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Mai più Silvio Berlusconi

Ieri era uno degli hashtag -in breve, le parole chiave degli argomenti “caldi” del momento- più seguiti su Twitter è stato #maipiù, insieme a tanti altri che hanno costellato tutta la lunga giornata di sabato. Dopo diciassette anni e spiccioli, Silvio Berlusconi si è dimesso.
Durante tutta l’infinita serata di ieri, in attesa della dichiarazione che ponesse fine a tutto, si sono susseguite manifestazioni di giubilo in tutte le piazze antistanti gli edifici della nostra Repubblica. Bottiglie di spumante, hallelujah, una generale aria di “liberazione”, un lungo sospiro di sollievo tirato dalle tantissime persone che dopo diciassette anni non ne potevano veramente più.

Non ci sono riuscite le opposizioni (che, a dire il vero, hanno spesso fatto i suoi comodi), non ci sono riuscite le megamanifestazioni popolari, non c’è riuscito Fini con la sua “scissione”, non c’è riuscita una maggioranza risicata salvata dal più squallido dei mercati del trasformismo politico. Sono servite il crollo dell’economia mondiale ed europea, la mancanza di fiducia del mondo della finanza nei confronti del nostro Paese, le “imposizioni” della Comunità Europea. E dopo l’ennesima settimana di stallo, Silvio ha finalmente (e giustamente) rassegnato queste benedette dimissioni.

Un’epoca della Repubblica italiana (una brutta epoca, permettetemi) si chiude così; dopo nipoti di Mubarak, bunga bunga, corna agli incontri istituzionali, “culone inchiavabili”, smentite e controsmentite, cacciate dei personaggi scomodi dalle TV nazionali, alla fine tutto questo teatrino si è infranto contro la macchina della crisi e del denaro. Ci rimane un Paese in enorme difficoltà, un cumulo di macerie su cui dover ricostruire il nostro futuro, la nostra reputazione, la nostra credibilità internazionale. Adesso toccherà al tecnico Mario Monti sistemare (o almeno provarci) la situazione, così è stato deciso dalle forze politiche. Un governo auspicabilmente “tecnico” che vada a mettere in atto le misure che possano tirarci fuori da questa situazione di enorme difficoltà. Osserveremo con attenzione il suo operato. Monti è un uomo delle banche, è un finanziere, e la paura che si sia finiti dalla padella alla brace è tanta. Certo, fare peggio di quanto s’è fatto finora è difficile, ma diciassette anni di Silvio Berlusconi ci hanno insegnato che al peggio, da noi, non c’è mai fine. Stiamo attenti!

L’opposizione reagisce gioiosa, Bersani arriva addirittura a dire che è merito suo e del PD se Berlusconi si è dimesso, continuando in quella strada “saltocarrista” intrapresa ai tempi del referendum e delle elezioni amministrative scorse. Qualcuno dovrebbe spiegargli che è anche grazie al centro-sinistra, a quella famosa legge sul conflitto di interessi (di cui nessuno parla più, lasciata a marcire in un passato lontano) che avrebbe potuto evitare tutto questo, se Silvio è rimasto al governo tanto a lungo. Stendiamo un velo pietoso.

Mi hanno colpito anche le reazioni degli irriducibili pessimisti di Sinistra, che non hanno perso tempo a urlare che ora sarà peggio di prima, che Monti è un guaio, che bisognava ricorrere alle elezioni subito (come dice anche la Lega); continuo a chiedermi quanto possano giovare, in un momento simile, due mesi di campagna elettorale con i nostri politici, con la nostra legge elettorale ecc ecc. Non abbiamo bisogno di altra immobilità. Per una volta, pessimisti di Sinistra, provate a rilassarvi e a gioire della fine di un’epoca buia, di un taglio con il passato.

L’altra categoria che in questi giorni invece sembra assolutamente scomparsa sono i militanti del PDL, i Berluscones. Ragazzi, parliamoci chiaro, il signor Silvio Berlusconi non è stato al governo per diciassette anni per magia, ma perché qualcuno (la maggioranza degli italiani) l’ha votato. Oggi i berlusconiani sembrano scomparsi, approfittano della caduta dell’Imperatore Maximo per rifarsi una reputazione, un “chi io? Mai votato Silvio”. Ad esempio mi ha fatto specie assistere a miei amici e amiche, un tempo berlusconiani convinti, festeggiare sui social network e nelle piazze la caduta di questo governo. Gente che sin dalla prima ora ha votato questo baraccone che si è trascinato (e ci ha trascinato nel baratro) in questi diciassette anni, oggi fa finta di niente, fischietta sul cadavere del suo stesso Imperatore. Questo mi spinge a riflettere molto sulla cultura dell’italiano medio (senza generalizzare troppo), ma forse sono stato sfortunato io ad avere tanti ex-berlusconiani convinti intorno. Chi lo sa. Fatto sta che io e tanti altri non vogliamo che si mischino a noi, oggi. Puntualizziamolo.

E adesso? Adesso si vedrà, abbiamo poco tempo come Paese per sistemare le cose, abbiamo poco tempo per rimboccarci le maniche e uscire da questa stramaledetta “crisi”, una parola che sentiamo ogni giorno, e che sinceramente non vorremmo ascoltare più.

Resta da dimenticare il più in fretta possibile (anche se le cicatrici le porteremo per sempre) quest’uomo che inseguendo i suoi interessi ha fatto così poco per l’Italia e così tanto per sé stesso. Mi auguro che riusciremo a parlarne sempre meno (o a non parlarne proprio) in futuro.

Mai più Silvio Berlusconi. In tutti i sensi.

Meridiano Zero – Occasioni perse.

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Mi viene da pensare che sia il periodo delle “occasioni perse”. In un momento di profonda crisi sociale, finanziaria e (di conseguenza) politica, si dovrebbe essere pronti a cogliere le poche palle pervenute al balzo e farne punti, per usare una metafora sportiva. E invece si dorme, si discute continuamente su Berlusconi, sulle sue frequentazioni, sui suoi festini, e il resto cade nel vuoto dell’indifferenza.
L’occasione di Fini è ormai persa. Non si è dimesso quando doveva dimettersi, quando giurò che l’avrebbe fatto se si fosse confermata la proprietà della casa di Montecarlo. Poteva essere l’occasione per far risaltare un profilo politico di integerrima onestà, invece dell’ennesimo politicante attaccato con le unghie e con i denti alla propria poltrona. Poteva essere una spallata importante al Governo, sicuramente avrebbe avuto la sua eco, avrebbe richiesto reazioni, da una parte e dall’altra. Invece il FLI si sta spaccando, disfacendo sotto le bordate di Berlusconi e gli interessi dei cosiddetti “responsabili”.
L’occasione della sinistra si è persa ormai da secoli. Appare sempre di più non pervenuta, immobile agli spunti offerti, con un Bersani sibillino, troppo intento a far la figura del politico che parla in punta di fioretto e che non batte i pugni quando ce n’è bisogno. Gli altri si organizzano come possono, cercando una poltrona per le prossime elezioni. L’unico vero “riformista” sembra Grillo, con le sue candidature popolari, ma è ancora secondo me troppo legato a un’immagine di comico macchietta che del politico pronto a vincere delle elezioni, a qualsiasi livello queste siano.
L’occasione di bella figura come politica estera si è persa quando si è accolto con le Frecce Tricolori quello che ora sta bombardando i dissidenti, che pure prima non è che fosse il ritratto del dittatore libertario, magari libertino. L’onu si prepara alle contromosse, Frattini si dissocia, Napolitano ammonisce, Obama minaccia. Intanto laggiù si continua a morire, nell’indifferenza generale, perché è facile schernirsi, ma poi, di concreto, non succede niente. Pochi ricordano l’eroico sacrificio delle Brigate Internazionali, quando negli anni 30 si riunirono in Spagna a sostegno dell’esercito repubblicano contro il Generale Franco. Altri tempi, altri luoghi, altri momenti forse. Cosa succederebbe oggi? Utopia?
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Meridiano Zero – La nave Italia affonda.

Ci si è completamente dimenticati del popolo. Noi stessi, cittadini con un’opinione, ormai nicchiamo, facciamo spallucce, perché “tanto è così”, perché il mondo gira in questo modo e che ci vuoi fare, perché loro sono i potenti e noi solo pecore e via così.

Il popolo è sovrano di questa nazione e pare che se ne siano dimenticati tutti, dai politici che non eleggiamo più direttamente (e così ecco le veline e le pompinare in parlamento) al popolo stesso che non rivendica ciò che è suo.

Un Governo, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ha tutto il diritto di fare il suo lavoro e in linea generale non apprezzo i criticoni del primo giorno. Sono liberale in questo. Ma quando un Governo implode su sé stesso e inizia a perdere i pezzi, e a cedere, a dire “non è più sostenibile” è pure uno come Fini, è lampante che sia l’ora di schiacciare forte sul tasto reset e fare tabula rasa di quel che rimane; invece il Parlamento viene usato trasversalmente come il giardino di casa propria, da destra a sinistra: è assurdo che Napolitano (ex comunista e mai stato simpatizzante di Berlusconi) si appelli al dovere istituzionale del presidente della Camera (un mese fa) per far votare la sfiducia oggi, dando tutto il tempo a Berlusconi per fare i conti necessari a strappare un 314 a 311 con 2 astenuti; è diventata un’oligarchia che si rimbalza il joystick del paese, un po’ a me e un po’ a te e tutti contenti e i franchi tiratori (in questo caso con fucili caricati a salve) a pararsi il culo (http://www.domenicoscilipoti.it/ già online le motivazioni del voto di fiducia, non male per un sito normale) e a pienarsi le tasche a suon di consulenze da 100.000 euro.

E ora? Passerà Natale, ma il Governo non ha i numeri per governare seriamente e, esattamente come 16 anni, è tenuto per le palle da Bossi che avrà carta bianca prima di far staccare la spina al moribondo.

E’ una nave che sta affondando e io, onestamente, vorrei tanto scendere.

La politica è morta.

Tre voti. Tre voti che hanno ancora una volta confermato il signor B, il nostro Imperatore Maximo, a capo del nostro governo. Una maggioranza che stenta a resistere a questo voto di fiducia, ma ci riesce, seppur comprando voti qua e là da personaggi di dubbio spessore politico e umano, che da totali sconosciuti hanno guadagnato il loro quarto d’ora di popolarità (e probabilmente anche qualche altro tornaconto personale) e hanno consegnato ancora una volta il paese in mano ad un governo che finora si è dimostrato fallimentare sotto tantissimi punti di vista.

Un Paese ormai allo sbando, una popolazione che non ce la fa più, stretta nella morsa della crisi, della disoccupazione, del precariato, della riforma dell’Istruzione che distrugge il nostro futuro. I giovani picchiati a Roma dai poliziotti che non si rendono conto che la manifestazione di protesta è stata fatta anche per loro, che quei ragazzi sono i loro figli e figlie, i loro fratelli e sorelle; quegli stessi poliziotti che proprio qualche giorno fa manifestavano ad Arcore per i tagli che questo governicchio di nani e ballerine stipendiati ha perpetrato ai danni delle forze dell’ordine. E si assiste ai paradossi più assurdi: la politica rinchiusa nel palazzo d’ebano a votare per il futuro della gente comune, barricata, protetta, nascosta. Nel frattempo i ragazzi per strada e le forze dell’ordine dall’altra che si fronteggiano, fratelli coltelli. Senza parlare dei presunti infiltrati nelle fasce più estremiste e rissose dei manifestanti (che è bene ricordare essere composti per la stragrande maggioranza da semplicissimi studenti), come si evince da questo articolo del Post Viola, su cui ognuno può trarre le proprie conclusioni a riguardo. Insomma, un presunto infiltrato picchia (fa finta?) un finanziere, che viene salvato dall’ennesimo finanziere, e non si capisce più chi sta con chi, tra abiti civili, divise e infiltrati. E alla fine tornano tutti amici e non si capisce più dove sono i manifestanti… il festival del paradosso insomma (senza contare la simpaticissima pistola brandita che per fortuna non ha esploso nessun colpo). AGGIORNAMENTO 16/12/2010: Come riportato anche da ilfattoquotidiano.it in questo articolo, pare che “l’uomo con la pala” fosse in effetti un manifestante e non un infiltrato. Per completezza e correttezza lo segnaliamo anche noi. Era in effetti un violento che ha sottratto manganello e manette al finanziere pestato.

Scene di guerriglia urbana, una Roma distrutta, il dubbio imperante che tutto sia stato organizzato per far succedere gli scontri, la pazienza portata allo stremo. E la cosa più triste di tutte è che le due frange di questa inutile e maledetta guerriglia urbana dovrebbero stare dalla stessa parte, mentre il bel circo della politica se la gode nel palazzo, un palazzo che non ha più alcun valore per molti, dove il voto si compra con qualche favore o qualche spicciolo, dove la parola “dimissioni” è stata dimenticata nelle pieghe dello spazio-tempo, dove i politici rissosi urlano, litigano, si mostrano le dita medie a vicenda, gongolano per le loro vittorie da quattro soldi, e alla fine della fiera circense sono sempre tutti lì seduti, non cambia niente, non cambia mai niente.

È difficile fare un’analisi politica di questa situazione, è difficile perché ci troviamo di fronte all’ennesima delusione totale di chi dovrebbe governarci, di chi è quantomeno pagato per farlo, visto che di dignità umana è realmente troppo difficile parlare. Dal Pdl oggi si alzano grossi cori per le dimissioni del presidente Fini che -è bene dirlo- è stato sconfitto. Rimane realmente patetico ascoltare dichiarazioni come quella di Capezzone oggi, che riporto per spingere anche voi lettori ad una riflessione sul calibro di certi seguaci del nostro Imperatore Maximo: “Perfino la grande stampa che gli è stata amica, e che per mesi gli ha perdonato tutto, sollecita un suo passo indietro. Come fa Fini a non dimettersi, a questo punto? Come può fingere di non vedere quello che ormai è chiaro a tutti, e cioè la piena incompatibilità tra il ruolo super partes che si addice alla terza carica dello Stato e la scatenata campagna partigiana e faziosa (peraltro, perdente) che ha condotto anche avvalendosi del suo incarico? Siamo dinanzi a una ferita istituzionale profonda e sempre più grave”. (via | Repubblica.it)

Trovo veramente incredibile, surreale e assurdo leggere cose del genere, che vanno ben oltre “il bue che dice cornuto all’asino”. E’ una dichiarazione che si commenta praticamente da sola, e ci fa capire il vero valore politico e l’ideologia che c’è dietro i seguaci della maggioranza. L’Imperatore Maximo è uno e uno soltanto, non ci possono essere due imperatori. Quindi chi viene sconfitto deve sparire.

Ma è stata davvero una vittoria quella di ieri? La risposta è sotto gli occhi di tutti, tre voti in più non vogliono dire nulla, una maggioranza così risicata e ottenuta in questa maniera dal punto di vista politico è molto più vicina ad una sconfitta. Sebbene la campagna acquisti continui imperterrita, con i posti “promessi” da Berlusconi a chi si unirà alla squadra di governo, al momento attuale la situazione è molto chiara: un governo con una maggioranza così risicata difficilmente potrà governare in maniera tranquilla, dopo il palese passaggio di Fini all’opposizione. E possiamo scommettere che i provvedimenti dell’Imperatore e dei suoi accoliti non avranno vita facile alla Camera. Di conseguenza l’unica opzione che appare realmente praticabile è l’arrivo alle tanto vituperate (e non a torto) elezioni anticipate. La Lega non ha esitato a ripeterlo più e più volte nella giornata di ieri, il destino pare abbastanza scritto.

Le opposizioni si trovano in una situazione decisamente complessa al momento: bisognerà vedere cosa decideranno tatticamente di fare, se allargarsi al Centro prima che Berlusconi faccia i suoi acquisti elettorali, se scegliere un leader forte che li traghetti verso la prossima tornata elettorale o se continuare a fare le solite chiacchiere sulle solite inutili divisioni. Il governo ha perso, ma la Sinistra non ha vinto, questo è bene ricordarlo. Un piccolo appunto per IDV, che avrebbe dovuto fare molta più attenzione ai deputati da mandare alla Camera. Immagino la delusione di molti elettori che si sono visti un proprio rappresentante cambiare fronte in questa maniera così repentina e per giunta per salvare l’odiato nemico Signor B. Un errore in partenza, un errore che costerà caro dal punto di vista elettorale a Di Pietro e compagni a mio parere.

La situazione in Italia diventa sempre più difficile, la disoccupazione aumenta, l’Istruzione viene ogni giorno bistrattata da riformucole ammazzafuturo, la cultura è trattata come una cosa inutile (d’altro canto con la cultura non si mangia, si sa…), la gente che non arriva a fine mese aumenta sempre di più.

Tutto ciò che rimane certo, ancora una volta, è che nel palazzo d’ebano tutto rimane uguale. Anche se più che un palazzo che ci porta alla mente tempi nobili e aristocratici forse dovremmo parlare di un grosso circo, con le bestie più strane, i freak più inguardabili, le ballerine, i nani, tutti con il comune obbiettivo di non alzare mai il culo da quelle poltrone che noi paghiamo. E scusate la conclusione volgare.

Vieni via con me: le ragioni del successo.

In questi giorni si è fatto un gran parlare della trasmissione di Fazio e Saviano, Vieni via con me, che va in onda in prima serata di lunedì, su Raitre. Se ne è fatto un gran parlare soprattutto per l’enorme successo registrato, per le polemiche (ovvie quando si parla di temi delicati) che ha scatenato, per le presenze illustri e tanto altro.

Di sicuro ha contribuito l’enorme pubblicità fatta prima dell’inizio del programma, con l’interminabile diatriba tra i direttori di rete, gli autori e il deus ex machina (ahimè?) della Rai, Masi. Masi, parliamo subito di lui. Un direttore generale che “rema contro” (per usare un eufemismo) a trasmissioni che fanno ascolti incredibili, su cui scommette poco (per non dire che mette i bastoni tra le ruote), con motivazioni spesso risibili come la mancanza di libertà di opinione in trasmissioni come Annozero, o addirittura il risparmio finanziario-economico (proprio su questo verteva la prima grossa contestazione) riguardo a “Vieni via con me”. Ora, possiamo dire che Masi non è un buon direttore generale, e questa rimarrebbe un’opinione ovviamente personale, ma non bisogna essere dei geni di marketing o di economia per  capire che un programma previsto e organizzato come Vieni via con me possa portare ascolti (e quindi introiti sulle vendite pubblicitarie) immensi. Basta il solo fatto della presenza di ospiti del calibro di Benigni, di Saviano a condurla, per immaginarselo. E se anche uno proprio non lo riuscisse a capire prima (e vabbè, gli sbagli ci stanno), la prova sul campo dovrebbe dimostrare senza ombra di dubbio che questa è una trasmissione vincente (così come Annozero). Ed è vincente ragionando su un semplice discorso economico: grandi ascolti = grandi vendite pubblicitarie = grandi introiti. Vieni via con me ha addirittura aumentato i suoi ascolti nella seconda puntata, quando ormai il fattore “se n’è fatto un gran parlare” è ormai scemato, segno che il programma piace, e piace molto. Il Grande Fratello, in concorrenza sulla rete ammiraglia mediaset, ne è uscito annichilito. Che io ricordi, neanche Sanremo (che penso sia la trasmissione più populista e italianotta della Rai) era riuscito in tale impresa. Vieni via con me è un successo di pubblico, è un successo commerciale, Masi ha sbagliato ancora la sua visione. Qualche dubbio sulla sua “bravura” come direttore generale a me viene, non so a voi.

Passiamo ora ad un’analisi più “tecnica”. Vieni via con me è una trasmissione vecchio stile, delicata, un Varietà con i suoi ospiti, i cantanti, la musica e tutto il resto. Non è niente di nuovo, e a dirla tutta ha anche un ritmo abbastanza blando. Non è innovativa, diciamolo chiaramente (lo è nella realtà televisiva attuale però). Ma le ragioni del suo successo sono da ricercare altrove. E’ una trasmissione che accende il cervello, che fa riflettere, che ti fa pensare. Non la guardi passivamente, non ne sei bombardato, ne diventi partecipe. Emozionato dalle storie raccontate da un sempre preciso Roberto Saviano, storie che non siamo abituati ad ascoltare in televisione. Emozionato dagli ospiti che vengono a leggere i loro “elenchi” in punta di piedi, non c’è caciara, non c’è esagerazione. Emozionato dagli argomenti trattati, che spaziano dalla lotta alle mafie all’eutanasia. Il tutto con lo stile sobrio che porta la firma di Fabio Fazio, che ci ha abituati ad una politically correctness in molti casi eccessiva, ma che si sposa alla perfezione con una trasmissione di questo calibro.

Vedere Cristiano De André quasi trasfigurarsi in suo padre mentre ci canta Don Raffaè, e subito dopo ascoltare Saviano che ci racconta dei rituali della ‘Ndrangheta, mostrandocene addirittura uno, porta lo spettatore in un costante vortice di emozioni a cui non è sicuramente abituato. E non definiamolo un programma “scomodo”. L’era berlusconiana si avvia alla fine, è bene che ce ne rendiamo conto, non si fa polemica per il gusto di farla, di andare contro. Si fanno delle riflessioni, e si spinge la gente a riflettere. Questo è l’enorme spauracchio di una trasmissione come Vieni via con me. Spinge la gente a riflettere.

Gente che è stata abituata in quest’era di berlusconiana decadenza televisiva ad essere bombardata dai terribili gialli italiani(Avetrana è solo l’ultimo) con occhio morboso, per poi ipnotizzarci e abbindolarci con le tette e i culi a tutte le ore del giorno, inebriati da un nulla imperante che viene propinato al pubblico goccia a goccia, moderne vittime consenzienti di un “Programma Ludovico” di Kubrickiana memoria, con i TG che ci raccontano di gelatai per cani e i reality che ci mostrano la gente al cesso.

In questo panorama desolante, e in questo momento storico preciso, vedere apparire una trasmissione come Vieni via con me non è semplice sintomo di lotta di ideali. E’ una piccola scintilla che si sta riaccendendo, è un’epoca drammatica del panorama italiano che sta andando giustamente a morire, a sparire. Sta cambiando tutto, lentamente, ed è bene rendersene conto. Tra qualche mese guarderemo l’evento Vieni via con me con un altro occhio, ne capiremo davvero il significato. Capiremo che non è stata la trasmissione a cambiare lo stato delle cose, capiremo che è stata la gente a farlo, guardandola, perché ha semplicemente deciso di spostare l’interruttore del cervello sul tasto on. E non c’è rivoluzione più bella che quella intellettuale.

Un ultimo appunto all’intervento politico dei leader di PD e FLI, Bersani e Fini. I due hanno elencato i valori della Destra e della Sinistra, in due interventi sobri, delicati, sereni. E’ stato bello per una volta vedere uno scontro politico per come dovrebbe essere. Senza urla, senza insulti, senza discussioni accese. Hanno parlato, hanno riportato, anche se per pochi istanti, la politica ad una dimensione più concreta, reale, passionale. È stato bello vederlo, lo devo ammettere, con buona pace dei disastrosi scontri verbali visti nei vari talk show d’approfondimento a cui eravamo stati abituati finora. Anche questo un piccolo segno di un cambiamento che sta avvenendo, seppur lentamente.

Tra qualche anno ripenseremo a quest’epoca così sconsiderata dal punto di vista culturale, e rimpiangeremo di essere stati così tanto tempo dimenticandoci quanto sia bello poter sognare, poter riflettere, poter usare il cervello.

Io la speranza ce l’ho ancora, e voi?

alieNazione – In che paese viviamo?

Nemmeno il tempo di una settimana dai voti di fiducia del governo, qualificati come i più ampi di sempre nella storia della Repubblica, che già si parla di elezioni. Eh, eh… La politica italiana? Uno sporco gioco di interessi,  dalla Dc ad oggi.

Gioca squallidamente Gianfranco Fini, come un vecchio “gattopardo democristiano” (come lo ha definito non molto tempo fa il suo ex-alleato Umberto Bossi.) Lo stesso Bossi che fece cadere il primo governo Berlusconi, non dimentichiamocelo. Noi di Camminando Scalzi abbiamo già affrontato la carriera politica del presidente della camera in questo articolo. Perché Fi. si è alleato con Be. ? Che matrimonio è fra una destra laica, istituzionale, con una destra populista, anticostituzionale?

I nostri (non eletti, ma nominati) politici sorvolano i temi e le emergenze nazionali come il lavoro, la scuola,  l’economia e i rifiuti, occupandosi già della campagna elettorale e delle future strategie. Argomenti vuoti che non possono importare a chi perde il lavoro, a chi è precario, a chi vive ancora in casa con i genitori perché è costretto dalla crisi e non è un testone come  di certo lo è il sig. Nano Brunetta (a quanto pare fra nani e testoni al governo ci s’intende). Tantomeno non può interessare a chi perde la vita al lavoro e deve sorbirsi la notizia che Fabrizio Corona è anche ricchione. Già, le morti bianche si susseguono una dopo l’altra, in uno stillicidio che non ha fine.  Eppure, pensa te, si scopre in tv che Fabrizio Corona ha avuto una relazione con il suo mentore Lele Mora. Certo, è una notizia inquietante, che spiega come vanno le cose nello show-biz. Culo per celebrità, oil for food, stiamo lì insomma. Ma in uno squallore che per me è senza fine, scopro che un settore che paga dazio in numero di morti sul lavoro è l’agricoltura, soprattutto a causa di un veicolo fondamentale e pericoloso per i contadini: il trattore.

Voi lo sapevate? In caso di ribaltamento, il conducente è schiacciato dal mezzo stesso e data la natura instabile del veicolo, avvengono di frequente incidenti del genere. Perché non si pone rimedio alla pericolosità di questi veicoli? Che ci vuole? Sembra un’inezia risolvere un problema del genere, ma se ci si perde su questo genere di cose, figuriamoci su problemi più complessi. In che paese viviamo?

Mesi e mesi di rigonfiamento dello scroto a causa delle notizie ad ogni ora della casa di Montecarlo di Fini, che alla fine si è sbugiardato da solo. Dopo essere stato messo alla forca dal dossieraggio sfrenato dei giornali del premier.  Una macchina ben oliata dal sig. Walter Lavitola , direttore dell’ “Avanti!”, che viaggia su aerei costosissimi da un capo all’altro del globo, non si sa da chi pagati anche se  possiamo ben immaginarlo. Tutto questo casino per sputtanare il presidente della camera su una questione che a noi non frega niente. Che tristezza.

Quelli che dovrebbero essere i nostri tutori della giustizia e della pace sono sotto tiro. Il bazooka “regalo” ritrovato fuori al palazzo di giustizia di Reggio Calabria è l’ennesimo indizio di un’escalation intimidatoria senza fine nei confronti dei pm antimafia. Aleggia lo spettro delle stagioni stragiste, il “nuovo” terrore si chiama ‘ndrangheta.

Non si combatte la mafia con le manifestazioni, se pur nobili, della società civile e con le sfilate di piazza dei vari Bersani e Di Pietro. Alla magistratura mancano mezzi e uomini sufficienti per fronteggiare il vasto popolo dell’illegalità. Manca persino la carta. Sembra illogico, per dirla con un eufemismo, in una continua sottrazione di risorse,  spendere ben un milione e mezzo di euro a Palermo per la visita del Papa. Visita durante la quale, tra l’altro, viene negata qualsiasi atto di dissenso, anche innocui e non offensivi, per mano stessa della Digos. Pura follia.

Il 2 ottobre si è svolto nuovamente il no b-day2 , seguito da un silenzio mediatico assordante. A parte il solito balletto teatrale delle cifre (500mila secondo gli organizzatori, 50 mila secondo la questura, qualche saltimbanco secondo il Pdl), la domanda è questa: perché aver fatto una seconda manifestazione contro Berlusconi, se già la prima non l’ha mandato a casa? Lo slogan di quest’anno era “licenziamolo”. Uno slogan divertente, che certifica definitivamente che il popolo viola non è altro che un movimento vuoto quanto lo è la politica di sinistra: perchè sono gli stessi esponenti di sinistra che alimentano il popolo viola, non è certo un mistero. La domanda principale:  a voi ha rotto le scatole solo Berlusconi?  E Pd, Idv ecc. con tutti i loro figuranti che c’erano alla manifestazione… non ci hanno stufato anche loro? Allora perché fare un replay del no-b-day2, che senso ha avuto? Sarei stato d’accordo  con una manifestazione contro la CASTA, formata da questi squallidi attori del teatrino della politica, che pensano agli affari propri e a rovinare la collettività con le loro cricche.

No-casta-day, allora sì, con l’obiettivo di una legge che affidi agli stessi elettori la revoca del mandato dei parlamentari. Sarebbe semplice, ma rimane un sogno.
Siamo un paese di raccomandati e affiliati. Emigriamo?

Il Fini giustifica i mezzi

“Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente”. È cominciato così l’atteso discorso di Gianfranco Fini, che è andato in onda sulle TV nazionali lo scorso 25 settembre. “Evidentemente – ha proseguito – a qualcuno dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di legge uguale per tutti, di garantismo che non può essere impunità, di riforma della giustizia per i cittadini e non per risolvere problemi personali”.

Evidentemente, mi verrebbe da rispondergli, a qualcun altro dà fastidio che ci abbia messo circa quindici anni a capire chi erano i suoi alleati e che, stranamente, se ne sia accorto proprio nel bel mezzo di una crisi di consensi del Governo e del suo leader Silvio Berlusconi. Evidentemente qualcuno non si capacita del fatto che un soggetto come lui si conceda il lusso di immolarsi a vittima di una persecuzione mediatica, facendo la morale alla stessa massa di politicanti che da tempo ha scelto di affiancare.

Ciononostante il suo discorso convincente e rivoluzionario ha riscosso un ampio successo persino tra l’elettorato di centro-sinistra, in un momento in cui sottrarre voti a maggioranza e opposizione richiede lo stesso impegno del rubare caramelle a un bambino.
Statista arguto e calcolatore, nel corso degli anni ha infatti plasmato la propria figura politica adattandola alle esigenze del momento. Mario Segni anni fa lo aveva immaginato come colui che “con la sua fredda astuzia sembra il duca Valentino dei Borgia, che aspetta il logoramento del Cavaliere per proporsi come il vero leader della destra”, e forse persino della sinistra.

Lui che dopo aver marciato a braccetto di Giorgio Almirante come segretario del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, ha poi guidato la presidenza del partito Alleanza Nazionale (AN) per 13 anni, per giungere nel 2008 a fondare il “Popolo della Libertà” assieme al premier Silvio Berlusconi.

Lo stesso Gianfranco Fini che durante il G8 di Genova del 2001 era ministro della Difesa mentre se ne stava nella centrale dei carabinieri di Forte San Giuliano a seguire i noti avvenimenti che oramai tutti conosciamo, dove è difficile pensare che le scelte politiche del suo ministero non abbiano nulla a che vedere con gli atroci scontri che ci sono stati. Deciso a vestire i panni dell’Uomo Forte sino alla fine, ha peraltro scelto di schierarsi acriticamente dalla parte di tutti i poliziotti e carabinieri “sottoposti a un linciaggio” dalla sinistra.

Lo stesso Gianfranco Fini della Legge “Bossi-Fini”, aspramente criticata anche dalle Nazioni Unite per le severe restrizioni previste per gli stranieri che vogliono entrare in Italia e la scarsa garanzia di diritti per gli immigrati che vivono nel Paese.

Lo stesso Gianfranco Fini che non riesce ancora a trovare un linea politica coerente con gli ideali che non ha mai avuto. Colui che, da fascista a compagno, ha costruito la propria figura attorno a un doppiogiochismo che lo ha reso adattabile a qualunque situazione, forse tormentato dal timore di passare alla storia come l’eterno “numero due”.

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Meridiano Zero – E ora che succede?

Come se effettivamente ci fosse qualcuno che davvero non c’aveva creduto, Arcangelo Martino, all’interno dell’inchiesta sulla P3, punta il dito contro Berlusconi; un giro di poltrone, seggi e cotillons che passano dall’Oceania a Prodi a Dini (esiste ancora?!), a Andreotti, a Verdini, fino a Ernesto Sica, un assessore del PDL che ha fatto strada grazie a dossier sulle abitudini sessuali di mezza classe politica.

Ovviamente alla notizia non viene dato il risalto che in realtà meriterebbe, e passa in secondo piano rispetto alle aule sovrannumerarie (cosa reale, per carità, ma io 20 anni fa ero in una classe di 32 persone) o agli spari contro i nostri pescherecci (e la blanda reazione del Governo, come a dire “so’ ragazzi“); ma comunque evidenzia come il Premier sia sempre più solo, ormai abbandonato e tradito.

Gruppo di responsabilità, chi è costui?

Berlusconi ha bisogno di mandare avanti la Legislatura, se non altro per rimettere insieme i pezzi e per evitare di sottostare al giogo del Quirinale. L’attuale crisi potrebbe portare a un governo tecnico, cosa che non è contemplata dal Premier. Ora come ora però è solo. Gli acquisti di Robinho e Ibrahimovic saranno buoni per un pugno di voti, ma tra i banchi di Montecitorio gli attuali subalterni sono personaggi di dubbia provenienza che mal si addicono a una campagna elettorale; avanti quindi con il seggiomercato… E chi meglio di democristiani siciliani come Cuffaro o Mannino per ripartire con stile! Il PdL appare molto più debole di quanto non fosse Forza Italia prima della fusione con AN, Berlusconi deve quindi leccarsi le ferite e rimettere insieme un po’ di nomi per ripartire, sapendo di non poter contare su un Capezzone (ci attendiamo la svolta Leghista a minuti), aspettando un Pierferdinando, sempre più lontano dal PD.

Fini

Fini ormai lo vedono girare con la maglietta del Che e i pantaloni a vita bassa. Attualmente è il personaggio più di sinistra che sa far perdere il sonno a Berlusconi (non che ci voglia molto), e da questa situazione potrebbe guadagnarci notevolmente. La quota di AN pre-PdL era dovuta più alla sua immagine che non a quella del Partito, e probabilmente la simpatia nei suoi confronti è aumentata, sopratutto al centro. Corresse da solo, oggi, potrei scommettere che tornerebbe tranquillamente sulle percentuali di AN.

Lega

La lega è un equivoco che ci trasciniamo dietro da decenni. Senza niente di davvero concreto in mano, se non un mucchio di slogan e una marea di uscite a effetto dei suoi leader, è sempre in mezzo, qualsiasi cosa succeda in Itali,a e ora punta a espandersi verso sud, puntando a Bologna.

Nel caos del PdL, forte dei risultati nei sondaggi (ora è attestata al 10%), il senatùr vuole allargarsi, acconsentendo a spostare addirittura il confine leghista oltre il Po.

PD

Il PD non è pronto. Lo dice Veltroni, come se ci fosse bisogno di sottolinearlo, che non è pronto né nel caso di elezioni anticipate, né nel caso di un governo tecnico. In pratica, ciò che vuole il PD, è continuare a fare l’opposizione e lasciare che Berlusconi giochi le sue carte. Un anno, dice. Un anno prima di mettere in campo una formazione per un dialogo civile. Bersani si incazza, alla fine il Segretario è lui, ma Veltroni fotografa, come se ci fosse bisogno di farlo, ciò che è oggi la sinistra.

“Il Pdl non c’è più.”

Quelle del titolo sono le parole che più sono rimaste impresse nella giornata di ieri, giornata in cui si è svolta l’attesissima “Festa Tricolore”, dove il presidente della Camera è intervenuto e ha finalmente detto la sua in maniera chiara e netta sulla crisi nella Maggioranza.le

Più di ottanta minuti di intervento in cui il leader di Futuro e Libertà ha sparato a zero e si è tolto parecchi sassolini dalla scarpa. Niente nuovo partito, ma a gran voce è stata chiesta una sorta di “rifondazione”. Il Pdl come lo conoscevamo sinora è morto, e se da quella stessa alleanza che ne aveva sancito la nascita provengono le più aspre critiche, è ovvio quanto la crisi sia concreta e palpabile.

È un fiume in piena il Compagno Fini. Bisogna andare avanti con questa maggioranza, ma c’è bisogno di un patto che porti alla stabilità, e punta  a rialzare la posta in gioco. Non più leggi ad personam, non più provvedimenti che non sono nel programma di governo. La priorità va data all’economia. Tra le tante critiche, colpiscono quelle alla Lega (la quale, di tutta risposta, agita lo spauracchio delle elezioni anticipate), con una richiesta di un federalismo giusto che non vada a penalizzare il mezzogiorno. Critiche anche alla situazione delle quote latte e alla situazione della liberalizzazione delle municipalità e all’abolizione delle provincie. Ma non si fermano qui gli attacchi alla maggioranza (ormai Fini ne è fuori, anche se non concretamente). La Gelmini con i suoi provvedimenti sul capitolo scuola è un’altra vittima degli attacchi a distanza del presidente della Camera. Troppi precari, troppo precari. Non è mancata una difesa incondizionata della legalità, con un particolare appunto ai tagli operati ai danni delle forze di polizia.

Ma è sul cuore della folla che Fini fa più pressione, con due argomenti che gli valgono due vere e proprie standing ovation. Il primo è stato la critica apertissima alla recente visita di Gheddafi in Italia (di cui abbiamo parlato qui), dove Fini ha affermato che il leader libico è uno “che non può insegnare niente né sui diritti civili né sulla libertà della donna” (fonte | Repubblica.it). Una totale bocciatura della “genuflessione” del nostro capo del governo nei confronti di Gheddafi e del suo circo ambulante, argomento piaciuto molto alla piazza, che forse si aspettava questo tipo di “condanna” sin dal mattino. Dall’altro lato la pesante critica nei confronti degli ex-colonnelli di AN, oggi fedelissimi dell’Imperatore Maximo Berlusconi: Gasparri, Larussa e Matteoli. Sono “quei colonnelli o capitani, che hanno soltanto cambiato generale e magari sono pronti a cambiarlo di nuovo” (fonte | Repubblica.it). Anche qui applausi e ovazioni a scena aperta. Il Compagno Fini ne ha per tutti, dopo più di un mese di silenzio.

Non manca un accenno agli attacchi personali ricevuti durante questa estate (ne parliamo qui) dalla stampa schierata con il Premier (“il Giornale” in particolare) e dal resto della maggioranza. Insomma, la “cacciata” non è andata proprio giù al presidente della Camera.

Di tutta risposta le reazioni non si sono fatte attendere, con la Lega che alza la voce e insiste sulle dimissioni di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è ormai l’unico esponente concreto di un’opposizione che riesce a dare in qualche maniera fastidio a Berlusconi e ai suoi seguaci. Una scheggia piantata in una mano che continua a fare male e a rendere difficoltosa la situazione politica della maggioranza di Governo. Difficile dire cosa accadrà da qui in avanti, certo è che la rottura è ormai più che evidente, e ci si chiede come mai non si sia arrivati ancora a una vera e propria rottura, con la conseguente caduta del governo e le elezioni anticipate. Le strategie politiche dei vari protagonisti di questa vicenda sono ancora in fase di rivelazione, e se dopo tanto silenzio Fini ha rincarato la dose, forse lo spauracchio delle elezioni non è una cosa temibile come sembrava all’inizio.

Peccato che l’Opposizione, quella vera, probabilmente non saprà approfittare di questa situazione di difficoltà per trarne vantaggio. Ma questa è un’altra storia.