“Un simbolo dell’Africa? Tutto il continente sulle mie spalle? Pesa decisamente troppo. No, non credo di essere un simbolo. Semplicemente la gente mi dimostra tutta la sua simpatia e il suo affetto. “
(Miriam Makeba)
Le donne hanno (s)oggettivamente una marcia in più, ma spesso credo abbiano bisogno di riscoprire la bellezza dell’appartenenza a un genere a volte troppo difficile da amare, ma soprattutto in cui potersi riconoscere. Ci sono donne di cui vale la pena parlare perché hanno qualcosa da insegnarci, sono qualcuno con cui poter identificare le parti migliori di noi, e Miriam Makeba è sicuramente una di queste.
Miriam Makeba, conosciuta anche come Mama Afrika, è stata una cantante sudafricana nota per il suo impegno politico e sociale, ma soprattutto perché questo impegno non è stato solo un demando, un “patrocinio morale” alle buone intenzioni, quanto piuttosto un senso di responsabilità e appartenenza etnica che in lei ha trovato corpo, accoglienza e soprattutto voce. Miriam nacque il 4 marzo 1932 a Johannesburg; la madre era una sangoma, ovvero una sciamana dei popoli Nguni, mentre il padre, morto quando sua figlia aveva 5 anni, apparteneva agli Xhosa, gruppo etnico dell’Africa centrale. Miriam ha sempre coltivato la passione per il canto, partecipando a numerosi concorsi canori, e prendendo parte a matrimoni e funzioni religiose.
Gli anni ’50 sono gli anni dell’ascesa per la giovane Miriam Makeba, soprattutto dopo la formazione del nuovo gruppo The Skylarks, capace di unire jazz e musica tradizionale africana. Ma gli anni ’50 sono anche gli anni dell’apartheid, termine afrikaans usato per definire la segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel 1954 e rimasta in vigore fino al 1990. Hendrik Frensch Verwoerd, definiva l’apartheid come “una regolamentazione di buon vicinato”, che poi tanto buono non doveva proprio essere visto il suo inserimento nella lista dei crimini contro l’umanità. Ed è invece proprio l’umanità quella che Miriam Makeba ha deciso di abbracciare idealmente con la sua voce calda e femminile, capace di trasportare sulle onde della musica anche un po’ delle oppressioni e del dolore di chi le ascolta.
Il successo da Miriam Makeba, nei termini di affetto e stima del popolo sudafricano, è costato alla cantante un esilio di ben trent’anni, imposto dal governo di Pretoria dopo il suo primo tour negli Stati Uniti.
Da lì nel 1960 Miriam partecipa a un documentario anti-apartheid dal titolo “Come Back, Africa“, che la porterà a trasferirsi a Londra e poi ritornare successivamente in America. Il legame con la terra d’origine non viene reciso, attraverso il rapporto con Nelson Mandela, impegnato allora nell’”African National Congress”, ma soprattutto grazie alla musica, mezzo reale, concreto e alla portata di tutti. Nel 1966 Miriam Makeba riceve un Grammy per l’album An Evening with Belafonte/Makeba, manifesto della situazione della popolazione nera sotto il regime dell’apartheid, ma soprattutto nel 1967 pubblica la canzone che la porterà ad una fama mondiale, Pata Pata; questa canzone, divenuta famosa in Italia soprattutto come riadattamento per una nota marca di gelati (e ho detto tutto), rappresenta un inno alla vita, nella semplice descrizione di una ragazza che ama ballare e muoversi. Questa canzone, all’apparenza banale, ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, il desiderio del popolo nero di riscoprirsi libero e fermo nel conquistare il diritto a vivere una vita normale. Miriam affronta un’altra sfida, nel 1968, con il matrimonio con l’attivista radicale Stokely Carmichael, figura controversa nel panorama americano, tanto da comportare un calo drastico di concerti e contratti. A quel punto la Makeba decide di trasferirsi in Guinea, dove svolge il ruolo di delegata per le Nazioni Unite, vincendo il Premio Dag Hammarskjöld per la Pace nel 1986.
Finalmente nel 1990 Nelson Mandela convince la Makeba a ritornare in Sudafrica, dove continua con ancora più forza il suo impegno sociale, in una terra che è finalmente la sua terra. Miriam Makeba muore nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008 a Castel Volturno, dopo essersi esibita in un concerto a favore di Roberto Saviano. Il concerto, a detta di cronaca, non è stato un gran successo a causa della scarsa partecipazione, ma Miriam non ha saputo dire di no ai pochi nordafricani delle baracche campane che la acclamavano al grido di “Pata Pata”. Miriam Makeba muore lontana dalla sua terra, che ha coltivato negli anni della distanza, della mancanza, del dolore per non essere a lottare in prima linea; Miriam Makeba, come sottolineato dai figli della cantante, è morta a Castel Volturno, che è comunque un pezzetto Africa.
“Era il 15 maggio 2004 quando la Fédération Internationale de Football Association (FIFA) annunciò l’assegnazione dell’organizzazione dei mondiali 2010 al Sudafrica”, scrive il ricercatore Antonio Pezzano dell’Università Orientale di Napoli sul numero di aprile della rivista Babel: il trimestrale della Ong fiorentina COSPE.
Era appena stata annunciata la “grande occasione” dell’intero continente africano e della sua estrema punta sud… Già Nelson Mandela aveva parlato di “nazionalismo sportivo”, considerando lo sport come un possibile collante per stimolare l’unità del Sudafrica. Lo stesso principio che guidò i Mondiali di Rugby del 1995, che hanno peraltro ispirato la recente pellicola cinematografica di Clint Eastwood: “Invictus”. Successivamente lo stesso Thabo Mbeki vide nei Mondiali un’occasione storica per mostrare al mondo intero il nuovo volto del Sudafrica democratico, sfruttandone l’impatto sull’economia e lo sviluppo del Paese. “Ma l’idea che una grande manifestazione come la Coppa del Mondo possa contribuire al rilancio della crescita economica – sostiene Pezzano – è sminuita dal ruolo che, in un’economia globale, hanno i grandi potentati internazionali nel gestire il business dei grandi eventi sportivi che, seppure si svolgono ormai su diversi palcoscenici internazionali, lasciano ben poco spazio ai profitti locali”.
Pubblicità, diritti televisivi e licenze per la vendita dei prodotti del Mondiale sono infatti direttamente gestiti dallaFIFA, e i più grossi appalti legati alla realizzazione delle opere sono stati assegnati a ristrettissime élite. I 500 mila posti di lavoro creati dalla preparazione dell’evento spariranno non appena la squadra finalista alzerà la Coppa del Mondo in segno di vittoria. Due terzi dei 3,2 miliardi di Euro dati dal governo come contributo ai preparativi del mondiale sono stati spesi per gli stadi e le infrastrutture, che in molti casi rimarranno cattedrali nel deserto. Una cifra simile è stata destinata alle infrastrutture di trasporto, ma poche avranno realmente un’utilità quando la manifestazione sarà conclusa. Il resto del budget è andato soprattutto per la sicurezza (più di 200 milioni di Euro), per rendere più efficaci le misure di controllo dell’immigrazione(circa 60 milioni di Euro)e per televisioni e telecomunicazioni (circa 30 milioni di Euro).Poco più di 20 milioni di Euro sono poi andati alle infrastrutture sportive in comunità svantaggiate e altrettanti a comunicazione, cultura, arte.
Spese sostenute da un Paese in cui un terzo della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà e oltre il 10% dell’intera popolazione è affetta da HIV/AIDS, con circa due milioni di orfani causati dalla malattia. Uno Stato in cui il tasso di disoccupazione “allargata” è intorno al 40% e in cui un terzo della popolazione è occupata in attività informali, come il commercio ambulante di cibo e bevande, gadget per tifosi e souvenir per turisti, che saranno peraltro vietate durante il periodo dei Mondiali nelle vicinanze degli stadi, a vantaggio delle aziende autorizzate dalla FIFA e dal Comitato organizzatore, come la McDonald’s. In una nazione che, assieme al Brasile, si classifica come uno dei Paesi con maggiore diseguaglianza sociale, dove il 10% delle famiglie più ricche ricevono ben più della metà del reddito disponibile.
“Forse l’immagine più viva di questo Sudafrica – prosegue Antonio Pezzano – sono proprio le masse di poveri che entrano in rotta di collisione con i preparativi del mondiale. Quei poveri che vivono negli insediamenti informali o popolano le strade dei centri urbani, nel tentativo di sbarcare il lunario, che in vista dei Mondiali sono stati deportati a decine di chilometri di distanza dai luoghi che ospiteranno lo spettacolo della Coppa del Mondo, in periferie povere e segnate dalla criminalità e dall’assenza di servizi sociali. Un’immagine che riporta alla mente gli anni più bui del regime dell’apartheid in cui si “ripulivano” le zone centrali riservate ai bianchi deportando forzatamente i residenti di interi quartieri in periferie isolate e prive di servizi”.
Una grande occasione, quindi. Resta solo da stabilire per chi…
Gli alieni sono tornati sulla terra e questa volta l’hanno fatto sotto la regia di Neill Blomkamp e la produzione di Peter Jackson.
La locandina del film.
Dopo un marketing virale portato avanti, nel nostro paese, dalla Sony Pictures durato per settimane dove abbiamo visto lo stadio Tartini del Parma FC nella partita contro il Palermo con un intero settore chiuso (vedi foto) ed uno striscione che recitava “Area riservata ai non-umani”. La stessa squadra che nel prepartita della settimana precedente indossava magliette con su scritto “In campo per i non umani“.
Alla sua prima volta come sceneggiatore Blomkamp (più noto per il suo lavoro con gli effetti speciali che per la regia) ci propone l’arrivo di un’astronave aliena nei cieli di Johannesburg che, dall’arrivo negli anni 80, è rimasta sospesa sulla città senza apparenti segni di vita.
Già, non sempre questi alieni vengono sulla terra per invaderla e distruggerne la popolazione e quelli che hanno queste intenzioni, di solito, si fiondano sulle grandi città americane e non in Sud Africa. Ma torniamo alla trama del film:
Sono passati 20 anni da quando la nave è arrivata sulla terra e solo l’invio di truppe speciali su di essa ha rivelato la presenza degli alieni in pessime condizioni, profughi dal proprio pianeta. Dopo questa scoperta i “gamberoni” (è così che vengono chiamati gli alieni nel film) sono stati portati a terra dove vivono attualmente in una baraccopoli che prende il nome di District 9.
Si arriva ai giorni nostri, dunque, dove è compito di una società privata, l’MNU (Multi-National United), la gestione del distretto 9. Una società che ha più interesse per la tecnologia aliena che per la salute di questi.
Ed è nel quartier generale di questa che vediamo Wikus van de Merwe (Sharlto Copley) che viene messo a capo di un’operazione di sfratto degli alieni che, proprio come degli immigrati, cominciano a dare fastidio con la loro sola presenza alla popolazione di Johannesburg.
La pellicola si evolve seguendo la vicenda di Wicus con la telecamera che è parte integrante del racconto. Pare finita l’era delle telecamere fisse e delle inquadrature tradizionali; molte scene del film sono girate in handycam da fittizie troupe televisive che seguono i protagonisti, alcune ci vengono proposte anche sottoforma di collegamento dei tg locali.
Il tutto per rendere lo spettatore più coinvolto nella realtà alternativa creata per lui, e questo funziona, a patto di avere dei posti a sedere quanto più possibile lontani dallo schermo per evitare di impazzire o di avere la nausea nel tentativo di seguire le immagini che si susseguono.
In conclusione il regista sudafricano ci propone con “District 9” un film profondo nascosto sotto il velo della fantascienza e lo fa mostrandoci un mondo dove gli alieni, emarginati dalla società in quanto diversi e chiusi in -quello che è in pratica- un campo di concentramento dove sono tutti schedati e marchiati, appaiono più “umani” degli stessi terrestri sia nel modo di agire che di pensare. Allora ci si rende conto che non a caso è stato scelto il Sud Africa come ambientazione del film, si ritorna con la mente alle pubblicità viste prima dell’uscita del film e, oltre agli esempi italiani già citati, spiccano le panchine e le fermate dei bus di Chicago, e appaiono chiari i richiami alle panchine per neri separate da quelle per bianchi, i ghetti (bantustan) e tutte le altre cose viste nel reale Sud Africa fino a metà degli anni 90 a causa dell’apartheid.
Un film da vedere quindi? Sì, ma solo se si è consci del fatto che non è “La Guerra dei Mondi” o “Starship Troopers“. E’ un film che punta a dare un messaggio diverso; un messaggio che, gamberoni a parte, non è poi tanto lontano dalla nostra realtà.
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