 1 ed in realtà si spende 1200! O, ancora, quando un servizio ha un costo di 1000 e qualcuno non lo paga proprio, gravando sullo Stato!

Tutti questi -e molti altri-sono abusi e sprechi, ad esempio gli inutili privilegi, le attribuzioni senza concorsi e senza meriti dimostrati di cariche pubbliche.

asinoPer intenderci “Il bue che dice all’asino cornuto!”. E’ divertente sentire parlare Brunetta di “consulenze milionarie”, quando lui per primo ne ha beneficiato a piene mani. O quando parla di “lotta ai condoni, nella pubblica amministrazione, da oggi si entra per concorso e merito”, quando lui per primo all’università ha lavorato senza essere vincitore di concorso, e dunque “condonato”.

In contemporanea vogliono mandare a casa insegnanti abilitati e reclutati con concorsi, per far posto alla “chiamata diretta”. Per non parlare poi di assenteismo e fannulloni, raccontati da chi ha un brutto primato di assenze nel parlamento europeo. Potrei infierire con i privilegi per gli acquisti immobiliari, o l’uso del sito del ministero per fatti privati, ma preferisco passare alla “paladina del merito”!

Mariastella Gelmini, dalla carriera scolastica non brillante, che ha sostenuto a Reggio Calabria gli esami di abilitazione “perché più facili e doveva lavorare” (poverina), sfiduciata per inoperosità dal consiglio comunale di Desenzano, di cui faceva parte, grazie a questo curricolone, a 35 anni è Ministro dell’istruzione, così come furono Tullio de Mauro,  Giovanni Gentile e Benedetto Croce.

Ricordo a tutti che, per avere questi signori al governo (sorvolo sul Ministro Carfagna o sul figlio tre volte bocciato alla maturità di Bossi, portaborse a 12000 euro al mese), paghiamo tra i più alti stipendi d’Europa e per un numero di politici quanto quelli utilizzati per governare tutta l’America!

Diventa lecito chiedersi: ma non c’era di meglio?

Sono davvero gli insegnanti comunque abilitati e dunque vincitori di concorso, laureati, con anni di servizio, in continuo aggiornamento, spesso con  master, e lo stipendio netto di 1200 euro lo spreco d’Italia?

A voi le conclusioni..

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Precaria della scuola, precaria della vita.

Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Continua la nostra inchiesta sul mondo del lavoro: oggi abbiamo il piacere di presentarvi Rosalinda Gianguzzi che, con la sua esperienza da precaria dell’insegnamento scolastico, ci racconta il suo vissuto e ci fa capire cosa significa insegnare da “precari” in Italia. Un fenomeno quanto mai di attualità, visto dagli occhi di chi è dentro quel mondo ingarbugliato che è l’Istruzione italiana. Buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

Ciao,

sono Rosalinda Gianguzzi, precaria della scuola e, come spesso accade, un po’ precaria della vita.

MaestraOggi, per noi precari, sentir parlare di “elogio al posto fisso” sembra quasi una beffa, soprattutto considerando che, contemporaneamente alle interviste raccatta-consensi, bagarre, scorrettezze procedurali e continui richiami a mostrare maggiore interesse alle discussioni in aula, il parlamento nei fatti sancisce il precariato a vita per i pochi superstiti dai tagli.

Ho deciso proprio per questo di lasciarvi memoria, in stile “romanzo storico” (la storia cioè raccontata dai suoi protagonisti anche più semplici), di cosa sia questa specie in estinzione dei precari della scuola.

La parola precariato è spesso associata ad un’immagine preconcetta che rappresenta giovani “Peter pan”, bamboccioni che guadagnano quattro lire -forse con un certo compiacimento- perché questo dà loro la possibilità di poter spendere quello che guadagnano e continuare ad essere mantenuti dalla famiglia. In parte è vero, soprattutto parlando di retribuzioni, ma la situazione differisce radicalmente quando in un calderone sono inseriti i precari di call center privati con i precari della pubblica amministrazione/precari della scuola. Il precariato della scuola è del tutto diverso da qualunque altro precariato, e lo dimostra l’età degli “aspiranti insegnanti” o “supplenti” inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Questi sono i termini che sono utilizzati per definirci, ma per la verità di “aspirante” abbiamo ben poco dato che molti di noi insegnano da decine d’anni e c’è persino chi va in pensione da precario, spesso senza “supplire” nessuno. In realtà sono su posti vacanti, posti che esistono al solo fine di risparmiare sugli scatti di anzianità degli insegnanti o, alla peggio, per poter tagliare cattedre, innalzando il numero legale di alunni per classe.  Un altro aspetto che ci permette di differirci dagli altri precari è il non essere legati a logiche clientelari, vale a dire che a Natale non abbiamo grosse ceste piene di prelibatezze da regalare per ringraziare qualcuno. Tutto quello che abbiamo e che siamo, lo abbiamo costruito negli anni attraverso lo studio permanente, i concorsi e il servizio.

In una sola parola: IL MERITO.

Allora mi si potrebbe chiedere come sono diventata precaria della scuola (io e buona parte degli altri 299999 colleghi)?

La mia avventura comincia da diciottenne appena diplomata, con la voglia di essere la nuova Maria Montessori e la presunzione che le magistrali mi avessero dato tutti gli strumenti per entrare nella testa e nel cuore di ogni alunno, per dar loro le chiavi per costruire il proprio giudizio critico e la propria coscienza intellettuale.

La mia formazione scolastica e universitaria attacca il nozionismo e, come risposta ad una società complessa e in rapida trasformazione, vuole offrire ai discenti chiavi di lettura che permettano loro di essere costruttori e attori della propria formazione. Per la verità ci sono voluti una laurea, due master e diciotto anni d’insegnamento, per capire ogni giorno che non esiste “una ricetta buona e perfetta” per ogni alunno.

Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione

Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione

Ognuno è un universo a sé, vuole essere preso con il proprio verso, con i propri tempi, con strumenti educativi differenti. La prima “palestra” sono state le scuole private, veri e propri “centri d’addestramento”, in cui la voglia di fare fa i conti con “il cliente che ha sempre ragione”. Posti in cui la libertà di insegnamento diventa libertà di fare ciò che dicono i direttori, non dare rogne con i genitori e non dispiacere troppo l’alunno. Dopo anni di mobbing, soprusi vari, contratti “aggiustati”, la mia avventura prosegue nella scuola pubblica. Tutto inizia con l’attesa del telefono che squilla: significa essere vestita e pronta per uscire la mattina alle otto, senza sapere se e dove sarai impegnata. Che felicità quando al cellulare sento la musichetta “We are the champions”, associata ai numeri delle scuole. Per non parlare di quando arrivano gli assegni, festeggiati con un “acquisto gratificante”. Nel frattempo gli anni passano, “la chiamata” diventa la regola e arriva finalmente l’incarico: da settembre a giugno o da settembre ad agosto, non sostituisco nessuno, sono in realtà la titolare di una cattedra vacante. Non importa se in un’isola, in un carcere, in un paese di montagna o nella scuola sotto casa. E’ la mia cattedra per un anno. E sono dodici punti che, come gradini, mi permettono di scalare la difficile montagna della stabilizzazione. A questo punto penso di poter affrontare persino un progetto di vita insieme all’uomo che amo e di concedermi un “matrimonio gratificante”. Il sindacalista di turno mi rassicura: “una volta preso l’incarico, sei dentro”.

Così divento precaria sostanzialmente nella sede e nel dover vivere i piccoli grandi disagi dell’“ultima arrivata”. Una precaria, infatti, è quella che deve accontentarsi quando si formula l’orario, quella a cui, in termini di rendimento, è richiesto sempre di più. Anche le mie figlie diventano “precarie”. Sono abituate ad essere lasciate alla nonna, alla zia, alla vicina o a chiunque disponibile, spesso ancora con il pigiama, avvolte in una coperta e quando capita anche febbricitanti perché “oggi non posso mancare”. La mamma non ha tempo per consolarle quando piangono per andare all’asilo, come non ha tempo per rimanere alle loro feste di Natale a scuola. Quando posso, prendo un’ora di permesso, per sorridergli o per rassicurarle quando recitano la loro poesia. Sono ormai abituate a fare i loro compitini e le loro cose da sole, magari in un banco di un’aula vuota, in silenzio, mentre la mamma compila i registri e programma insieme ai colleghi.

Ma fino a due anni fa, una certezza: punto dopo punto, anno dopo anno, avrei avuto l’agognato ruolo. Poi c’è stato l’avvicendarsi -come in una contraddanza- di vari ministri che, con le loro “novità”, ci facevano fare chi tre passi indietro, rimescolando fasce e graduatorie, chi due passi avanti, con una buona tornata d’immissioni in ruolo. Ma la mia certezza rimaneva: loro si avvicendavano, ma noi eravamo sempre lì, con la nostra borsa sempre più logora, piena di fotocopie e penne, per noi e per l’alunno distratto di fiducia.

Io non ho mai chiesto altro: una classe tutta mia, perché insegnare è tutto ciò che so e voglio fare.

Poi arriva il terremoto Berlusconi/Tremonti/Gelmini/Brunetta: raccontano che siamo fannulloni, che “pochi pagati bene” sono meglio di “molti che vivono dignitosamente”, senza dire cosa deve fare chi resta fuori da questo setaccio. Assicurano che vogliono “riformare” la scuola, modernizzarla: tagliano cattedre, chiudono scuole, tolgono insegnanti di sostegno, eliminano i tre insegnanti specialisti su due classi della scuola primaria per averne una tuttologa, eliminano le compresenze che permettono di far fare gite, eliminano informatica, eliminano il  supplire i colleghi che mancano -dato che le scuole non sempre possono pagare i supplenti- senza dividere le classi, riducono le ore di italiano alle superiori e accorpano classi e materie. E poi ancora la  coda/pettine, e gli incarichi fuori e salvaprecari (che altro non è che un escamotage per aggirare le sentenze dei tribunali, che ci danno ragione sul nostro diritto ad essere stabilizzati).

Insomma un vero tsunami per la scuola pubblica.

E cosa ne sarà dei precari? E di me?

Il desiderio è quello di contrastare in ogni modo: scioperi, manifestazioni, comizi, sit in, forum, azioni di protesta, ma soprattutto puntare su di un’informazione vera.

Il tutto finalizzato a prendere tempo e restare in gioco perché -come è successo finora- la politica cambia.

Loro sono i veri precari. Noi vogliamo solo continuare a lavorare.

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