Incuriosito più che altro dalla performance di Michelle Williams – la dolce Jen di Dawson’s Creek e vedova del compianto Heath Ledger – sono andato a vedere Marilyn senza troppe aspettative… Simon Curtis è regista e produttore televisivo al suo esordio al cinema, così come lo sceneggiatore Adrian Hodges. Per una volta ho lasciato perdere i dubbi e mi sono affidato alla Williams e a Kenneth Branagh, che solitamente non scelgono i copioni a caso. Ho fatto bene.
Marilyn è prima di tutto un bel film inglese, per cui se non amate particolarmente i tratti caratteristici del cinema oltre manica pensateci bene prima di comprare il biglietto… Ma chiunque abbia apprezzato film come “Il discorso del re” o “The Queen” può entrare in sala fiducioso.
Dico che è prima di tutto un film inglese perché non si tratta di un classico biopic di Marilyn Monroe: non si rimane su di lei tutto il tempo e non si racconta la storia della sua vita. Il film è basato sui diari di Colin Clark, un assistente alla regia de “Il principe e la ballerina” di e con Laurence Olivier (1957). Tale Clark ha frequentato in maniera piuttosto ravvicinata la donna che all’epoca rappresentava il concetto di bellezza e sensualità in tutto il mondo. Il film racconta proprio questa relazione, quindi si concentra su un periodo piuttosto breve della vita di Marilyn… E questa scelta si rivela vincente.
Marilyn dà per scontate un sacco di cose, pertanto chi voleva approfondire la sua conoscenza della famosa diva platinata dovrà ricorrere ad altri sistemi, ma la sceneggiatura ha un ottimo ritmo, buoni dialoghi, personaggi psicologicamente ben disegnati e quindi riesce a raccontare nel migliore dei modi una buona storia, in cui Marilyn Monroe è solamente uno dei personaggi. Pensate che nella prima metà del film la Williams compare solo in cinque o sei scene, privilegiando uno spaccato sulla produzione cinematografica che diverterà ed esalterà chi conosce questo mondo un po’ più da vicino.
La regia è corretta e trasparente, ben cosciente che non è lei il piatto forte del film, bensì la recitazione. Infatti troviamo un Branagh al massimo della forma (come lo non vedevamo da un bel pezzo, sinceramente) e soprattutto lei, Michelle Williams, che è semplicemente incredibile. Sono sempre un po’ restìo quando leggo i commenti esaltati dei critici di professione (che spesso sono pagati per parlare bene e basta), ma stavolta è tutto corretto: la Williams non è solo credibile, ma assolutamente convincente.
È la classica parte che spinge la giuria degli Oscar a strapparsi vesti, mutande e capelli, quindi aspettiamoci pure l’agognata statuetta per la già due volte candidata (“I segreti di Brokeback mountain”, 2005 e “Blue Valentine”, 2010).
Attorno alle due colonne attoriali portanti girano Eddie Redmayne, che abbiamo visto nella mini serie de “I pilastri della terra”, Judi Dench, Toby Jones, Julia Ormund e una parte più modesta per la bella Emily “Hermione” Watson.
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Obi-Fran Kenobi, classe 1982, è un artigiano delle parole. Scrive recensioni, articoli, racconti, sceneggiature per il cinema e per i fumetti, giochi di carte, liste della spesa… Più o meno tutto quello che si può scrivere utilizzando le parole.
È appassionato di lettura, scrittura, cinema, serie tv, videogiochi, musica rock, scienza, religione, meditazione e una quantità smodata di altri argomenti.
Ha un suo blog personale chiamato “Cronache di un disadattato” (http://www.obifrankenobi.it), è l’autore della “Guida niubba per niubbi a Team Fortress 2″ e ha scritto anche per Nove da Firenze (http://www.nove.firenze.it).
Per Camminando Scalzi, oltre a scrivere occasionalmente, è revisore.
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