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Quintetto Denner – Intervista

Forse non tutti lo sanno, ma il jazz amato nel mondo non è solo quello “made in USA”. In Italia abbiamo molti artisti e al di là dei pochi volti noti esiste un esercito di musicisti di elevato spessore artistico “di nicchia”. Ho avuto il piacere di poter porgere qualche domanda al maestro Giancarlo Buratti, portavoce del “Quintetto Denner”. Giancarlo, insieme ad Alessandro Bardella e Giorgio Rondi, arrivano con il loro trio di clarinetti di estrazione prettamente classica a incontrare Guerrino Allifranchini, “guru” italiano del jazz con il suo clarinetto e il suo sassofono di fama internazionale. L’innesto di Allifranchini allarga gli orizzonti della formazione che trova la sua stabilità con l’inserimento di Filippo Rodolfi, pianista jazz e compositore che può vantare concerti e collaborazioni in tutta Europa fino al Giappone. Negli ultimi anni il quintetto è stato chiamato in molti Paesi per rappresentare l’Italia in vari festival jazz (European Jazz Festival in Turchia nel 2001 – dove tra l’altro è stato inciso il cd “Quintetto Denner-Live in Turkey” – e Toronto Jazz festival nel 2008 per fare due nomi). Il prossimo 25 Novembre i nostri eroi terranno un concerto in Gran Canaria per bissare il successo ottenuto lo scorso febbbraio dove nell’auditorium Tirajanas millequattrocento persone chiusero il concerto con una standing ovation per i Denner. Ma diamo voce a uno di questi artisti: Giancarlo Buratti.

Vuoi parlarci un po’ di chi siete e cosa fate? Di primo acchito ti risponderei che siamo cinque amici, cinque buoni amici che si divertono un mondo. Si potrebbe dire che “in principio fu il trio”, perchè tutto è iniziato dal Trio Denner che, appena terminata l’esperienza del conservatorio, contribuii a formare con Giorgio e Alessandro. Poi, continuando in stile parabola, venne Guerrino e nulla fu più come prima! Scherzi a parte l’incontro con Guerrino ha davvero segnato la svolta, anche perché di lì a pochi mesi il quartetto divenne quintetto integrando stabilmente Filippo Rodolfi che fino ad allora si era occupato degli arrangiamenti.

State per volare alle Canarie. Vuoi parlarci di questa nuova avventura e quale sarà il programma del vostro concerto? È la seconda volta che abbiamo l’occasione di suonare all’Auditorium Tirajanas in Gran Canaria. Quando a febbraio ci contattarono per fare il primo concerto devo ammettere che accolsi la proposta con qualche riserva. Cioè, le Canarie sono senz’altro un paradiso in terra, clima fantastico, natura incontaminata e servizi di alto livello, ma nella mia mente erano troppo legate ai villaggi vacanze per poterle considerare un posto che presta attenzione alla musica e ai concerti, insomma alla cultura che non sia svago fine a sé stesso. Nulla di più sbagliato! Un pregiudizio dato dalla mia scarsa conoscenza del posto. Il concerto che facemmo a febbraio era inserito nel “27 FESTIVAL DE MÚSICA DE CANARIAS” prestigiosissimo festival che ha visto la partecipazione delle più grosse personalità della musica mondiale. Musicisti del calibro di Abbado, Muti, Barenboim, Sir Colin Davis, Plácido Domingo, José Carreras, Rostropovich, Pogorelich, Ashkenazy, YoYo Ma!
In quell’occasione presentammo il nostro ultimo progetto “Italy in Jazz”, questa volta invece proporremo un repertorio che guarda alle radici del jazz, presentando però anche brani in prima esecuzione.

Negli anni avete rappresentato con grandissimo carisma la nostra Italia che fa jazz. Quali sono state le vostre migliori esperienze e quali sono stati i migliori complimenti che avete ricevuto?  Difficilissimo rispondere. Ogni esperienza ci ha portato qualcosa di insostituibile, sotto il profilo umano e musicale. Personalmente porterò sempre nel cuore i tramonti di Sydney, il rimbombo delle cascate del Niagara, i viaggi interminabili e anche quella voglia di casa che ti cresce dentro alla fine di ogni esperienza.
Per quanto riguarda i complimenti, ricorderò sempre un episodio avvenuto al Toronto Jazz Festival. Il giorno dopo il nostro concerto, sullo stesso palco si esibiva Arturo Sandoval, uno dei miei miti di sempre… I posti erano esauriti ma, visto che noi italiani riusciamo sempre a farci voler bene, otteniamo un pass per entrare. Il signore della sicurezza ci accompagna, facendoci passare davanti al palco. A un tratto il brusìo del pubblico in attesa del concerto aumenta, qualcuno ci riconosce, qualcuno urla “Denner”, altri “Italian musicians” e parte un applauso, che aumenta sempre più, fino a che le prime file si alzano in piedi e poi gli altri e così via. Per farla breve ringraziamo, salutiamo e ci defiliamo in buon ordine. Devo ammettere che quella sera, vuoi per la stanchezza, vuoi per il fuso, ma qualche lacrima mi è scappata. Non è proprio un complimento diretto, ma mi piace considerarlo così.

Da anni conosco il carissimo maestro Filippo Rodolfi, che mi ha raccontato che vi divertite come dei pazzi. E come potrebbe non essere così! Siamo un buon gruppo, ci vogliamo davvero bene. Ogni volta che ci penso, penso davvero che conoscere Guerrino e Filippo mi abbia cambiato la vita, e non mi riferisco solo alla vita artistica; sono davvero persone che mi hanno arricchito, intelligenti e sensibili, oltre a essere musicisti eccezionali. E questa avventura oltretutto ha avuto il potere di cementare ancora di più il rapporto tra i “giovani” (le virgolette fanno sempre male) del gruppo originale. Dire che ci divertiamo è minimizzare, anche se di tanto in tanto non mancano gli attriti. Vivere gomito a gomito in tournée e affrontare concerti impegnativi non è una passeggiata a volte.

Vuoi raccontarci qualche aneddoto o qualche episodio simpatico che vi è capitato? Io mi ricordo ad esempio una valigia scambiata per un ordigno fuori da una stanza di albergo… Ah sì, il problema è che non era un albergo, ma l’attico dell’ambasciata di Tirana dove ci ospitavano in occasione del Festival Klasic, e il casino scatenato fu davvero grande. Anch’io me la ricordo e temo di non potermene più dimenticare. Beh, di episodi ce ne sarebbero un miliardo, in questo momento più che episodi ricordo immagini buffe. Rivedo me e Giorgio fare i deficienti “affrontando” le onde perfette di Surfers Paradise: due mozzarelle dal fisico discutibile che urlano come bambini al suono della campanella, attorniati da surfisti professionisti con fisici scultorei e abbronzature da urlo. Ricordo la faccia terrorizzata di Sandro a ogni decollo o sobbalzo di un aereo e i nostri scherzi sadici a cui puntualmente risponde con insulti indicibili, senza però mollare la presa dai braccioli. La capacità comunicativa di Guerrino che sa farsi capire in ogni angolo del mondo, lo vedo ancora chiacchierare con un mercante di strumenti musicali in un suk turco. Quello parlava turco, Guerrino faceva versi strani, ma alla fine si capivano a meraviglia. E poi c’è Filippo e le sue sigarette, su cui si potrebbe scrivere un romanzo, o meglio un manuale: “come poter fumare in qualunque luogo e a qualunque ora!” (Simpatici gli episodi… Ma il fumo fa male!)

Torniamo alle cose serie. Come nascono gli arrangiamenti per un ensamble jazz così anomalo? Su misura, assolutamente. Il gruppo come hai detto è anomalo ed è davvero difficile poter trovare qualcosa nella letteratura Jazz. Per cui tutti gli arrangiamenti sono fatti su misura per noi da Filippo e, in qualche caso da Wally Allifranchini. Poi abbiamo la fortuna di poter eseguire alcuni brani che sono stati composti appositamente per noi da musicisti di prim’ordine che ci hanno voluto fare questo fantastico regalo: Filippo, Wally, Patriarca ecc…

Come trovi il panorama jazzistico italiano? Guarda, posso risponderti esattamente come nell’ultima chiacchierata che facemmo qualche anno fa. Credo sia più interessante di quanto non si pensi. Ci sono un sacco di artisti convincenti, un sacco di giovani musicisti davvero capaci. Personalmente ho degli allievi che davvero mi fanno sperare in un futuro di qualità. Penso però che la percezione che la società ha della cultura italiana, invece, sia molto bassa; penso si dia troppo poco spazio alla qualità e, soprattutto, se ne dia troppo alla banalità. Forse perché la banalità fa ascolto perché è semplice, lineare, a portata di mano, mentre la qualità e la cultura hanno bisogno di più impegno e attenzione. Non voglio fare quello che dispensa saggezza, ma credo che il male del nostro secolo sia la banalizzazione, la semplificazione tout court. In questo periodo aborro la nascita e la diffusione dei Talent Show. Il meta-spettacolo, lo spettacolo sul come nasce uno spettacolo. L’illusione di poter smontare le componenti e le alchimie che costituiscono la preparazione di un successo, di poterle catalogare, controllare ed esibire. Tutto ciò è un’illusione che non fa che banalizzare l’arte riducendola a preparazione e confezione. L’arte come processo industriale. Come dite? Ho rotto con il pistolotto? Ok la pianto! Seguiteci e vogliateci bene!

www.quintettodenner.it

Intervista ai Funk Off

Il nostro viaggio musicale ci porta a conoscere Dario Cecchini, leader e portavoce dei Funk Off. Un orgoglio per il nostro Paese, questa marching band che vanta prestigiose collaborazioni e concerti in ogni parte del mondo. Dario si è prestato alle nostre domande e lo ringrazio per la rapidità e per la trasparenza che si legge attraverso le sua parole. Non perdeteli nei prossimni concerti!

1.Vuoi raccontarci come nasce questa band e raccontarci qualche tappa saliente della vostra attività artistica?
Verso la metà degli anni 90 dirigevo a Firenze la Ballroom Big Band del CAM, la scuola di musica jazz fiorentina. Doveva essere una formazione di Big Band classica ma che non suonasse brani del repertorio jazzistico, ma che fondesse il jazz con gli altri rami della black music, soprattutto funk e soul, mirata al ballo e al ritmo. Fu così che cominciai a sperimentare un po’ di idee nell’arrangiamento e successivamente nella composizione che poi ho portato nei Funk Off. Negli stessi anni suonavo in formazioni di livello veramente ottimo, ma che a volte sentivo non si concedessero completamente alla musica come partecipazione e emozione. Durante una prova della Ballroom ebbi l’idea della Marchin’ Band che unisse alla musica il movimento, per enfatizzare la partecipazione emotiva e quindi riempire quel vuoto che sentivo. Ovvio che per fare una cosa del genere avevo bisogno di fare tante prove e per questo pensai a tutti ragazzi di Vicchio, il mio paese, con i quali già collaboravo e nei quali vedevo grosse potenzialità.
Dopo 13 anni le tappe sono state tante…. Le butto un po’ lì: la prima partecipazione ad Umbria Jazz nel 2003, i vari tour un po’ in tutta Europa, le partecipazioni al Melbourne Jazz festival, al Festival di Sanremo nel 2005, a Speciale per me di Renzo Arbore, a New York allo IAJE, al Concerto del 1° Maggio in Piazza San Giovanni a Roma, per finire con la partecipazione al BMW Festival a San Paolo del Brasile. Ma ogni tappa e ogni evento della nostra attività rappresentano per noi un momento importante.

2. Luglio 2011 è stata l’ennesima vostra consacrazione all’Umbria Jazz. Cosa vuol dire suonare nella capitale italiana del jazz?
Beh, questo era il nostro nono anno consecutivo a Perugia. E’ una soddisfazione sempre più grande sia perche partecipiamo al più importante Festival Jazz italiano, sia per il fatto che si è creata un’empatia unica con la città, con il Festival e con il pubblico.

3. Vuoi raccontarci qualche “aneddoto” particolare o qualche fatto curioso successo a Perugia?
Sono stati tanti in dieci anni, uno dei più incredibili è successo proprio quest’anno. Stavamo suonando in Corso Vannucci e, senza che ce ne fossimo accorti, c’era ad ascoltarci John Blackwell, uno dei batteristi/guru moderni, che era a Perugia con Prince. Beh, ha sfilato una bacchetta di tasca al nostro rullantista e si è messo a fillare sul rullante con lui. Ha finito il pezzo con noi! Ci ha fatto dei grandi complimenti, in particolare alla nostra sezione ritmica. Ma anche quando Phil Woods mi ha fermato per dirmi che gli piaceva un sacco la musica della band e che si era alzato da letto per venire a vederci… Oppure quando un musicista di New Orleans mi ha detto che nella sua città ci sono le radici del Jazz, ma noi, con la nostra musica e il nostro modo di proporla, ne siamo i rami.

4. Quali sono i vostri prossimi progetti?  Intanto registrare il nostro quinto cd. La musica è già pronta, l’abbiamo provata e qualche pezzo lo stiamo già suonando nei concerti. Poi ci piacerebbe fare un DVD in cui oltre ai concerti ci sia un po’ anche la nostra storia. Già è partito qualcosa anche per questo, poi si vedrà.

5. Vogliamo parlare della vostra discografia e di come fare per acquistare un vostro cd?
Abbiamo registrato 4 CD: “Uh Yeah!” del 2001, “Little Beat” del 2003, “Jazz On” del 2007, “Una banda così” del 2010. I primi 2 CD li vendiamo noi ai concerti in quanto non sono distribuiti, gli altri 2 (“Jazz On” per la Blue Note, “Una banda così” per la My Favorite) si trovano tranquillamente anche nei negozi.

6. Come vedi la musica nel nostro Paese? Cosa si potrebbe fare di più?
Dunque, c’è musica e musica. Se parliamo della musica leggera nel nostro paese mi sembra che vada. Ha un suo mercato, un suo pubblico, le sue star, si riesce ad esportarla e anche bene. Non parlo della qualità, parlo di quel mondo. Ma quando penso alla musica intesa come attività artistica… beh, il discorso cambia. Non ci sono strutture, non c’è nessuna forma di aiuto da parte del governo, i festival e i comuni si sono visti ridurre drasticamente sovvenzioni e aiuti non solo per la musica ma per ogni attività culturale. Stessa cosa è successa agli enti lirici e a importanti orchestre del panorama nazionale. E questo tipo di tagli si sono avuti più o meno in tutte le forme d’arte. La stessa struttura scolastica musicale, il Conservatorio, è stata riformata ma, a mio parere, in peggio e in maniera molto superficiale. I licei musicali, appena istituiti, non capisco a che cosa mirino.
Penso che bisognerebbe riformare la struttura scolastica musicale, per lo meno quella del jazz, fare dei programmi seri e pretendere che chi studia jazz sia veramente preparato. Il vecchio percorso musicale non era a mio parere sbagliato, ma dovremmo mettere nei conservatori corsi di Ear Training, batteria e piano complementare, tecniche di ascolto. Dovremmo cercare di far crescere i giovani nella musica come musicisti e non come esecutori. Dovremmo cercare di far capire loro che la musica è un’arte e che come un’arte va vissuta, capita, studiata e rispettata. Inoltre penso che i giovani dovrebbero avere un rapporto sano con la musica fin da piccoli, dovrebbero essere educati all’ascolto e avere la possibilità di praticare strumenti con corsi musicali propedeutici seri fino dalle elementari e alle medie.

Per tutte le altre informazioni e le date dei prossimi concerti vi invito a visitare il sito ufficiale

Cremona Mondomusica

Una città in Italia si distingue da secoli per la sua tradizione nel settore della liuteria. Se vi dico Stradivari, Amati e tanti altri artigiani della musica è logico che voliate con la mente a Cremona. Inutile parlare di questi grandi uomini, dei loro strumenti così speciali e dei loro valori inestimabili. Parliamo di oggi, e di Cremona Mondomusica, la fiera giunta alla sua ventiquattresima edizione e che possiamo vantare tra gli orgogli della nostra Italia. Dal 30 Settembre al 2 Ottobre, se siete appassionati, musicisti o semplici curiosi, dedicatevi una giornata per visitare il salone espositivo nel complesso di CremonaFiere. Ho il piacere di presentarvi il Presidente di CremonaFiere ente organizzatore di Mondomusica: Antonio Piva. Grazie per la cortesia Presidente, ecco l’intervista.
“CremonaMondoMusica”: quali sono gli scopi di questa esposizione e di cosa siete particolarmente orgogliosi?
Promuovere Mondomusica, il “Marchio Cremona”, l’eccellenza della liuteria e degli strumenti artiginali sui principali mercati mondiali: siamo stati negli Stati Uniti, in Giappone, in Cina, in Corea e in tutta l’Europa. Oggi a Mondomusica partecipano i migliori maestri liutai del mondo, le più qualificate aziende del settore e alcuni tra i più rinomati artisti a livello internazionale. Mondomusica è una manifestazione in continua evoluzione, dinamica e che estende i suoi orizzonti sempre mantenendo una qualità eccellente.

Quest’anno ci sarà un’area espositiva interamente dedicata ai pianoforti. Un sogno realizzato in mezzo a tanti strumenti ad arco nella città patria dei liutai a corde e archetto?
CremonaFiere con il Salone Cremona Pianoforte ha voluto rispondere a una precisa esigenza del settore, una nuova opportunità offerta agli operatori per trovare migliaia di contratti commerciali qualificati e potenziali clienti. Cremona Pianoforte, con un padiglione interamente dedicato, risponde alle elevate esigenze dei produttori offrendo spazi espositivi adeguati per valorizzare al massimo gli strumenti. È un progetto nuovo, ma ha incontrato fin da subito il sostegno e l’apprezzamento dei protagonisti del settore; la manifestazione può infatti contare sulla prestigiosa partnership con AIARP (Associazione Italiana Accordatori e Riparatori di Pianoforte), e la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che ha ufficialmente riconosciuto Mondomusica come luogo di formazione musicale. A un’esposizione di questo livello non poteva non essere affiancato un programma di eventi artistici, culturali e di aggiornamento professionale che coinvolgono sia gli operatori professionali, che il pubblico di appassionati. Sotto il nome de “Gli Eventi del Pianoforte” sono raccolti una serie di appuntamenti che comprendono la tavola rotonda di approfondimento storico sulla produzione dei pianoforti con Ettore Borri e Renato Meucci; la formazione del concertista, di cui se ne discuterà con Andrea Lucchesini, Franco Scala e Piero Rattalino; il rapporto tra il pianista e il tecnico accordatore, incontro organizzato da AIARP, e molti altri.

Antonio Piva

Tante iniziative parallele e concerti: continuiamo a parlarne.
Sono centinaia i musicisti che nel corso degli anni hanno calcato i diversi palchi di Mondomusica, da artisti di primo piano come il Quartetto d’Archi della Scala, ai giovani talenti future stars internazionali, penso a Mayu Kishima e Dai Miyata. Anche quest’anno Mondomusica avrà un ricco calendario di appuntamenti musicali: il Concerto in Movimento, ripreso in diretta da Rai Radio 3, un appuntamento consolidato negli anni, ma sempre in costante evoluzione, che presenterà Patrick Cohen Akénine, violinista e direttore d’orchestra insieme al quintetto dell’Orchestre des Folies Francoises ed eseguirà un programma tenuto alla Galerie des Glaces du Chateau de Versailles; Ilya Grubert violinista di fama internazionale; un omaggio a Liszt eseguito dal duo Marco Rogliano e Andrea Dindo; il concerto delle prime parti della Filarmonica Toscanini; il Quartetto Prometeo si esibirà con un programma dedicato a Robert Schumann; il concerto dei vincitori del Premio Nazionale delle Arti Sofia Gelsomini e Luca Buratto, solo per citarne alcuni. Certamente Mondomusica, fin dai suoi esordi, riserva ai giovani musicisti sempre ampi spazi per potersi esibire, riconoscendo nelle giovani leve il futuro della musica. Un forte legame quello tra i giovani, Mondomusica, e le principali istituzioni italiane e straniere che operano nel settore della didattica musicale; infatti prosegue il percorso intrapreso insieme a MIUR, AFAM, CNAM, AEC con il terzo Convegno Internazionale sulla Didattica Musicale. È diviso in due sessioni: la prima riguarda la riforma e il curriculum verticale e se ne parlerà dal punto di vista delle istituzioni; una seconda sessione è dedicata interamente al pianoforte nei Conservatori italiani ed europei considerando i temi della “ricerca”, della didattica e della produzione artistica. Il MIUR ha concesso, riconoscendo l’alto livello formativo culturale del convegno l’esenzione dal servizio per i docenti partecipanti. Altro appuntamento prestigioso sarà la Conferenza dei Direttori dei Conservatori Italiani che quest’anno avrà luogo proprio a Mondomusica. La manifestazione non è solo musica classica; un posto di riguardo è riservato al Jazz. Abbiamo iniziato l’anno scorso e proseguiamo anche quest’anno con le masterclass del Maestro Paolo Damiani, direttore del Dipartimento Jazz del Conservatorio S. Cecilia di Roma. Ogni anno le proposte di Mondomusica acquisiscono maggior spessore, infatti al Laboratorio Jazz, che si concluderà con una grande session finale pubblica di tutti i partecipanti, sono stati riconosciuti i crediti nelle materie Musica d’Insieme e Tecniche di Improvvisazione dei corsi Jazz per gli studenti di Conservatorio.

Vogliamo parlare un po’ dei “numeri” di questa rassegna?
I numeri delle ultime edizioni hanno confermato che Mondomusica è la manifestazione più importante al mondo per il settore degli strumenti musicali artigianali, ne è testimonianza il record che la manifestazione ha raggiunto nell’edizione 2010, quando il numero degli espositori esteri ha superato quello degli espositori italiani. CremonaMondomusica è il marketplace preferito dai costruttori di strumenti e accessori, case editrici specializzate e distributori di materie prime provenienti dall’estero. La scorsa edizione ha registrato numeri eccellenti: 314 espositori provenienti da 22 Paesi (+12% vs 2009); 11.624 visitatori da 42 Paesi (+4% vs 2009); 25 Eventi tra concerti, masterclass, seminari e tavole rotonde; oltre 120 artisti che si sono esibiti sul palco internazionale di Mondomusica, stelle nascenti del panorama musicale internazionale e artisti di consolidata fama; 51% di espositori provenienti dall’estero; 20% di visitatori provenienti dall’estero. Questi dati oggettivi confermano che il grande impegno di CremonaFiere, ente organizzatore della manifestazione, sul fronte della promozione internazionale sta dando ottimi frutti. Un risultato che, oltre a veicolare il nome di Mondomusica nel mondo, è un importante riscontro anche per il “Marchio Cremona”, per far conoscere la nostra città nei cinque continenti; inoltre Mondomusica rappresenta un volano per tutta l’economia della città e del territorio.

Cosa desidererebbe vedersi realizzare nel campo musicale con il vostro lavoro?
I nostri sforzi sono proiettati per dare una maggiore visibilità ai giovani talenti musicali, per fare all’interno della Manifestazione, attraverso i numerosi convegni, seminari tecnico-scientifici, tavole rotonde di formazione musicale, un’attività che ci è stata riconosciuta dal MIUR e di cui andiamo particolarmente orgogliosi.

In bocca al lupo a tutto lo staff di Mondomusica!

Per quello che riguarda invece tutte le altre informazioni voglio invitarvi a visitare il sito ufficiale: www.cremonamondomusica.it

Lì troverete tantissime informazioni riguardo a tutti gli eventi correlati alla manifestazione, nonché i luoghi consigliati per dormire e mangiare. Mi raccomando, se arrivate a Cremona visitate il centro storico e la collezione dei violini di Palazzo Comunale e il museo stradivariano.

Ringrazio personalmente il Presidente Piva, Paolo Bodini a capo dell’ufficio stampa ed Elisabetta Quinzani per la cortesia e l’impegno.

Umbria Jazz ’11

L’estate è cominciata e come ogni anno le piazze di molte località italiane si riempiono di sapori, profumi e tanta tanta…tanta musica. Una manifestazione in particolare però, fa grande il nostro Paese. Spostiamoci a Perugia, dove a Luglio impazza L’ Umbria Jazz. Era il 1973 quando la kermesse prese il via, ed ogni anno, passo dopo passo, è diventato il punto di riferimento italiano del panorama jazzistico (e non solo) di tutto il mondo. Manca veramente poco, i palcoscenci naturali e non del capoluogo umbro, stanno per aprirsi su star di primo livello che daranno vita a questo ennesimo successo assicurato che si articolerà dall’8 al 17 Luglio. Musica in ogni angolo della città, l’Arena Santa Giuliana gremita, i teatri, gli hotel che ospiteranno alcuni dei concerti, le vie del centro da piazza IV Novembre ai “Giardini Carducci” che si affolleranno di persone per ascoltare i concerti gratuiti di artisti di grande spessore. Una città in festa e ospitale che nel 2008 mi ha affascinato con l’esperienza passata tra i corsi dell’”Umbria Jazz Clinics”. Gli insegnati della Berklee College of Music di Boston, gli assistenti italiani e un centinaio di “studenti” più o meno sconosciuti o già affermati che in quelle due settimane hanno portato le proprie esperienze e unito le proprie idee musicali. Una bella possibilità artistica che quest’anno partirà come sempre prima della rassegna, ovvero il 5 Luglio.

Parliamo delle serate clou, quelle dell’Arena Santa Giuliana:
Venerdì 8. Caro Emerald. A seguire Dee Alexander’s evolution ensamble
Sabato 9. Chihiro Yamanaka Trio. A seguire tenetevi forte: Herbie Hancock-Wayne Shorter – Marcus Miller in un tributo a Miles Davis con Sean Jones e Sean Rickman
Domenica 10. Hiromi the trio project. A seguire Ahmad Jamal
Lunedì 11. Brandford Marsalis Duo & Quartet. A seguire European Jazz Ensemble
Martedì 12. Per i jazzisti e non…Santana
Mercoledì 13. Liza Minnelli
Giovedì 14. Gilberto Gil e a seguire Sergio Mendes
Venerdì 15. Prince con il suo EuroTour 2011
Sabato 16. Trombone Shorty & Orleans Avenue scalderanno la serata di B.B. King
Domenica 17. Michel Camilo – Chucho Valdes & The Afro Cuban Messege

Naturalmente la grande festa del jazz che si apre a Perugia non ci offre solo questi magnifici spettacoli. Passeggiare dal pomeriggio fino a tarda notte per le vie del centro permetterà a tutti di ascoltare artisti strepitosi. Un piccolo suggerimento: per gusto personale andate alla ricerca dei “Funk Off” che si esibiranno praticamente tutti i giorni. Ve lo assicuro, questi musicisti e il loro modo di non fermarsi un solo istante nelle loro coreografie vi strabiglierà. Altro suggerimento: gli insegnanti della Berklee si ritrovano solitamente in un paio di locali attorno alla mezzanotte e si esibiscono in jam session che sono dei veri capolavori…naturalmente non posso fare pubblicità ma quando sarete lì a Perugia chiedete informazioni e vi sapranno di sicuro indirizzare!
Se siete amanti della belle musica jazz e non solo, se volete visitare un’accogliente città (anche i dintorti sono affascinanti) e volete della sana cultura, non perdetevi almeno uno di questi dieci giorni a Perugia all’Umbria Jazz ’11.
Visitate il sito ufficiale per informazioni e per il programma completo.

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L’eredità di Django

Miti e misteri da sempre circondano il mondo delle sei corde. Soprattutto da quando l’anima dei chitarristi è diventata nera come quella del rock. Leggende metropolitane per lo più. Favole diventate oggetto di culto per le masse di fan in delirio, disposti a bersi qualsiasi panzana pur di elevare il proprio beniamino al di sopra degli altri. Un affare d’oro per alcuni, una religione per altri. Morti inspiegabili, strumenti posseduti, allucinazioni mistiche e fosche trame… Insomma un campionario del sovrannaturale degno del miglior film di serie B. Alcune di queste storie però affondano le radici in una verità che, alle volte, lascia sconcertati per il suo carattere quasi divinatorio. E quando il protagonista non è un musicista maledetto ormai asceso all’olimpo degli dei del rock, bensì un jazzista gitano degli anni ’30, beh… allora il fascino che le circonda non può che risultarne ancora più avvolgente.

È una storia che sembra fatta apposta per essere impressa su di una pellicola quella di Django Reinhardt. Quasi lo stereotipo di una leggenda. Il fatto è che il chitarrista e compositore belga, menomato alla mano sinistra appena diciottenne, per via di un incendio divampato nella roulotte dove viveva insieme alla famiglia, ha rivoluzionato la storia stessa della chitarra jazz. Costretto ad abbandonare il banjo per la chitarra, strumento più dolce e leggero, proprio a causa della fusione di mignolo e anulare dovuta all’incidente, Django, servendosi solo delle due dita rimaste illese, sviluppò una tecnica del tutto peculiare, dotata di un’espressività e di un dinamismo incredibili oltre che assolutamente originali. Quell’incidente non cambiò solo la sua vita ma il destino del jazz.

Django è stato il primo e probabilmente unico gitano ad assaporare quella gloria riservata solo ai musicisti più grandi. Qualche aneddoto può aiutare a comprendere il personaggio e il mito… Django non solo non sapeva leggere un semplice spartito ma era anche del tutto analfabeta. Fu Grappelli, il brillante violinista che lo accompagnò per larga parte della sua carriera, a insegnargli a scrivere il suo nome in modo da poter firmare gli autografi e fu sempre a Grappelli che, sentendo il secondo chitarrista ritmico Roger Chaput e il contrabbassista Louis Vola discutere di scale musicali, chiese candidamente “cos’è una scala?”. Erano solo orecchio e genio per Django. Puro istinto. Il suo lascito musicale è diventato oggi il nucleo e lo standard di uno stile di jazz inconfondibile, il manouche (nome dato in Francia all’etnia rumena dei Sinti, da cui Reinhardt proveniva), dotato di un virtuosismo eccezionale, di una carica passionale che lasciano attoniti per bellezza e intensità. È impressionante osservare come tuttora i talentuosi interpreti del Gipsy Jazz, veri e propri maestri della chitarra come Angelo Debarre, Bireli Lagrene, Romane, Tchavolo Schmitt, si rifacciano sempre esplicitamente alla tradizione di Django, riproponendo brani tratti dalla sua ampia produzione, citandolo di continuo in copertine e titoli dei propri album, quasi l’intero genere fosse dedicato a celebrare la memoria del suo iniziatore. D’altronde è impossibile non riconoscere, in capolavori come Minor Swing, Manoir des mes reves, Nuages, per citare solo alcune delle composizioni di Django, il genio di chi ha saputo intrecciare, in modo prima assolutamente inedito, la ritmica dello swing americano, le sonorità tipiche del musette francese ed il virtuosismo eclettico tzigano. Sapere poi che sono le dita ferite e di un chitarrista zingaro a creare quella magia in musica, così toccante e coinvolgente da incantare qualsiasi ascoltatore non può che far pensare, se non a un vero e proprio miracolo, per lo meno a una buona dose di predestinazione.

Di origini belga Django crebbe e visse a Parigi, città nella quale dopo un lungo girovagare la sua carovana decise di fermarsi. La capitale francese fu il palcoscenico di quasi tutta la sua carriera da quando, insieme al violinista Stéphan Grappelli, formò nel 1934 il Quintette du Hot Club de France, quintetto di soli strumenti a corda che in breve tempo guadagnò molta notorietà nel vivace ambiente jazz parigino. La musica di Django, Grappelli e soci era eccitante, estremamente cadenzata e orecchiabile, ma carica di tensione, a volte frenetica a volte nostalgica. Le esibizioni lasciavano stupefatti gli spettatori per virtuosismo e capacità di improvvisazione. C’era una grande affinità musicale tra il la chitarra e il violino di Grappelli. Quest’ultimo, già affermato musicista di differenti origini rispetto a Django, studioso dello strumento e protagonista dell’avvento del ragtime negli anni ’20, riconobbe il talento del chitarrista gitano e se ne lasciò profondamente influenzare. Insieme si esibirono prima in Francia e poi in tutta Europa, riscuotendo particolare successo in Inghilterra. In seguito alla tournée negli Stati Uniti nel 1946 organizzata dal celebre Duke Ellington, che li volle come ospiti per una serie di concerti, l’ultimo dei quali al Carnegie Hall di New York, Django e il suo stile si guadagnarono fama internazionale, trovando negli U.S.A. e in particolare nel fertilissimo panorama musicale di New Orleans una seconda casa.

Tornato in Francia, negli ultimi anni della sua vita diede ulteriore prova di capacità artistica incidendo, sulla scia del neonato bebop, alcuni brani con la chitarra elettrica che dimostrano la padronanza dell’intero linguaggio jazz posseduta da Django oltre che la sopraffina capacità di riadattare e piegare qualsiasi genere al suo peculiare stile compositivo.

Morì nel 1953, all’età di 43 anni, in seguito a un’infezione mal curata, probabilmente anche a causa della sua avversione verso punture e aghi che lo tratteneva dal consultare i medici.

Lo stile creato da Django è un sodalizio tra una ritmica decisamente swing, cadenzata nel manouche da una o più chitarre e un contrabbasso che sostituiscono completamente la batteria e che prende il nome di pompe, e il linguaggio espressivo tipico della musica tzigana, basato su un’improvvisazione eclettica e capricciosa di chitarre e violini solisti. Ne risulta un’amalgama del tutto particolare con le dita che volteggiano sulla tastiera percorrendola da cima a fondo in un cascata di cromatismi e accordi minori dal sapore a volte malinconico a volte frenetico che si insinuano nel ritmo serrato scandito dagli strumenti di accompagnamento. L’uso intenso di scale cromatiche e la scelta di accordi (principalmente minori e diminuiti) deriva originariamente, oltre che alla tradizione armonica mitteleuropea, dalla menomazione alla mano di Django che non gli permetteva l’uso di anulare e mignolo. Solo dopo anni riuscì a portare le due dita sulla tastiera, comunque unite insieme e atrofizzate, per integrare le parti ritmiche sulle prime due corde. È prodigioso pensare come chi pochi anni prima aveva rifiutato ostinatamente l’amputazione della mano sia stato in grado di sviluppare, anche grazie a (o a causa di, se si preferisce) quel pesante deficit, uno stile così virtuoso e tecnicamente sofisticato e allo stesso tempo così dolce ed elegante.

Nel jazz manouche attuale, oltre a chitarre, violino e contrabbasso, si trovano spesso clarinetti e fisarmoniche a completare la parte solista. La musica è sempre trascinante, incalzante tra passaggi rapidi e corde stoppate, oppure delicatissima, cupa… quasi struggente. L’elevato virtuosismo e una straordinaria capacità di improvvisazione fanno degli interpreti del genere alcuni tra più eccellenti e tecnicamente ammirati chitarristi del globo. Artisti contemporanei come Angelo Debarre, Bireli Lagrene, Tchavolo e Dorado Schmitt, Romane, Stochelo Rosenberg, Florin Niculescu, Paul Vidal, Moreno, i nostrani Dario Pinelli, Jacopo Martini e i Manomanouche, sono veri maestri del genere e contribuiscono a portare avanti la tradizione cominciata da Django. Tradizione che oggi, proprio grazie ai musicisti sopracitati, insieme a molti altri appassionati, sta conoscendo un rinnovato interesse e una diffusione sempre maggiore anche a livello internazionale, come è testimoniato dai numerosi festival a essa dedicati.

Django è diventato un eroe per i gitani e non solo per loro. La storia alla fine si è fusa con la leggenda e lo spirito della sua musica è rimasto intatto, memoria di un grande poeta del ’900 e ambasciatore della sua cultura tra i popoli.

Alcune performance di Angelo Debarre, Bireli Lagrene e Florin Niculescu

Jazz Session 03: Edward Kennedy “Duke” Ellington

Duke 3Nato dalla piccola borghesia di colore (suo padre, funzionario, arrotondava lo stipendio come maître delle famiglie benestanti di Washington), Duke studia arte decorativa (vinse il concorso della NAACP – National Association for the Advancement of Coloured People: associazione per il miglioramento della condizione della gente di colore) prima di scegliere la musica che egli conosce da Henry Grant e che esercita partecipando a delle riunioni a Washington (True Reformer’s Hall, Abbott House, Oriental Theatre…). Viene ingaggiato da Louis Thomas, Daniel Doyle, Doc Perry, Elmer Snowden e Russel Wooding prima di riunire un gruppo, The Duke’s Serenaders, che diventerà The Washingtonians. Con lui troviamo: Elmer Snowden (banjo), Otto Hardwick (alto sax) e Arthur Whetsol (tromba).
Duke suona al Barron’s e all’Hollywood Club. Alla direzione della sua orchestra, nel 1924, firma il successo della rivista Chocolate Kiddies e inizia ad esibirsi regolarmente nel New England, particolarmente alla Charleshurst Ballroom di Salem, al Flamingo di New York, al Ciro’s, con Harry Richman, al Cafè Plantation, al Kentucky Club, al Lafayette e allo Standard Theatre di Filadelfia. Tutto questo accade dal 1925 al 1927, anno in cui la sua orchestra, gestita da Irving Mills, viene scelta per suonare al Cotton Club, fino al 1931, ma ciò non gli impedisce di suonare anche al Palace, al Paramount, al Fulton e di recarsi in California dove lavora per il cinema. Numerosissimi gli spostamenti di Duke e la sua formazione a partire dal 1933, anno dei suoi primi concerti a Londra e Parigi. Fino alla vigilia della sua morte, instancabile e spinto da un vero spirito missionario, Ellington gira tutto il mondo, suona sia nei dancing popolari sia nei club altolocati, sale da concerto, festival, per ogni tipo di pubblico, per ogni etnia, per tutti, dagli studenti ai capi di stato e gli amanti del Jazz.
Dal 1924 al ’39 possiamo dire che le sue produzioni appartengono allo stile Jungle. Dopo aver obbedito allo stile “saltellante”, di moda all’inizio degli anni ’20, Ellington esplora un nuovo universo sonoro in cui il tono rauco degli ottoni, aggressivo e vocalizzato dell’uso di sordine in gomma (wah wah “sordina a cappello o a bombetta”) si mescola alla dolcezza degli strumenti ad ancia su una base ritmica solidamente costruita. Il suo incontro con Bubber Miley determina questa scelta. Soprannominato stile jungle (la giungla del ghetto di Harlem) questo modo unico  e originale permette a Ellington di valorizzare un repertorio in cui il blues (vedi The Mooche), in ogni tempo, occupa un posto essenziale accanto a melodie raffinate ed esotiche (vedi Mood Indigo). Il Kentucky Club e il Cotton Club sono il teatro dei grandi exploit del Jungle in cui la musica accompagna dei balletti e danze acrobatiche negli stomps frenetici. In questo contesto Duke sa integrare dei ritmi e delle coloriture latino-americane – Cuba e Portorico – per attirare più pubblico e ottenere dei successi commerciali (vedi Caravan). È anche un precursore delle formule concertanti che permettono di valorizzare un solista (vedi Echoes of Harlem). Intorno a Duke, i suoi musicisti, tutti della sua generazione, sono in perfetto accordo con le sue ambizioni.
In questo periodo, per aggirare dei contratti in esclusiva, l’orchestra registra sotto gli appellativi di: D.E. And His Famous Orchestra, Washingtonians, Whoopee Makers, Harlem Footwarmers, Six Jolly Jester’s, Mill’s Ten Blackberries, Harlem Hot Chocolates, Jungle Band, Memphis Hot Shots, Sonny Greer And His Memphis  Men.

Duke 4Diventato uomo di fiducia di Ellington, il pianista e arrangiatore Billy Strayhorn, venticinque anni nel 1940, contribuisce a ringiovanire la formula della grande orchestra di Duke, permettendole così di rivaleggiare con le formazioni dell’epoca dello Swing (Goodman, Lunceford, Dorsey e Basie). Lo spirito dello stile Jungle viene integrato in uno schema più flessibile. Le sezioni strumentali sono aumentate, si sviluppa l’uso del riff, la ritmica diventa più agile; i solisti prendono di nuovo il sopravvento. Fra essi, il geniale contrabbassista Jimmy Blanton e il tenore di Ben Webster. Ma anche il trombettista e violinista Ray Nance, i trombettisti Taft Jordan e Cat Anderson, il clarinettista Jimmy Hamilton, il contrabbassista Alvin Raglin, i vocalist Joya Sherrill, Betty Rochè, Al Hibbler e Herb Jeffries.

Verso la metà degli anni ’40 Duke sviluppa il suo repertorio; conserva alcuni dei suoi pezzi Jungle e dei successi dei primi anni ’40, ma aggiunge delle opere descrittive o impressioniste, spesso in tempi lenti, in cui si sviluppa un esotismo a mezze tinte languide e sfumate. Compone delle suite concertanti di lunga durata in cui mescola tutti questi ingredienti per costruire qualcosa di coerente in cui egli possa esprimere un’idea globale del mondo delle emozioni. Si uniscono all’orchestra i trombettisti Harold Baker, Nelson Williams, Francis Williams, Willie Cook e Clark Terry, i trombonisti Claude Jones, Wilbur DeParis, Tyree Glenn, Quentin Jackson, i sassofonisti Russell Procope, Willie Smith, Paul Gonsalves, i bassisti Oscar Pettiford e Wendell Marshall, i batteristi Dave Black e Louie Bellson, i vocalist Kay Davis e Yvonne Lanauze. In questo periodo Billy Strayhorn è ancora il braccio destro di Duke.

Dal 1955 Duke è alla ricerca, da una parte, di una sintesi dei suoi lavori e, dall’altra, di nuovi incontri. Dirige la sua orchestra, suona e risuona con essa, trionfa al festival di Newport (1956).

Duke 2Lo si ascolta sempre di più al piano, con la sua orchestra ma anche in altri contesti, particolarmente in trio. Dal 1965, in particolare, cerca di terminare una suite di musica sacra, In The Beginning God, che egli presenta nelle chiese e nei templi degli Stati Uniti e d’Europa, cercando una vita ecumenica che riprenda anche i principali movimenti della Black, Brown And Beige (storia dei neri). Dopo diversi successi, tornano accanto a Duke le vedette che lo avevano già affiancato: Cootie Williams, Johnny Hodges, Lawrence Brown e l’organista Wild Bill Davis che, dopo la morte di Billy Strayhorn nel 1967, prepara degli arrangiamenti per l’orchestra.
L’arte di Duke Ellington si impone come l’espressione originale, accessibile a ogni tipo di pubblico, di una negritudine contemporaneamente accettata e superata. Predica una possibilità di comunicazione universale, senza abusare troppo delle canzonette o degli effetti di virtuosismo. Mescolando lo spirito del blues all’inventiva orchestrale più raffinata, la musica di Ellington, in costante riferimento alla cultura afroamericana, resta popolare evitando le trappole della moda. Duke Ellington è, con Louis Armstrong, il più importante “creatore” del Jazz. Al contrario di Armstrong, il cui genio si esprime nelle improvvisazioni, Ellington traduce il suo pensiero attraverso la sua orchestra. In collaborazione con diversi musicisti compone, da un materiale abbastanza semplice, dei temi seducenti che lui stesso riveste di superbe orchestrazioni dall’atmosfera armonica raffinata, dalle mescolanze sonore delicate. Nell’interpretazione di questi brani egli mira all’emozione, al movimento e allo swing, facendo dare il meglio di loro stessi a solisti scelti con cura, esaltando le loro improvvisazioni con dei background originali e degli interventi al piano, strumento che Ellington utilizza in modo molto personale. La sua esecuzione, proveniente dal ragtime e dallo stride di New York, si basa su un senso molto vivo dei contrasti e delle nuance e su una tensione ritmica sempre molto accentuata. Fino alla morte, Duke Ellington resterà fedele alla grande tradizione nera americana (blues e swing). È il vero e proprio creatore dell’estetica della grande orchestra e riesce a piacere in tutto il mondo, pur raccontando la storia del suo proprio popolo.

Jazz Session 02: Louis Armstrong, Satchmo

Satchelmouth, ovvero “bocca a sacco”, in riferimento alla sua grande, enorme bocca.

Possiamo affermare quasi con certezza che Louis Armstrong è il più conosciuto musicista di Jazz al mondo. Grazie al suo carisma è riuscito a rendere popolare il Jazz e a farlo amare da tutti.

Trombettista e cantante, nasce e trascorre l’infanzia in povertà, in un sobborgo di New Orleans, là dove Ragtime era la parola d’ordine. A undici anni cantava in strada con degli amici per racimolare qualcosa e aiutare la madre (che si prostituiva), dal momento che suo padre li aveva abbandonati quando Louis era appena neonato. Finì in riformatorio per aver sparato alcuni colpi di pistola in aria probabilmente durante un Capodanno; fu la svolta per Satch.

E’ proprio in quel riformatorio (per soli neri) infatti che imparò a suonare la cornetta. Entrò, appena tredicenne, nella band del  New Orleans Home for Colored Waifs (di cui in breve tempo divenne il leader), guidato dal prof. Peter Davis.

Louis 1Uscito dal riformatorio ebbe la fortuna di conoscere il più grande trombettista del momento, Joe “King” Oliver, che divenne il suo mentore. Quando Oliver abbandonò New Orleans nel ’19, Armstrong, che intanto aveva fatto diverse esperienze nelle bande e sui battelli, prese il suo posto nella sua band, la più importante della città.

La tecnica di Louis era sempre migliore, grazie alle numerose esibizioni che lo vedevano protagonista. A vent’anni imparò a leggere le note, riuscì a maturare un proprio suono e iniziò a cantare. Nel ’22 venne chiamato a Chicago da King Oliver e si unì alla sua band, riuscendo finalmente a guadagnare abbastanza per vivere. Proprio con Oliver a Chicago incise i suoi primi dischi come seconda cornetta.

In quel periodo Louis era sposato con la pianista Lil Hardin, la quale lo avvertì di separarsi da Oliver e di cercare un proprio stile, anche se Satchmo amava suonare con Joe Oliver. L’invito a New York del ‘24 da parte dell’orchestra di Fletcher Henderson (l’orchestra afro-americana più importante dell’epoca) arrivò dunque puntuale. Louis dedicò più tempo alla tromba e al canto. L’orchestra di Henderson spopolò; piaceva tantissimo, anche ai bianchi. Si narra che l’orchestra di Duke Ellington raggiunse Roseland per assistere all’esibizione di Louis.

Louis 2 Ancora sotto consiglio della moglie, decise di lasciare l’orchestra di Henderson, che limitava in un certo senso la sua crescita artistica. Tornò quindi a Chicago e iniziò ad incidere, proprio con sua moglie, i suoi dischi più importanti con gli Hot Five e gli Hot Seven. In quegli anni registrò alcuni brani sperimentando la tecnica dello scat (improvvisare una melodia cantando ma utilizzando sillabe o parole inventate). Ben presto il suo gruppo divenne il più famoso d’America.

Louis 1Durante la depressione degli anni ’30 Louis fu uno dei pochi a trovare fortuna. Infatti l’orchestra di Henderson si era ormai sciolta, King Oliver non era più quello di una volta, il famosissimo Jazz Club “Cotton Club” chiuse nel ’36. Satchmo invece si trasferì a Los Angeles dove suonava al nuovo Cotton Club, attirando numerose celebrità dell’epoca. Era ormai famosissimo in tutto il mondo; quando fece ritorno a New Orleans venne accolto come un eroe.

Purtroppo a metà degli anni’30 ebbe dei problemi con le dita e con le labbra a causa del suo fortissimo modo di suonare, ed è per questo che in questo periodo vediamo aumentare le sue esibizioni e registrazioni vocali.

Dopo Lil ebbe altre due mogli, e nel ’43 si “stabilì” definitivamente a New York; dal ’43 al ’73 si esibì per oltre trecento serate l’anno.

Morì il 6 luglio del ’71 per un arresto cardiaco. Ai suoi funerali parteciparono le più alte cariche degli Stati Uniti e, inutile dirlo, i protagonisti della scena Jazz di quegli anni.

Louis Armstrong è stato sicuramente uno dei musicisti ad aver maggiormente influenzato tutti i Jazzisti (e non solo) del XX secolo. Miles Davis disse: “Non puoi suonare nulla sulla tromba che Louis non abbia già suonato”. E’ stato un punto di riferimento per chiunque si sia avvicinato al Jazz.

Era una persona generosissima, nacque e morì povero, nonostante l’altissimo livello di celebrità che raggiunse in tutto il mondo. Regalava soldi a chiunque glieli chiedesse, e quelli che gli restavano li spendeva per acquistare marijuana, di cui era un grandissimo consumatore. Era sempre felice, non solo durante le esibizioni (chi può dimenticare il suo sorrisone stampato in faccia mentre cantava) ma anche nella vita. L’unica cosa che gli interessava davvero era suonare.

Forse è stato proprio questo alone di serenità e felicità che si portava dietro a fare di Satchmo uno dei musicisti più conosciuti e amati di sempre.

Jazz Session 01: Le origini

Una nuova rubrica su Camminando Scalzi.it

Continua il percorso musicale di Camminando Scalzi per portare la Musica -la vera Musica- nelle orecchie dei nostri lettori. Il nostro nuovo collaboratore Jack D’Amico ci porterà per mano a conoscere un genere musicale spesso sottovalutato, ma assolutamente fondamentale nella storia della musica moderna: il Jazz. Si comincia dalle sue origini storiche. Buona lettura.

Il Jazz.

Da dove viene? Com’è nato? E quando?

Le risposte a queste domande sono molteplici, nessuno ne ha la certezza. Con sicurezza possiamo però affermare che il Jazz è un’ottima commistione fra i ritmi di derivazione africana e l’armonia europea.

Procediamo con ordine.

Durante la seconda metà del 1800, lungo le rive del Mississippi, nelle piantagioni di cotone degli stati sud-occidentali degli U.S.A. (Cotton Belt), gli schiavi neri cercavano di alleviare le fatiche del lavoro intonando dei canti, le cosiddette “Work Songs”.

Questi canti erano molto tristi, date le circostanze; gli schiavi erano strappati alla loro terra, l’Africa, e costretti a lavorare in condizioni pietose. Spesso si accompagnavano con un banjo rudimentale, costruito da loro stessi; il tempo era scandito dal rumore delle zappe che penetravano nel terreno, o dai picconi che battevano sulle pietre.econtin

I brani, identificati in futuro come “spirituals”, dato il contenuto religioso dei testi, erano caratterizzati dal frequente utilizzo delle “Blue Notes”, ovvero delle note suonate ed intonate in maniera calante, quasi stonate; il che conferiva al brano la tristezza malinconica che li contraddistingue. (Blue Notes = III, V e VII grado di una scala maggiore, abbassati di un semitono, suonate – ma soprattutto cantate – in maniera calante).

Sappiamo che la più importante forma di contaminazione musicale dell’epoca per un bambino era la “ninna-nanna”. Ora: le ninna-nanne degli schiavi erano basate sulla scala pentatonica (una scala di soli 5 suoni, probabilmente la più antica che il mondo conosca, ritrovata nella musica africana così come in quella asiatica) quindi quei bambini, crescendo, impararono ad intonarla con estrema naturalezza. Le blue notes, applicate alla scala pentatonica, diedero vita alla scala blues, ovvero la scala su cui i grandi bluesmen improvvisarono per decenni.

La nascita del blues rese la musica finalmente popolare, alla portata di tutti.

Il blues (il blu è il colore della tristezza e della sofferenza), oltre ad essere l’antenato di tutti i generi musicali nati nel 1900, divenne un punto di congiunzione tra la musica colta europea del 1700 e del 1800, e la musica moderna.

Quando finalmente, nel 1886, negli States venne abolita la schiavitù, gli schiavi musicisti poterono esibirsi in giro per il mondo, divulgare e rendere popolare la propria musica, intrinseca della sofferenza che sino a quel momento avevano portato dentro.

Ma facciamo un passo indietro.

I padroni dei terreni e quindi degli schiavi, avevano la “cattiva abitudine” di intrattenere relazioni extraconiugali con le mogli degli schiavi stessi. Naturalmente, a volte accadeva che dalle suddette relazioni nascesse un figlio, che era ovviamente un meticcio, i cosiddetti “creoli” (un meticcio nato da un genitore nero ed uno bianco, nelle colonie spagnole, francesi o portoghesi d’America). Questi bambini, a differenza dei figli degli schiavi, avevano un rapporto privilegiato con il padrone, che spesso e volentieri permetteva al figlio meticcio di girovagare e giocherellare all’interno della sua (lussuosa) dimora.

Come molti di voi sapranno, all’epoca non era da tutti possedere un pianoforte. Alcuni dei ricchi padroni di terreni e schiavi lo possedevano.

Il piccolo creolo, dunque, attirato dalla bellezza, estetica e acustica del pianoforte, chiedeva al padre/padrone di insegnargli a leggere quegli spartiti, colmi di polvere, che erano poggiati sullo strumento.

Si narra quindi che dall’unione tra musica classica (che il piccolo col tempo imparava a suonare) e le scale pentatoniche e blues che aveva nelle orecchie (ninna-nanna) sia nato un nuovo stile, il Ragtime.jellyroll

Stile prettamente pianistico, raggiunge il picco di celebrità a cavallo tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, fino ad eclissarsi intorno agli anni ‘20. I maggiori esponenti sono Scott Joplin e Jelly Roll Morton.

Quando agli inizi del 1900 si decise di arrangiare per più strumenti alcuni Ragtime, ecco che vide la luce un nuovo stile chiamato New Orleans. Da qui il passo verso il Jazz è davvero breve. Coloro che vengono identificati come gli inventori del Jazz (oltre Jelly Roll Morton, che se ne attribuì la creazione) sono i componenti della “Original Dixieland Jass Band”, i primi a registrare un brano Jazz nel 1917 (il Dixieland non è nient’altro che una versione “bianca” dello stile New Orleans suddetto).

Sembra che in principio il termine per indicare questa musica fosse “Jass” (dal francese Jaser=rumore). Si racconta che sia stato modificato in seguito agli scarabocchi che alcuni teppisti praticavano sui manifesti della O.D.J.B. Cancellavano infatti la lettera J lasciando la parola “ass” (sedere). Altri invece affermano che derivi dal verbo “to jizz” (jism) ovvero l’atto di eiaculare.

Ad ogni modo, come ci spiega Gunther Schuller nella sua collana “Il Jazz”, questa musica è stata assieme al Blues (anzitutto per una questione cronologica e in secondo luogo perché musica “completa”) il genere che ha permesso, grazie alle sue ramificazioni, la nascita di tutta l’altra musica, dal Rock all’Hip Hop, dal Soul alla Disco Music.

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