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Il ritorno del Cavaliere (?)
Pensavamo di essercene liberati, pensavamo che sarebbe finita lì, quel giorno di poco più di un anno fa. Bottiglie di champagne stappate a Roma, gente che applaudiva felice l’uscita di scena del più criticato e longevo Presidente del Consiglio della terza Repubblica, scene di giubilo che manco l’Italia ai mondiali ’82. Ma in fondo, diciamocelo chiaramente, ognuno dentro di sé sapeva che sarebbe tornato, che non avrebbe messo un punto lì ), in quel momento storico (da qualche parte leggevo “un tempo si andava ad Hammamet nella vergogna”). Un anno di “governo dei tecnocrati”, un anno in cui le forze politiche si sono trovate disorientate, delegittimate e hanno visto la fiducia del popolo elettore nei loro confronti scendere sempre più in basso, con la crescita dei vari “grillini” (dedicheremo un approfondimento a proposito sulla situazione attuale M5S) e compagnia; un anno di tentativi per tenere su un governo che doveva salvarci dalla crisi mettendo le pezze dove ce n’era bisogno.
Questa non è una barzelletta
Non si sa se ridere o piangere. La candidatura di Silvio Berlusconi alle prossime elezioni politiche come leader del PdL è una notizia che non dovrebbe fare felici neppure i suoi più strenui sostenitori. Sia che lo si veda come un grande statista che come un cancro dell’Italia, la sua figura occupa la vita politica e sociale del paese da vent’anni. In qualunque democrazia che aspiri a definirsi degna di questo titolo, un tale prolungato predominio non è mai sintomo di buona salute. Non è “solo” il ricambio generazionale che manca, ma anche il naturale evolversi di idee e metodi. Il fossilizzarsi di una figura di potere per tanto tempo comporta un parallelo incancrenirsi del progresso di una nazione. Se poi la figura in questione, volendo essere clementi, non ha brillato per efficacia, lungimiranza e capacità politica se non quando occupato a risolvere questioni attinenti alla sua smisurata sfera di interessi privati (cioè la quasi totalità del tempo), la prospettiva di vedere prolungarsi la durata del suo governo assume i caratteri di un incubo.
Soffermandosi sulle dichiarazioni rilasciate a corollario dell’annuncio, per una volta non si può che essere d’accordo con Berlusconi. Il motivo ufficiale della decisione è “salvare il PdL”, che altrimenti “sprofonda”. Ora, se questa non è un ammissione di ciò che i suoi oppositori sostengono da tempo, poco ci manca. Semplicemente, il PdL non è un partito ma un insieme di gente a cui il leader è allo stesso tempo creditore e debitore. La successiva frase è un boomerang affilato: “Se alle prossime dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto diciotto anni di impegno politico?”. Già. Se l’assenza di Berlusconi comporta un tale sgretolamento del consenso, in cosa consiste quanto fatto dal 1994 a ieri se non, come detto, curare i propri interessi e la propria incolumità giudiziaria? Al contempo, queste poche parole costituiscono una pietra tombale sulla stessa dignità politica dei numerosi soggetti che come cortigiani hanno popolato la corte del sultano e, malauguratamente, anche le istituzioni, primo fra tutti il delfino Alfano, a dire il vero mai credibile (e creduto) nel ruolo. Infatti, uno dei paladini di Berlusconi anche in tempi recenti, Giorgio Stracquadanio ha annunciato il suo abbandono del PdL perché “il partito non esiste” e “Berlusconi è al tramonto”.
Un sondaggio Ipr per Repubblica.it ha mostrato come la candidatura di Berlusconi, a dire il vero, non offra vantaggi rispetto a quella, ormai decaduta, di Alfano. Che significa? Che anche gli stessi elettori ancora legati al centrodestra da lui “creato” non sono più sensibili come un tempo al fascino del loro idolo, a dire il vero profondamente minato dagli scandali sessuali e dalle oggettivamente terribili condizioni in cui i suoi numerosi mandati hanno lasciato l’Italia.
Soprassedendo alla mancanza di pudore (tradotto, con che faccia si candida?), possiamo permetterci altri anni di conflitto di interessi, barzellette, Tremonti, “sono stato frainteso”, legittimo impedimento, “rivoluzione liberale”, presidenti operai, olgettine, “un milione di posti di lavoro”, controllo dell’informazione, pericoli rossi, delegittimazione della magistratura, etc?
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Il panorama politico italiano: una cartolina poco allegra
La politica italiana sta vivendo un periodo inconsueto e parecchio intenso. Il governo Monti non sta semplicemente supplendo alla temporanea mancanza di un accordo di governo tra la forze politiche, ma dà l’impressione di colmare l’assenza di capacità rappresentativa e gestionale della sovranità popolare. In questo senso, Berlusconi assume il ruolo della chiave di volta che per quasi vent’anni ha sostenuto l’arco politico italiano. Caduta la sua ingombrante (e per molti imbarazzante) figura, sia l’ex maggioranza che l’ex opposizione sembrano aver smarrito i propri riferimenti. Se da un lato ciò è comprensibile per il PdL, non essendo altro che il luogo di aggregazione di un esercito di persone che a vario titolo hanno banchettato per anni con le briciole che cadevano dalla mensa del padrone, molto più enigmatica appare la posizione del PD. Quello che era nato come il futuro del centrosinistra italiano, sostenuto da un’importante bacino potenziale di elettori, è attraversato da pericolose frizioni fra le varie anime. Dispiace dover riconoscere la veridicità di affermazioni molte volte ripetute come un mantra da esponenti politici del calibro di Gasparri o La Russa, ma se le cose proseguiranno nella direzione attuale è indubbio che l’antiberlusconismo sia stato il principale, se non unico, collante di una corazzata al suo interno forse troppo eterogenea.
La seconda Repubblica è stata caratterizzata dal berlusconismo in tutte le sue forme, non ultima l’esasperata personalizzazione del confronto politico a scapito delle idee. Per anni si è prestata molta più attenzione alla scelta del leader che alla costruzione di un progetto politico. L’entrata in scena di Monti ha sparigliato il gioco. L’uomo forte è arrivato da fuori, oscurando i pretendenti al trono delle varie parti. Sia Alfano che Bersani faticano a imporre la propria figura sulla scena. Probabilmente ciò non fa altro che accelerare l’evoluzione della politica italiana verso un inevitabile, auspicabile futuro, in cui le idee e i programmi torneranno al centro del confronto. Ma la strada è ancora lunga, a giudicare dallo spettacolo offerto da coloro che tra un anno dovrebbero prendere le redini del paese.
Scorriamo la scena da un capo all’altro. Cominciamo dalla sinistra extraparlamentare. Sia i comunisti che SEL sono da qualche mese in quieta attesa. Dal punto di vista elettorale non è forse una scelta sbagliata. Visto l’esecrando caos che regna sul terreno di gioco, defilarsi momentaneamente rischia di bastare per impressionare positivamente nel confronto con gli avversari.
Il PD è in preda al terzo principio della dinamica: a ogni affermazione di un papavero del partito corrisponde una dichiarazione uguale e contraria da parte di un altro, tale che il messaggio politico trasmesso sia nullo. È la realizzazione perfetta della famosa massima “poche idee ma confuse”. Dilaniato dal prolungarsi del conflitto fra i sostenitori dell’alleanza con IdV e SEL e i sempiterni inciucioni che spingono verso il matrimonio con il Terzo Polo, il PD precipita nell’immobilismo. Per di più, il pur necessario sostegno incondizionato al governo Monti non è esattamente un ottimo spot elettorale (vedasi la sofferenza di essere “costretti” a votare sì alla riforma del lavoro pur volendo venire incontro alla CGIL). Le due anime del partito dovranno trovare una sintesi prima delle elezioni politiche, a meno di salutarsi definitivamente. Tuttavia, non si capisce l’appeal di un ipotetico partito di centrosinistra appiattito su posizioni centriste. Né si può continuare a definirsi progressisti senza esprimere una posizione coerente su temi cruciali quali la laicità dello Stato, le questioni etiche (prima fra tutte, quella delle coppie omosessuali) e il futuro dell’economia di mercato.
L’IdV non può nascondersi come fa SEL, sedendo in Parlamento, per cui non sostiene a prescindere il governo Monti ma non fa neanche un’opposizione a priori come la Lega. In realtà attende di conoscere le intenzioni del PD sulle alleanze prima di impostare la sua futura campagna elettorale. Il tempo, tuttavia, stringe.
Il Terzo Polo col governo Monti va a nozze. Talmente a nozze che gli interrogativi sulle prossime mosse della coalizione non sono tanto sui programmi quanto su come Fini, Casini e Rutelli gestiranno la facile transizione tra Monti e il loro candidato premier. È scontato che la loro campagna elettorale verterà sull’intenzione di sfruttare la scia del governo uscente. Indubbiamente, i centristi sono quelli che meno faticano a premere il tasto verde nelle votazioni.
Non è esattamente il caso del PdL. La situazione del pilastro centrale della vecchia maggioranza berlusconiana è speculare a quella del PD, con la differenza che qui la confusione è causata da un’assoluta mancanza di progettualità politica, eccezion fatta per li tentativo di mantenere le posizioni di comodo conquistate. Non è un caso se le uniche dichiarazioni di rilievo sono quelle di veto nei confronti del governo su materie come giustizia, RAI, etc… Per di più, Berlusconi risulta ancora una figura ingombrante nel partito, pur rimanendo in posizione defilata. La sua ombra lunga oscura in parte Alfano, che peraltro non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta di delfino designato dall’alto e a imporre la propria individualità. Come per il Partito Democratico, assumere una connotazione puramente centrista non avrebbe senso, ma affinché il PdL diventi una matura forza di centrodestra occorrerebbe rinnegare i punti chiave dell’operato del fondatore, a cominciare con la delegittimazione e la destrutturazione del sistema giudiziario. Una passo, questo, impossibile da compiere, per mancanza sia di volontà che di capacità, per la maggioranza del partito. Una così radicale svolta politica in tempi così ristretti determinerebbe la fine del PdL. La fortuna del partito degli ex (?) peones di Berlusconi risiede nella storica immaturità politica del suo elettorato, tuttavia l’onda di sfiducia popolare nella politica rischia di disaffezionare anche i più irriducibili paladini di Silvio, soprattutto se quest’ultimo, come sembra probabile e come si spera, resterà fuori dalla contesa.
Arriviamo alla Lega. Liberatasi dall’ormai soffocante alleanza con il PdL, la Lega è tornata a tempo pieno al ruolo di partito di opposizione senza quartiere. Tuttavia, Bossi sembra aver perso il suo ascendente sulla base e i suoi sproloqui, seppur con estremo ritardo, cominciano a stancare gli osservatori. Difficilmente la Lega cambierà registro rispetto alle abituali proposte indecenti e gli estremisti xenofobi, nella speranza, come al solito, di raccogliere consenso accarezzando gli istinti peggiori. Di certo il simulacro dell’onestà e della purezza, anche per chi ci credeva, sta per cadere definitivamente, travolto dagli scandali in Lombardia, il cuore pulsante della Lega.
Ufficialmente fuori dagli schemi, ma con tutte le intenzioni di entrarvi, il M5S di Grillo non attraversa il suo momento migliore. Anzi, le dimostrazioni di insofferenza di alcuni membri verso le linee guida decise dal suo fondatore mettono a nudo la sua principale debolezza, la poca libertà di autonomia da Grillo, il quale è, peraltro, l’unica figura attualmente in grado di garantire un minimo di visibilità al movimento. L’exploit alle ultime regionali, tuttavia, è ancora presente nella memoria di tutti e non è detto che i grillini non possano ripetersi, magari pescando nel mare di indecisi e/o schifati dalle forze politiche più convenzionali.
Eppure due fattori rischiano di incidere sul famigerato teatrino della politica più di qualunque intenzione di voto: la prossima tornata di elezioni amministrative e il malcontento nei confronti di una classe dirigente che per troppo tempo ha trascurato il bene del paese (quando non ha intenzionalmente giocato contro) e il suo proprio tornaconto, sopravvalutando la capacità di sopportazione della gente. I continui scandali che esplodono a cadenza quasi settimanale e che richiamano alla mente la triste epoca di Tangentopoli (sempre che non ci si trovi di fronte a qualcosa di peggiore) non aiutano, eufemisticamente, il riavvicinamento dell’opinione pubblica alla classe politica. Al momento è difficile prevedere quale sarà lo scenario da qui a un anno, specialmente se quei due fattori dovessero combinarsi, come appare assai probabile. Se, infatti, alle amministrative trionfasse il partito dell’astensione e gli altri dovessero accontentarsi di briciole distribuite in maniera diversa da quella a cui siamo abituati, la campagna elettorale per le politiche sarebbe inevitabilmente stravolta. A meno che quelli che si candidano a rappresentarci non abbiano optato per l’harakiri o, peggio, non si accorgano della slavina che potrebbe travolgere loro e l’intero paese e decidano di continuare nella direzione attuale.
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Il ragioniere
Secondo me, qualcuno, là fuori, non ha le idee chiare.
E così arrivano i colletti bianchi. Tutti belli a modo loro, con i completi scuri, i capelli raccolti, i tailleur al ginocchio. Basta veline, abbiamo bisogno di credibilità, di gente seria, vendibile. Tutti con 2 o 3 cognomi, mica una Carfagna qualsiasi.