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Il mondo tace

copercina

Negli anni trenta esistevano i lager, i campi di concentramento tedeschi che tutti conosciamo e che una volta all’anno rammentiamo con tanta malinconia. La storia ci ha insegnato che è stato il volere abominevole e illogico del nazismo germanico a partorire l’idea di realizzare i campi di lavoro e sterminio. Spesso immaginiamo tale realtà come un’immagine annebbiata, remota, immergendoci nella convinzione che quegli avvenimenti inumani siano indiscutibilmente conclusi e irripetibili. Troppo spesso crediamo che soltanto un regime nazista potrebbe essere in grado di compiere azioni disumane come quelle attuate dai seguaci di Hitler durante la seconda guerra mondiale, perché siamo saldamente convinti e persuasi che gli altri regimi, più o meno democratici, non riuscirebbero nemmeno a pensare di realizzare orribili follie come i campi di concentramento. Non sto mettendo in discussione la validità di un regime democratico, bensì dubito di quanto siano veritiere le democrazie attuali. Ricordo nitidamente che un mio professore, durante una lezione, mi spiegò che il nazismo è una bestia e che non è sola, perché “nazismo e comunismo sono due facce della stessa medaglia”. Difatti, se ci spostiamo in oriente, più precisamente in Cina, possiamo renderci conto che ciò che un tempo si chiamava lager in Germania e gulag in Russia, oggi, in Cina, si chiama laogai.
I laogai vennero istituiti da Mao un anno dopo la rivoluzione comunista. Egli aveva seguito le impronte di Lenin che aveva aperto i gulag nel 1948 nell’URSS. I laogai, tuttora presenti, vengono spacciati come luoghi dove ci si riforma attraverso il lavoro, così dall’esterno tutto appare come soluzione giusta ed equa ai problemi sociali. Ma in realtà laogai ha tutt’altro significato: significa lavoro forzato; diciotto ore di lavoro al giorno e centoventisei a settimana; significa patire la fame, diventare scheletri viventi, abbandonare la propria famiglia e la vita normale; significa assentire al comunismo totalitario e dissentire alle esigenze democratiche. In parole povere, i laogai sono l’emblema di un paese socialmente arretrato, barbarico e schifosamente inumano. I campi di lavoro cinesi sono la condanna di chi ha osato alzarsi in piedi quando l’ordine impartito dalle autorità era quello di rimanere in ginocchio, di chi ha detto no quando tutti dicevano roboticamente sì, di chi si è opposto alla legge perché voleva tenere il secondo figlio, di chi è stanco e deluso dall’ingiusto regime comunista.
Il tuo portapenne, i tuoi vestiti, il tuo mouse, tutto ciò che ti circonda potrebbe provenire da un laogai poiché commerciare i prodotti fabbricati in questi campi di lavoro è legale. Numerose multinazionali cinesi trovano conveniente vendere le mercanzie dei laogai: dato che la manodopera è gratuita e i profitti sono alti, riescono eccellentemente a esportare tali prodotti nascondendo la reale provenienza – che sarebbe teoricamente illecita – usando il secondo nome del laogai, che è sempre quello di un’impresa commerciale.
I laogai esistono per intimidire e incutere terrore tra il popolo; le loro leggi sono austere e animalesche: fanno il lavaggio del cervello ai detenuti, li obbligano con la tortura e la violenta persuasione a chinare il capo al volere comunista; inoltre, il cibo è scarso e c’è chi mangia i topi trovati qua e là per calmare la fame. Nei laogai il sogno dei detenuti è scappare, ma la fame, le forze esaurite, i dolori che inibiscono i propri voleri lo rendono un’impossibilità. Pensate, l’economia cinese si trova tra queste disumanità! In Cina, quindi, essa non significa affari né commercializzazione, bensì tortura e fame. Ma la cosa più triste è che i prodotti cinesi, inclusi quelli fabbricati nei campi di lavoro, sono sempre più richiesti in tutto il mondo, perciò i laogai e i detenuti sono tristemente destinati ad aumentare, perché per le imprese cinesi il termine laogai significa profitto.
Purtroppo sono certa che non saremo noi a chiudere i battenti dei laogai e quindi dare la possibilità al popolo cinese di
esprimere la loro democratica esigenza di capovolgere il sistema. Ma mi è sufficiente pensare che oggi si parla di questa cruda realtà, quando ieri la disinformazione la celava. Il sogno di Harry Wu – che è stato prigioniero nei laogai per diciannove anni – è quello di riuscire a inserire il termine laogai nei dizionari di tutte le lingue. Io mi auguro, invece, che quel termine possa andare oltre ed entrare nella vita di ognuno di noi, di modo che il mondo smetta di parlare di baggianate e di tacere sulle cose importanti.
Liu Xiaobo, che ha ricevuto un premio Nobel per la pace, scrisse: “l’uomo ha l’intelletto, per questo si crede superiore agli animali e ritiene di poter dominare su tutte le cose del mondo. [...] le infinite regole, leggi, norme, dogmi e teoremi stabilite dalla ragione costringono in maniera evidente l’esistenza a un appiattimento dottrinale, facendo sì che l’uomo sia così limitato dalle sue stesse creazioni da non riuscire nemmeno a muovere un passo”. Dopo anni di tortura e prigionia, Liu Xiaobo è ancora in uno dei tanti laogai in Cina.

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Onore e ricordo per il Tank Man, il simbolo delle opposizioni

Tank Man
Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi Edoardo Bozza, 20 anni, studente di economia con indirizzo banca e finanza presso l’università di Pisa. Edoardo ha sempre provato interesse e passione nei confronti della scrittura e della diffusione delle idee ed è anche per questo che ha deciso di unirsi ai blogger di Camminando Scalzi.it
Supporta ogni forma d’arte, di qualsiasi tipo, purchè sia sincera ed espressa con la massima passione.
Benvenuto!

Cos’è l’opposizione? La forza di fronteggiare, di mettere in discussione o il tentativo di eludere ogni limite a noi illecitamente imposto?

Sinceramente, è un peccato che il termine “opposizione” sia strumentalizzato e assimilato da volti ignobili, non degni di prendere in carico un’attribuzione così solenne.

L’opposizione non è quella della politica; quest’ultima si può chiamare piuttosto “polemica”, “voce nel vuoto” o “sparo nel buio”, a vostro chiaro piacimento. L’opposizione, quella vera, è sopra a ogni virtù o valore morale; essa esclude ogni fuga o spiegamento, lasciando come unica e sola opzione l’affronto a testa alta delle voci forti e cupe di una imposizione illegittima.

Lo chiamavano Tank Man o, in italiano, semplicemente Rivoltoso Sconosciuto.

Egli rappresentò una voce capace di attirare come fossero magneti gli occhi di tutto il globo e ancora adesso, a distanza di anni, quella foto rimane impressa nelle menti e nei cuori liberi, dimostrandosi una figura di grande attualità, soprattutto alla luce dei fatti che tutt’oggi ancora avvengono.

L’opposizione. Un duro colpo a chi vuol portare avanti gli stati, le finanze, la vita dei cittadini, a piacer suo.
La forza risiede nell’animo e forse, talvolta, per il bene di tutti, è d’uopo mettere in discussione ogni propria razionalità e incorrere nell’affronto diretto.
Un piccolo e minuscolo – ma non inutile – uomo, posto immobile innanzi ai ferri del male.
Non si mette in dubbio il buon cuore delle persone, ma i loro pensieri e le loro convinzioni: come sottolineò il The Time all’epoca, “gli eroi nella fotografia del carro armato sono due: il personaggio sconosciuto che rischiò la sua vita piazzandosi davanti al bestione cingolato e il pilota che si elevò alla opposizione morale rifiutandosi di falciare il suo compatriota”.

Il bene esiste in tutti.

Certo è difficile riuscire a far emergere dall’interno di ognuno, anche dal peggior individuo, un sottile velo di bontà… Ma non è un’accettabile giustificazione per compiere atti violenti.

Non si sa cosa sia successo a quel rivoltoso. Varie ipotesi sono state sostenute nel corso degli anni: c’è chi dice che egli sia stato giustiziato e chi invece sostiene che egli sia ancora vivo e che abiti in Cina. In qualsiasi modo, sia egli il simbolo di ogni rivolta e di ogni contestazione, dove le armi e il fuoco non possano avere presa davanti a una candida e inerme camicia bianca.

Innalzate le proteste e i valori, e fate sì che nelle piazze possano udire le vostre voci, cosicché nessuno possa mai battere il pugno.

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Guerre mute o mondo sordo?

Provate a chiedere a chiunque di elencarvi i paesi dove si sta combattendo una guerra. Nella migliore delle ipotesi i conflitti conosciuti non arriveranno a dieci, ma la maggior parte delle persone si limiterà a citarvi i nomi delle guerre famose, quelle di cui possiamo seguire quotidianamente gli sviluppi grazie alle notizie diffuse a raffica dalla carta stampata e dai telegiornali: Israele-Palestina, Libia, Afghanistan, Iraq saranno gli stati che quasi tutti pronunceranno, convinti di aver dato una risposta esauriente.

Purtroppo il triste elenco dei paesi che da anni sono devastati da guerre civili, lotte fra diverse etnie, ribellioni contro tiranni oppressivi e regimi militari è molto molto più lungo. Attualmente nel mondo le guerre in corso sono trentuno. Guerre che causano tantissimi morti ogni giorno e che andrebbero raccontate, tutte quante, senza nessun pregiudizio e senza decidere a tavolino quelle da rendere famose e quelle da lasciare lì, nel dimenticatoio (abbiamo linkato un elenco nell’articolo “La legione dei pacifinti” di Griso, ricordate? ndR).

Ma perché certe guerre diventano l’argomento preferito di tutti i telegiornali e le testate giornalistiche nazionali, mentre certe altre vengono accuratamente evitate? E ancora, perché la comunità internazionale e gli stati definiti “democratici” si battono per liberare alcuni popoli da regimi oppressivi, mentre ignorano e si disinteressano a situazioni altrettanto cruente e disperate?

Per rispondere a queste domande bisogna affrontare l’argomento in un modo decisamente più ampio. Senza scendere nei dettagli di ogni conflitto, ognuno politicamente e strategicamente diverso, si possono trovare delle linee guida che ci aiutino a capire come mai non tutte le guerre sono uguali.

Un’analisi più approfondita della situazione attuale ci porta a individuare tre possibili strategie che in genere vengono adottate dagli stati che esportano democrazia nel Pianeta (per quello che può significare “esportare democrazia”).

La prima consiste nell’intervento armato contro uno degli schieramenti in guerra. L’obiettivo ufficiale è sempre liberare lo Stato in questione dal dittatore o dai ribelli di turno e porre fine alle atrocità che ogni guerra infligge quotidianamente alla popolazione civile. In realtà in questi casi si decide di intervenire in maniera radicale per difendere gli interessi economici che gli stati ricchi hanno nell’area del conflitto, e che vengono minacciati dai nuovi possibili scenari politici generati dalla guerra. Di queste guerre si deve parlare, e i media in genere ci bombardano di informazioni etichettando buoni e cattivi e spingendo gli ascoltatori a schierarsi emotivamente con chi arriva a salvare quei poveri popoli indifesi (uccidendo e usando la violenza, ma questo è solo un dettaglio…).

La seconda è quella che viene chiamata “intervento umanitario o di pace” e che porta, o dovrebbe portare, esclusivamente aiuti umanitari di ogni tipo ai popoli che vivono in un Paese dove si sta svolgendo una guerra. Già parlare di missione militare di pace in un Paese dove si combatte, dovrebbe se non altro destare qualche sospetto sulle reali intenzioni degli stati che aiutano così altruisticamente il prossimo. Mi piacerebbe un giorno capire che cosa significa realmente fare una missione di pace, come se l’arrivo di una marea di militari armati, per di più stranieri, serva a portare la pace in quei posti devastati dalla guerra. La verità è che si adotta questa strategia perché non si vuole volontariamente intervenire nel conflitto, per non interferire con gli interessi delle nazioni ricche che sono economicamente coinvolte, pur scegliendo di essere presenti sul territorio. Anche di queste missioni-non guerre si parla eccome. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di apparire dei pacifisti capaci di rischiare la propria vita recandosi nelle zone di guerra con il solo scopo di aiutare chi soffre?

La terza strategia, sicuramente la peggiore, è il non intervento. Letteralmente ignorare che in certi stati si combatte da decenni, dimenticarsi che quelle popolazioni sono ridotte allo stremo e alla fame, chiudere gli occhi davanti alle numerose morti di civili, di donne e di bambini, e spingere quei posti nel limbo della disinformazione globale, perché si sa, se di una cosa non si parla, di fatto quella cosa agli occhi dei cittadini del mondo non esiste. E dunque silenzio.

Gli interessi economici legati alle guerre dimenticate sono molteplici. Per prima cosa le armi. Queste guerre sono quasi tutte localizate nei paesi poveri, il cosiddetto “Sud del Pianeta”. Paesi che non producono nulla, figuriamoci armi. Dunque il mercato delle armi dei paesi industrializzati è alimentato da quei conflitti silenziosi che chi le produce non ha alcun interesse a far cessare. In secondo luogo la presenza di petrolio e altre materie prime. Si tratta di aree ricche che vengono depauperate, sfruttate e derubate dai potenti del Pianeta senza che nessuno possa intervenire. La guerra aiuta a mantenere vivo il mercato, in modo che sia più facile da gestire e con un margine di guadagno decisamente più ampio. Molte di queste guerre sono sostenute e finanziate da potenti lobby economiche e finanziarie occidentali che hanno interesse a lasciare che la guerra vada avanti indisturbata. Non è un segreto che queste lobby finanzino dittatori e ribelli in cambio di vantaggiose condizioni di sfruttamento di giacimenti di petrolio, oro, diamanti, uranio, koltan, cobalto e rare materie prime ormai indispensabili per la produzione delle più avanzate tecnologie.

Solo per fare qualche esempio, in Sudan dal 2003 ad oggi i due gruppi armati Army (Sla) e del Justice and Equality Movement (Jem) combattono, uniti dal 2006, contro il regime del presidente Omar al-Bashir. Il bilancio è drammatico: circa 300 mila morti, 200 mila profughi fuggiti in Ciad e un milione e mezzo di sfollati interni. Inoltre dalle testimonianze di diversi abitanti e operatori umanitari è emersa la presenza di veri e propri lager dove si consumano le più atroci violenze a danno di guerriglieri e popolazione civile: persone torturate, civili uccisi nei modi più terribili, donne violentate. Anche i ribelli pare si siano macchiati delle peggiori atrocità nei confronti di quella stessa popolazione civile che dichiarano di voler liberare. Una guerra atroce per contendersi il territorio del Darfur, ricco di petrolio. Secondo Amnesty International Iran, Cina, Russia, Bielorussia e alcune società lituane, ucraine e inglesi sarebbero tra i principali fornitori di armi del governo Sudanese. Gli stati Uniti, Israele ed Eritrea invece pare finanzino e sostengano i ribelli.

In Costa d’Avorio dal settembre 2002 a oggi si stimano circa 3 mila morti. Un colpo di stato ai danni del presidente Laurent Gbagbo ha dato il via a una guerra civile che contrappone l’esercito ivoriano e i ribelli delle Forze Nuove, schieramento che comprende tre formazioni armate. Russia, Inghilterra, Romania e Angola forniscono al governo ivoriano armamenti, elicotteri da combattimento e milizie private. I gruppi ribelli invece ricevono armi dal Burkina Faso, da Liberia e Sierra Leone, anche se pare che le armi da loro usate siano principalmente quelle sottratte da depositi e caserme governative occupate. Il Paese ancora oggi versa in uno stato di confusione generale a scapito, come sempre, della popolazione civile, costretta a subire i continui scontri tra governo e ribelli, tra le cui file si registra la presenza di numerosi bambini-soldato. Bambini che non conoscono altro che guerra e violenza. Bambini che dovrebbero giocare e sorridere, invece di uccidere.

Ma queste sono quelle guerre di cui non si deve parlare. Tutto deve filare liscio, niente deve intromettersi nei vergognosi affari di chi si arricchisce grazie a tutta questa violenza. E così vige la regola del silenzio. Silenzio della comunità internazionale, silenzio dei media, silenzio della gente. Ma la disperazione di quei popoli che gridano il proprio dolore, che cercano aiuto, che sperano che qualcuno si accorga di loro, non può e non deve mai più rimanere inascoltata. Probabilmene viviamo in un mondo sordo. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

Nel mondo sono in corso 31 conflitti (Click per ingrandire)

Informazioni e dati tratti da: http://it.peacereporter.net

Nobel in contumacia

Che la cosa avrebbe suscitato feroci polemiche era stato ampiamente previsto. Già in ottobre, all’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiabo, la Cina aveva dato segni di irrequietezza.

Ma la feroce censura, la campagna mediatica e diplomatica per il boicottaggio delle cerimonia il 10 dicembre ha veramente pochi precedenti nella storia del Premio.
Il governo di Pechino, oltre a impedire allo stesso Xiabo di presenziare alla cerimonia di premiazione, ha scatenato nel proprio paese una vasta operazione volta a censurare qualunque riferimento al premio o al premiato. Sono stati oscurati migliaia di siti internet e centinaia di canali televisivi. Per qualche giorno i cittadini cinesi hanno visto persino sparire Oslo dalle carte geografiche. Ma il governo cinese ha operato anche sul fronte estero esercitando forti pressioni nei confronti di molte nazioni per boicottare la cerimonia. Ma, se grandi nazioni come Stati Uniti, Giappone, Francia e Germania hanno risposto picche alle richieste cinesi, altri paesi hanno abbassato la testa.
Così, il 10 dicembre si è consumata la vergogna. Il premio è stato depositato su una sedia vuota e 19 nazioni, tra le quali Russia, Venezuela, Serbia, Iraq non hanno partecipato alla cerimonia all’interno del Parlamento Norvegese. La Cina, oltre a censurare l’evento ha persino creato un premio “alternativo”, il Premio Confucio per la Pace, assegnandolo all’ex vice presidente di Taiwan Lian Chen che, tra l’altro, lo ha rifiutato.

Ma perchè tutto questo astio nei confronti di Liu Xiabo? Chi è costui?

Fino al 1989 era un professore di letteratura di caratura internazionale, riverito in patria e apprezzato all’estero. Nell’anno della protesta di piazza Tienammen, abbandona la sua cattedra negli Stati Uniti e torna in Cina per unirsi ai rivoltosi. Riesce, insieme ad altri capi della rivolta, a fermare il massacro, ma da quel momento diventa uno dei dissidenti politici di primo piano. Arrestato dopo gli eventi di piazza Tienammen, una volta uscito dal carcere ha iniziato la sua attività politica invocando a gran voce un maggiore rispetto dei diritti umani, una reale separazione dei poteri e soprattutto una transizione democratica della Cina attraverso libere e multipartitiche elezioni.

Per queste sue idee “rivoluzionarie” ha raccolto attorno a sé un enorme consenso, specialmente tra le giovani generazioni cresciute durante le prime fasi del boom economico cinese. Di conseguenza, è stato più volte arrestato “preventivamente” in occasioni di eventi e commemorazioni particolari. Tra il 1996 e il 1999 è stato recluso in un laogai (Campo di lavoro) ufficialmente per “disturbo della quiete pubblica”, in realtà per alcune sue feroci critiche rivolte verso la dirigenza del Partito Comunista Cinese. Nel 2007 è stato arrestato e subito rilasciato a seguito di alcuni articoli critici apparsi su dei siti web stranieri. Nel 2008, in occasione dei sessant’anni della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, Liu Xiabo lancia sul web il manifesto “Charta 08”, sottoscritto da lui stesso e da altri 300 intellettuali e dissidenti politici cinesi. Il documento chiede una serie di profonde riforme all’interno dello stato cinese ed è stato firmato da oltre 8000 persone di varia estrazione economica e sociale. Per la sua adesione a “Charta 08” l’8 dicembre del 2008 Liu Xiabo è stato arrestato e detenuto illegalmente fino all’arresto ufficiale il 23 giugno 2009. Nel successivo processo è stato condannato a 11 anni per “incitamento alla sovversione del potere dello stato”.

Questa è la storia di un uomo che ha sempre condotto le sue lotte con metodi assolutamente pacifici, un intellettuale che ama il suo paese e che ha sempre lottato affinché la Cina diventi una grande potenza democratica. Un faro della democrazia che le autorità cinesi hanno tentato in tutti i modi di spegnere, e che a Oslo ha ricevuto la sua consacrazione.

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Corea: Quando la storia minaccia di ripetersi

Esattamente sessant’anni fa, il governo nord coreano, appena nato sotto l’egida sovietica, invadeva proditoriamente la Corea del Sud scatenando quella che gli storici ancora oggi chiamano “La guerra dimenticata”.

Il conflitto che contrappose le due piccole nazioni e che causò quasi tre milioni di morti venne percepito poco e male dall’opinione pubblica europea, ancora sconvolta dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale. La crisi coreana del 1950 fu il primo effettivo banco di prova per la nascente Guerra Fredda, infatti, vide contrapposti da un lato gli Stati Uniti, che appoggiavano la Corea del Sud, e dall’altro il Blocco Sovietico con Cina e Urss dalla parte dei nordcoreani. All’epoca non vi erano interessi economici in gioco, vi era da mantenere un fragile equilibrio tra super potenze ed impedire la deriva della “Marea Rossa”. Anche per questo motivo l’esito del conflitto fu abbastanza scontato lasciando immutati, dopo tre anni di carneficina, confini geografici ed equilibri politici internazionali.

Oggi tra le due coree si torna a sparare ma la situazione geopolitica è radicalmente diversa. I due paesi in questi cinquant’anni hanno preso strade molto diverse.

La Corea del Sud, dopo decenni di instabilità politica e di dittature militari ha trovato, negli anni 80, la strada per lo sviluppo economico, diventando, nel giro di un decennio, un paese altamente industrializzato e con un alto tenore di vita. Al contrario, la Corea del Nord, ha continuato ad essere governata da un regime comunista. Sotto la guida del carismatico Kim-il-sung, il piccolo paese asiatico ha avviato un piano di sviluppo economico totalmente sbilanciato verso l’industria pesante. Questa fase si è dolorosamente arrestata con il crollo dell’Unione Sovietica, lasciando la nazione in condizioni economiche gravissime. Nonostante la vicinanza con la Cina, anch’essa comunista, la Corea del Nord, negli ultimi anni ha inaugurato una politica di isolamento economico e politico che ha aggravato ulteriormente le condizioni della popolazione.

L’attacco all’isola di Yeonpyeong ha interrotto bruscamente oltre cinquant’anni di pace vigile e di rapporti sempre tesi tra le due nazioni. Su quello che è accaduto lungo il confine coreano le opinioni sono, ovviamente discordanti. I sudcoreani sostengono la tesi dell’attacco ingiustificato, i nordcoreani, al contrario, dicono di aver semplicemente risposto al fuoco. L’unica certezza sono i caduti e gli sfollati, prime vittime di una situazione ancora poco chiara.

Se però allarghiamo di poco lo scenario, forse, riusciamo a intuire qualcosa di più.

Nelle cronache economiche di questi ultimi mesi, oltre alla sempre presente crisi globale, ha spesso trovato spazio la “guerra monetaria” tra Cina e USA. Gli Stati Uniti accusano il gigante asiatico di tenere forzatamente sottovalutata la moneta nazionale, il Renmimbi, per mantenere competitive le esportazioni cinesi influenzando così l’intera economia globale. Gli stessi USA sono a loro volta accusati dalla Cina di perseguire una politica volutamente inflazionistica, puntando a svalutare il Dollaro a scapito del debito pubblico. Inoltre, una buona fetta del debito pubblico statunitense è in mano alle banche cinesi che così si trovano nell’invidiabile posizione di poter stringere il cappio attorno all’economia americana a loro piacimento. In quest’ottica, una nuova crisi coreana potrebbe, da un lato portare la guerra sulla porta di casa cinese e rafforzare la leadership USA in Estremo Oriente. Dall’altro lato costringerebbe gli Stati Uniti ad uno sforzo economico militare ulteriore in un grave momento di difficoltà e potrebbe servire al governo Cinese per rafforzare il potere del presidente Kim Jong-Il, eroso dalla gravissima crisi economica che ha colpito la Corea del Nord. Il leader nordcoreano, tra l’altro, ha appena nominato come suo successore il figlio Kim Jong-Un, non particolarmente carismatico e poco apprezzato dal popolo. Un eventuale conflitto potrebbe rafforzare la posizione del futuro presidente. Probabilmente, gli eventi di questi giorni in Corea sono l’ennesima puntata di una nuova Guerra Fredda. Se una volta il nemico era l’Urss, ora è la Cina.

Lo scontro ha perso i connotati ideologici ed è diventato contrasto militare ma soprattutto economico. Le due coree sono solo due pedine nell’immenso scacchiere mondiale.

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Gran Premio di Cina: pioggia uguale spettacolo!

Spettacolare gara di F1, grazie alle mutevoli condizioni meteo. La pioggia, nelle precedenti quattro edizioni, è caduta ben tre volte. Questa volta il tempo è stato più imprevedibile: scrosci d’acqua ad intermittenza con difficoltà di interpretare bene le condizioni; ben 66 pit stop in gara, vicini al record di 72 pit stop del gran premio d’Europa di Donington 1993 (vinse Ayrton Senna).


Come allora, oggi ha vinto chi è rientrato meno volte ai box: Jenson Button. Seconda vittoria consecutiva per il campione del mondo in carica, che si sta rivelando un pilota dal sangue freddo, capace di gestire saggiamente condizioni difficili. Passa al comando del campionato meritatamente. Il suo compagno di squadra Hamilton si è piazzato subito dopo di lui, ma che gara! Innumerevoli sorpassi, duelli spettacolari con Schumacher, Vettel (in corsia box!), Webber (spedito fuori pista). E’ stato sicuramente l’inglesino al centro della scena, ma a conti fatti è battuto per la seconda volta da Button, con la sorpresa di molti addetti ai lavori.  Rosberg, grazie all’intuizione felice di Ross Brawn di tenerlo in pista ad inizio gara con gomme slick, mentre tutti optavano per le intermedie, riesce ad acquisire il podio, un terzo posto che fa morale al team Mercedes, che paga ancora il passo ai Top Team.

Le squadre di punta (eccezion fatta la McLaren) hanno avuto una gara difficile.  Ferrari e Red Bull deludenti rispetto alle aspettative.  Alonso commette un errore che da lui non ci si attende: partenza anticipata e conseguente “drive trough”, penalità che segna la sua gara irreparabilmente. “Sono molto deluso di me stesso, ho visto il via quando non c’era” queste le sue dichiarazioni a fine gara. Vettel e il suo compagno di squadra Webber, partiti in prima fila, velocissimi in qualifica, si perdono in gara. Massa? Demolito da Alonso con un sorpasso prima dei box, scompare nelle retrovie, lotta a fatica per entrare nella zona punti e si piazza nono. Gara molto dura per il brasiliano. Domenicali, il team principal Ferrari, nasconde a fatica il disappunto per questa gara, tutti noi ferraristi rimpiangiamo al muretto Ross Brawn…

Capitolo Schumi: di lui che possiamo dire? Beh Michael ci ha fatto vedere di che pasta è fatto nel difendere la posizione fin quando ha potuto. Ha dovuto battagliare con Hamilton, con Vettel, con Massa facendosi sempre superare ma per la prima volta si è fatto notare ed è stato bello vederlo lì, a lottare come un leone nonostante le difficoltà. La tempra è sempre la stessa, tuttavia paga sempre dazio a Rosberg, con prestazioni non ai suoi livelli. Sei ancora lento Michael.

Cari appassionati di F1, il prossimo appuntamento è Barcellona, un crocevia fondamentale per la stagione.  Si torna in Europa su circuiti storici per il Circus. Molti team porteranno tantissimi step evolutivi, che saranno decisivi per il prosieguo del campionato. Alonso corre in casa ed ha voglia di riscatto, come Vettel, Massa e Hamilton. Vedremo se la Mercedes recupererà il gap con i primi. Tuttavia se ci saranno condizioni stabili, potremo assistere ai reali valori in campo delle scuderie: Ferrari, Red Bull e McLaren sono le squadre da battere.

Cronaca giro per giro

Classifica gran premio

Classifiche mondiali

via | gazzetta.it

Censura, ormai una realtà

L’articolo di oggi ci arriva da Novalgina2Fast, già autore per Camminando Scalzi.it del post dedicato all’iniziativa “Internet for Peace” 

Italy has one of the lowest levels of press freedom in Europe. A 2009 report by Freedom House classified Italy as “partly free”, one of only two country in western Europe (the second being Turkey), also ranking it behind most former communist states of eastern Europe. Censorship is applied in television such as in press for several reasons.”

Trad:

La mappa sulla libertà di stampa nel mondo (2009) Click per ingrandire

“L’Italia ha uno dei livelli più bassi per la libertà di stampa in Europa. Un rapporto del 2009 di Freedom House ha classificato l’Italia come “parzialmente libera“, uno degli unici due paesi in Europa occidentale (il secondo è la Turchia), dietro anche la maggior parte degli Stati ex-comunisti dell’Europa orientale. La censura è applicata in televisione come nella stampa per diverse ragioni.”

fonte | Wikipedia

Ebbene sì, abbiamo un articolo su Wikipedia dedicato alla censura nel nostro paese.

Ma adesso ricapitoliamo i vari passi che hanno portato alla censura di Internet in Italia. Sono stati poco pubblicizzati e poche testate giornalistiche se ne sono davvero occupate; il problema è che il governo attraverso alcune riforme ha progressivamente censurato il web.

  1. Inizia tutto con la legge del 7 marzo 2001 per l’editoria. Secondo questa legge si assimilano i siti web a testate giornalistiche, infatti chiunque pubblichi informazioni periodiche deve registrare il sito presso il tribunale, pena fino a due anni di reclusione.
  2. Legge del  15 aprile 2004, presentata da Giuliano Urbani, decreta che tutti i siti web italiani debbano presentare una copia elettronica del sito presso le biblioteche centrali di Roma e Firenze.
  3. La legge del 27 luglio 2005 per combattere il terrorismo, invece, impone ai provider di tenere traccia di tutto il traffico generato dagli utenti per un periodo di 6 mesi. Praticamente vengono salvate le e-mail, i siti visitati, cosa avete scaricato in p2p (emule, LimeWire e compagnia bella).
  4. I decreti dell’AMMS che nel 2006 e 2007 hanno bloccato tutti i siti di scommesse estere che ormai arrivano a quota 2073, infatti il gioco d’azzardo è Monopolio di Stato e quindi solo l’AMMS può gestirlo, inoltre per la nostra protezione sono stati oscurati anche tutti i siti di pedopornografia.
  5. Vi è anche il progetto di legge dell’ On. Carlucci secondo cui ogni video postato su Youtube, ogni commento su qualsiasi blog o sito internet e qualsiasi operazione effettuata online non può essere anonima, ovvero l’utente dovrebbe identificarsi. Per fortuna questa legge, così com’è stata presentata, non potrebbe essere applicata in quanto, come ha sottolineato l’avvocato Guido Scorza, internet non dà gli strumenti per farlo: ”scrivere il proprio nome e cognome sopra ogni commento o video non è una valida identificazione”.
  6. Infine il decreto Romani, sul quale non mi dilungo in quanto ne ha già parlato in un ottimo articolo Erika Farris qui su Camminando Scalzi.

Non siamo tanto diversi dalla Cina, dove Google ha rifiutato di mettere i filtri richiesti dal governo e minaccia di non fornire più i propri servizi; dalla Turchia, dove il governo ha praticamente bloccato l’uso di Internet alla popolazione, o da qualsiasi paese in cui vige una dittatura, o uno stato di polizia. Non possiamo esprimerci liberamente, l’informazione che riceviamo è filtrata dal governo, ed ogni notizia trasmessa alla televisione lascia spazio a molti dubbi.

Insomma, la censura in Italia è già diffusa e Berlusconi controlla già tutti i mezzi di informazione cartacei e televisivi: non può controllare anche l’informazione libera del web, ma la può censurare con “piccole riforme” rilasciate di anno in anno, che lentamente logorano il diritto di ognuno di esprimersi liberamente.

A questo punto vi chiedo una cosa: pensando a tutte le riforme, alla situazione del nostro paese, al nostro governo, in Italia, siamo davvero liberi di esprimerci?

E soprattutto, credete davvero a tutto quello che viene detto dai mezzi di informazione?

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AnimalsAsia per gli Orsi della Luna

Diamo il benvenuto ad Eva Danese, nuova collaboratrice di Camminando Scalzi.it. Eva è laureata in studi linguistici e filologici, specializzata in traduzione ed è appassionata di scrittura. Tra i suoi argomenti preferiti ci sono ambiente, diritti umani, musica etnica e culture “altre”. Nel suo primo articolo ci parla degli Orsi della Luna, specie animale minacciata dalla deforestazione, dalla distruzione del suo habitat e non solo… L’autrice si è proposta per una collaborazione attiva nella blogzine, quindi di sicuro presto tornerete a leggerla! Benvenuta! 

In una foto Annie mi guarda con i suoi piccoli occhi, che finalmente conoscono bellezza e affetto. E’ seduta sull’erba, le orecchie perfettamente tonde e la luna crescente disegnata sul petto. In un’altra Prince gioca con un gigante ghiacciolo alla frutta. Jasper si rilassa su un’amaca. Sono le splendide immagini di Orsi della Luna finalmente liberi.

Perché gli Orsi della Luna hanno avuto una sfortuna: la loro bile è considerata in Cina e in Vietnam un farmaco tradizionale. Per questo vengono catturati e chiusi in gabbie all’interno delle quali vi è poca possibilità di movimento. Lì, in questa condizione già di per sé tragica, la bile viene loro estratta inserendo un catetere nella cistifellea. Per anni.
Inutile descrivere le pessime condizioni, sia fisiche che psicologiche, in cui si trovano questi orsi quando vengono sottratti ai loro aguzzini. Sottratti, sì, perché Jill Robinson, fondatrice di AnimalsAsia Foundation, nel 1993 ha dato inizio ad un confronto con le autorità cinesi allo scopo di porre fine a questa barbarie. La sua tenacia ha fatto sì che nel 2000 si sia raggiunto un accordo con la China Wildlife Conservation Association e il Dipartimento Forestale del Sichuan. L’accordo prevedeva la liberazione di 500 orsi, dati poi in affidamento alle cure di AnimalsAsia. Si annunciava inoltre la chiusura progressiva delle fabbriche della bile e la produzione di alternative erboristiche alla bile d’orso. D’altronde tale sostanza, prodotta da animali che per ovvie ragioni non possono essere in salute, è risultata alle analisi addirittura nociva, e vari esponenti della Medicina Tradizionale Cinese si sono schierati contro la produzione di tale “farmaco”.
Anche in Vietnam, grazie ad accordi risalenti al 1999 e al 2005, si prevede la progressiva chiusura di questi luoghi orribili, nonostante alcune fabbriche tentino illegalmente di continuare a operare.

Orso della luna (click per ingrandire) foto by AnimalsAsia

Quando gli orsi vengono liberati, sono prontamente ospitati nel Moon Bear Rescue Centre di Chengdu, in Cina, o nel santuario di Dam Tao, in Vietnam, vicino a Hanoi. Le loro condizioni salutari disastrose fanno sì che gli orsi necessitino spesso di operazioni chirurgiche e lunghe cure antibiotiche. Ma non solo. Si cerca di seguire queste creature sfortunate in un percorso di riabilitazione psicologica. L’orso si riappropria dei suoi spazi, impara a interagire con i compagni, conosce il contatto con l’erba, il gusto di un ghiacciolo alla frutta, il gioco.

Ma c’è ancora molto da fare, ci sono creature ancora da sottrarre all’incubo.

Per quanto mi riguarda, ho adottato spiritualmente gli Orsi della Luna. Li sento come amici lontani. Ogni tanto compro loro grossi barattoli di miele. Li sostengo, ricevo loro notizie. Vengo informata quando un nuovo gruppo di orsi viene sottratto alla tortura. Spero nella possibilità di “adottarne” uno, un domani. Ma più di tutto spero che presto le fabbriche della bile cessino di esistere. Nel frattempo, attraverso la foto, posso solo guardare Annie negli occhi e dirle: “E’ tutto finito”.

Per informazioni AnimalsAsia: www.animalsasia.org


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Crisi economica: capitolo cinese

Chi segue Camminando Scalzi si ricorderà che tempo fa ho parlato delle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia degli Stati Uniti. Ciò che non ho detto è che l’attuale crisi affonda le sue radici in un fattore del quale i più non parlano: la sovrapproduzione. Si è raggiunto un punto critico di produzione per il quale i redditi disponibili non sono più sufficienti a garantire il consumo dei beni e servizi prodotti, meccanismo che ha portato all’uso/abuso del debito. Questo discorso vale in primo luogo per il Paesi occidentali ma può essere esteso anche ai Paesi in via di sviluppo. Mentre il super consumatore occidentale è allo stremo e usa le poche energie residue per trovare il modo di ripagare i propri debiti, la nascente classe media dei Paesi emergenti non ha le possibilità economiche per sostituirlo e quindi garantire il continuum nella catena produzione-consumo.

La Cina ha reagito meglio alla crisi rispetto all’Occidente e questo in virtù di fattori quali la velocità decisionale, i conti pubblici in salute, impressionanti riserve valutarie accumulate attraverso l’esportazione dei suoi prodotti, piani di sviluppo incentrati sul lungo periodo, arretratezza e forte controllo da parte del governo dei mercati finanziari. Approfondiamo questi punti.

Quando gli occidentali sentono parlare del partito unico cinese storcono il naso. Ciò può essere comprensibile, eppure in una situazione di crisi come quella odierna il sistema politico cinese si è rivelato più efficace ed efficiente rispetto ai governi democratici. Questo è dovuto principalmente al fatto che le decisioni sono state prese in tempi ridotti consentendo di affrontare con tempestività i problemi. Essere in democrazia, invece, significa dover intermediare una pluralità di interessi differenti e tale processo necessita di tempi lunghi e reazioni lente.

Grazie al basso debito pubblico e alle riserve di liquidità, il governo cinese ha potuto varare piani di sviluppo economici sia di breve che di lungo termine (la cifra iniziale stanziata per i suddetti piani si aggirava intorno ai 500 miliardi di dollari). Quelli a breve servono a tappare le falle causate dalla crisi ma il vero valore aggiunto della politica economica cinese sta nell’aver pensato al lungo periodo, mossa fondamentale per gettare le basi di un’economia sana e prospera. Mentre il governo USA stanziava più di 700 miliardi di dollari per salvare banche e industrie “too big to fail” occupandosi solo dei problemi correnti e non delle necessità future, la Cina ha investito in infrastrutture, ricerca scientifica, istruzione, produzione ad alto contenuto tecnologico. Si può dire che mentre il governo americano si guardava la punta del naso quello cinese scrutava l’orizzonte.

I 500 miliardi di dollari spesi per le misure anti crisi non hanno rappresentato per il partito unico un drammatico problema. Basta sapere che le riserve valutarie estere della Cina sono le più ampie del mondo e ammontano a circa 2.270 miliardi di dollari (fonte Sole24ore). Non solo Pechino ha potuto varare le misure interne necessarie senza erodere la solidità delle casse statali, ma è anche corsa in aiuto degli Stati Uniti continuando a finanziare il debito americano attraverso l’acquisto dei  bonds del tesoro emessi da Washington, nonostante i suddetti titoli, in particolare quelli con scadenza a breve, siano ormai considerati dai più spazzatura. Si è così ulteriormente consolidata la posizione di prima creditrice mondiale che la Cina da tempo ha nei confronti degli USA.

La Cina nell’ultimo decennio si è trasformata nella fabbrica del pianeta e i suoi prodotti hanno invaso ogni angolo del globo. Mentre le potenze occidentali si lasciavano sedurre dai soldi facili – e spesso ingannevoli – della finanza, l’impero di mezzo ha costruito un apparato produttivo senza eguali che poggia le sue solide basi sulle industrie pesanti e manifatturiere ma che sta facendo progressi formidabili anche nelle produzioni ad alta tecnologia. Non smetterò mai di ripetere, ma questa è la mia opinione, che nel mondo di oggi una Nazione può vantare una economia forte solo se ha un settore secondario ben sviluppato e capace di vendere all’estero ciò che produce internamente.

Comunque sia non è tutto oro ciò che luccica. La Cina è una Nazione immensa sia per territorio che per popolazione e i problemi non mancano mai. Non voglio soffermarmi sulle difficoltà interne del Paese, reali o potenziali che siano, bensì su quelle derivanti dalla crisi, soprattutto su una in particolare: ora che l’economia mondiale è in fase stagnante come farà la Cina a mantenere l’impressionante tasso di crescita degli ultimi anni, e dunque consolidare lo status quo di potenza?

La Cina non è ancora pronta ad assumere il ruolo di leader mondiale, questo perché rimane comunque un Paese in via di sviluppo ma soprattutto perché il mondo di domani non sarà come quello che ci lasciamo alle spalle. Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi gli USA sono stati la super potenza dominante – alcuni preferiscono usare il termine “impero” – ma in molti sono convinti che in futuro gli equilibri di potere si sposteranno da una dimensione unilaterale a una multilaterale. Già oggi si vocifera di una possibile leadership globale detenuta da un G2 – USA e Cina – o da un G3 – USA, Cina, Unione Europea -. La Cina non è in grado di “correre da sola” e probabilmente non lo sarà ancora per molto tempo, soprattutto ora che i consumi mondiali sono fermi e il principale partner commerciale, gli USA, è in difficoltà. Chi sosterrà la bilancia commerciale cinese comprando l’impressionante quantità di merci che produce  ed evitando così un dannoso calo delle esportazioni? Il partito unico vorrebbe potenziare il mercato interno ma anche facendo così i consumatori cinesi non potrebbero mai sostituire quelli d’oltreoceano.

Insomma la Cina è sempre più una super potenza eppure ha bisogno più che mai di alleati forti e in buona salute.

Il sole sorge a est eppure la Cina guarda ancora a ovest.

Web-comics
Ospitiamo oggi il famoso vignettista PV. Vi invitiamo a seguire il suo blog, aggiornato quotidianamente, ricco di “originali” personaggi e tanta, tanta satira!