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Il meta-cinema da Blair Witch Project a Paranormal Activity

Cinema, Cultura e Spettacolo, Featured — By Obi-Fran Kenobi on 11 febbraio 2010 11:48

Immagino sarete già completamente rincoglioniti dalla pubblicità massiva adoperata per mandare più gente possibile a vedere Paranormal Activity, il nuovo “film costato niente ma fatto troppo bene veramente cioè, ha pure spaventato a morte Stiven Spilberg, terendiconto?”. Se ne parla ovunque, dai trailer spammati su qualsiasi canale ai servizi del TG2, e personalmente ho visto persino una scritta in un bagno “mi sono cacato sotto guardando Paranormal Activity”. Ok, no, l’ultima me la sono inventata.

Ma cos’è ‘sto Paranormal Activity e: fa davvero così paura? Con calma. Mi sembra adeguato prima di tutto chiarire di cosa si sta parlando. Paranormal Activity è l’ultimo pargolo del meta-cinema, che in parole povere significa il cinema “che va oltre”, “che supera i limiti”, cioè che non si limita a sfruttare le tecniche classiche ma magari le aggira o le perfeziona o le usa come base per poi però perseguire un obiettivo diverso (esempio classico di meta-cinema è quando un attore “guarda in macchina”, cioè sfonda la cosiddetta quarta parete, l’obiettivo della telecamera).

Blair Witch ProjectUno dei primi film di un certo successo a presentare un esperimento di meta-cinema al grande pubblico è stato il contestato “Blair Witch Project” di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez, del 1999. Grazie anche ai primi tentativi di marketing virale, anche su internet, il film venne spacciato come vero, nel senso che si fece credere che il contenuto del film fosse un documentario amatoriale girato da un gruppo di ragazzi determinati ad indagare sul mistero della strega del bosco di Blair. I ragazzi, dopo aver fatto interviste e ricerche più o meno accurate sull’argomento, si avventurano nel bosco armati di tende, torce, viveri e altri materiali da campeggio e, notte dopo notte, scoprono a loro spese la verità sulla strega di Blair.
Il film fece clamore e divise pubblico e critica. Ancora oggi c’è chi lo ama e chi lo odia, ed è continuamente citato e parodiato anche da media diversi da quello cinematografico.
Personalmente, mi terrorizzò non poco, all’epoca: l’inquietante ambiente boschivo, l’isolamento e la totale vulnerabilità dei protagonisti, i rumori, le ombre… Tutto è narrato come un incubo, in cui sai che c’è qualcosa che non va, ma non ne hai mai la prova. Non si “vede niente” in Blair Witch Project, ed è proprio questa la chiave narrativa del film: il tessere una tela di mitologia intorno alla strega e al suo modus operandi, per poi scoprire la verità solo all’ultimo momento.
Il tutto, per tornare a noi, è ovviamente artificiale, girato con attori (sconosciuti), da una troupe cinematografica (per quanto ridotta) e con una telecamera (per quanto semi-professionale), ma viene venduto come filmato reale, per aumentare il pathos e l’immedesimazione dello spettatore. Per cui ecco riprese fuori fuoco e sgranate, telecamere a spalla che saltano e si muovono in continuazione, inquadrature non equilibrate, scavalcamenti di campo e tutto quello che caratterizza una ripresa amatoriale. Questo è meta-cinema.

CloverfieldDopo Blair Witch Project, questo modo di fare cinema è sparito per anni dal panorama mainstream, fino ad arrivare al 2008, quasi dieci anni dopo. È il Re Mida J.J. Abrams (Alias, Lost, Mission Impossible 3, Fringe, Star Trek…) a far tornare in auge la meta-cinematografia, assumendosene anche un po’ gigionamente e arrogantemente il merito, forse. Cloverfield (diretto da Matt Reeves) narra dell’arrivo di un mostro non meglio identificato a New York, e dei relativi provvedimenti da parte del mondo civilizzato. Il tutto è però narrato dall’occhio di una telecamerina da quattro soldi, precedentemente impegnata a filmare la festa di compleanno del protagonista. Cloverfield sfrutta praticamente tutti i trucchetti inventati da Blair Witch Project, compreso il marketing virale e gli annunci “ufficiali” a inizio cassetta/film. Se però non si deve dare il merito dell’invenzione di questa tecnica ad Abrams, sicuramente gli si deve riconoscere la professionalità e la meticolosità con cui ha realizzato il film. In Blair Witch Project la storia era semplice e le informazioni da somministrare al pubblico relativamente poche, facili da gestire… In Cloverfield invece si analizzano tantissimi aspetti diversi, ed essere riusciti a dare informazioni evitando l’info-dump è stata un’impresa da manuale eseguita con un’eleganza e una precisione invidiabili.

Tuttavia, Cloverfield si limita a “rivedere e correggere le puntate precedenti” e al massimo – non è certo poco – a fornire un “modello standard di meta-cinema” a disposizione di tutti i filmmaker con budget ridotto (non che Cloverfield sia costato così poco, per via degli effetti speciali).
In realtà, in Spagna ci avevano già pensato da sé, un anno prima, con “Rec“, il cui seguito è uscito recentemente (ne è stata fatta anche una versione “americanizzata” intitolata “Quarantine”). “Rec” segue le vicende di una giovane giornalista e del suo cameraman, che si ritrovano chiusi all’interno di un palazzo messo in quarantena per un non meglio identificato contagio letale. Si scopre poi che tale contagio rende le persone mostri senza cervello affamati di carne umana. Anche qui la tecnica meta-cinematografica riprende i canoni di Blair Witch Project, con camera a spalla molto movimentata, visione notturna, immagini sgranate, “lapsus” tecnici di regia eccetera.

Paranormal ActivityMa ancora non ci siamo: anche Rec non dice nulla di nuovo sull’argomento.
Purtropppo, l’avrete ormai capito da voi, nemmeno Paranormal Activity ci riesce.
La storia riguarda un fantasma (o più generalmente una “presenza”) che perseguita la paffuta protagonista. Il suo ragazzo (della protagonista, non del fantasma) decide di iniziare a filmare gli eventi paranormali di cui è sciagurato testimone. Ecco una piacevole novità del filone meta-cinematografico: meno riprese con macchina a spalla e più inquadrature fisse su cavalletto, in quanto la telecamera è montata su un mobile nella camera da letto dei due ragazzi.
Lo spunto si presta quindi a tutte le scene da brivido che caratterizzano le ghost story: rumori sinistri, sospiri, luci che si accendono e spengono da sole, porte che si aprono o si chiudono di scatto, fino ad arrivare a lenzuola che volano, psicocinesi, possessioni, eccetera.
Fa paura? Certo questo dipende generalmente dal vostro grado di impressionabilità, soprattutto per quanto riguarda i fantasmi. Sinceramente, a me è sembrato un film piuttosto deboluccio, noioso, mal raccontato, con personaggi che scadono spesso nello stereotipo e nella parodia, e che troppe volte vanno sopra le righe pronunciando battute fuori luogo. Ci sono un paio di scene effettivamente ben realizzate e molto credibili, e quelle sicuramente impressionano, ma una volta che le avete viste nel trailer, cade un po’ il senso di andare a vederlo al cinema.

Dobbiamo aspettare ancora un po’ per avere dei veri progressi nella narrazione meta-cinematografica.
Insieme a Paranormal Activity trovate al cinema anche “Il quarto tipo“, di Olatunde Osunsanmi con Milla Jovovich.
Il Quarto Tipo È anche questo un documentario, stavolta incentrato sulla biografia della dottoressa Abbey Tyler, che scopre che i disturbi del sonno di praticamente tutti gli abitanti della cittadina di Nome sono causati dai rapimenti alieni e dalla successiva rimozione dei ricordi.
Ma quello che porta avanti la tecnica, in questo film, è il doppio (triplo?) strato di finzione: il film inizia con Milla Jovovich nella parte di sé stessa, che dice che il film è basato su un racconto veramente accaduto e su documenti reali. Ovviamente non è così, ma il film alterna scene girate con tecniche cinematografiche classiche (in cui è protagonista la Jovovich) ad altre girate invece meta-cinematograficamente: registrazioni audio e video amatoriali, telecamere di sorveglianza eccetera. Le prime vengono spacciate per “ricostruzioni basate sul racconto” ad opera del regista (che è lo stesso del film-contenitore, cioè “Il quarto tipo”, mi seguite?), le seconde vengono spacciate per documenti veri.
Abbiamo quindi un doppio lavoro: quello meta-cinematografico di ricostruzione di finti-documenti-veri, e quello cinematografico classico.
L’effetto è sorprendente, e molto più semplice da vedere che da spiegare: ci si immedesima completamente nella storia, e si giustificano persino i molti punti morti o sottotono perché “è tratto da una storia vera”. Lasciandosi andare, è impossibile non provare vera paura quando cominciano a succedere cose inquietanti e difficilmente spiegabili razionalmente.

Questa immedesimazione non l’ho avuta affatto guardando invece Paranormal Activity… Forse la meta-cinematografia nonostante sia stata poco sfruttata ha dato ormai il suo meglio e ormai risulta banale? Io non credo. Credo invece che sia una tecnica che è possibile ancora esplorare e raffinare, e film come “Il quarto tipo” ne sono la prova evidente; così come “Paranormal Activity” è la prova evidente che sì: si può fare un film con pochi soldi (che poi… “Pochi”… 15.000 dollari non sono proprio due spiccioli, ma tralasciamo) camuffando le carenze tecniche grazie al meta-cinema e alla meta-narrazione, ma se la sceneggiatura alla base non è buona, il risultato sarà comunque mediocre.
Eh… La tecnologia avanza, le telecamere diventano sempre più complicate, assistiamo all’avvento del 3D… Ma la qualità della semplice penna dello scrittore rimane indispensabile e imprescindibile, quando si vuole raccontare una storia.

Trailer di “Paranormal Activity”

Trailer de “Il quarto tipo”


Questo contenuto è pubblicato sotto licenza Attribution-Noncommercial-Share Alike 3.0 Unported .


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Tags: balaguero, blair witch project, cloverfield, Daniel Myrick, Eduardo Sanchez, il quarto tipo, jj abrams, lost, meta cinema, milla jovovich, Mission Impossible, Olatunde Osusanmi, paranormal activity, rec, recensione, star trek, viral marketing


9 commenti

  1. Griso scrive:
    11 febbraio 2010 alle 11:53

    Per la prima volta mi trovo assolutamente d’accordo con te su tutto Obino, ottima analisi. Mi manca il Quarto Tipo, cercherò di vederlo, mi hai incuriosito molto.

    A margine, Paranormal Activity mi ha abbastanza terrorizzato però, ma io sono facilmente impressionabile (e ho visto la versione originale, aggiungerei, senza tagli, e soprattutto senza doppiaggio…)

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  2. Silvio Andreoli scrive:
    11 febbraio 2010 alle 14:03

    Bell’articolo. Sono sempre stato un appassionato di film ‘in prima persona’. Vidi per primo Cloverfield e ora, dopo aver recuperato le pellicole precedenti adottanti la stessa tecnica, non me ne perdo uno.

    Ti dirò, Paranormal Activity l’ho visto al cinema (devo ancora vedere la versione in lingua originale e senza tagli) e mi è piaciuto. Ti do ragione su gli attori ogni tanto patetici (con battute fuori luogo, come ad esempio le sbottate di Micah per cui ti scappa la risata :D ), ma in ultima analisi secondo me il film intrattiene, ti assorbe e ti fa provare paura. O meglio, crea una tensione durante la visione che non può che valere il prezzo del biglietto. L’apparente amatorialità della pellicola a mio avviso contribuisce non poco a creare questa tensione. L’assenza di colonne sonore ad esempio è assolutamente fondamentale. L’effetto ‘non vedo’ (ripensandoci una volta usciti le cosette paranormali che accadono sono proprio banali) rende moltissimo. Non sono un tipo assolutamente impressionabile, difatti ho trovato questo pseudo-horror molto più divertente di qualsiasi altro titolo horror abbia mai visto. La mia è dunque una promozione :)

    Per quanto riguarda Il Quarto Tipo ho letto recensioni totalmente negative e stavo quasi per scartarlo, ma ora mi hai fatto venir voglia di dargli un’occhiata ;)

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  3. do_urden scrive:
    11 febbraio 2010 alle 21:33

    Come ben sai ero con te a vedere il 4° tipo e non mi ha colpito più di tanto, forse perchè sono scarsamente impressionabile dagli alieni o simili (forse lo stesso discorso potrei farlo per cloverfield), mentre ho un terrore quasi osceno per spiriti e fantasmi. Il film comunque merita di esser visto anche solo per la novita del “meta-meta cinema”.

    Comunque voglio la marca della telecamera usata in cloverfield, almeno se la porto in montagna non rischio che si rompa cadendo dallo zaino :D

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    • Luca Iorio scrive:
      11 febbraio 2010 alle 22:57

      Per Cloverfiled in realtà hanno usato una Sony CineAlta F23 per gli esterni e una Panasonic AG-HVX200, tutt’altro che telecamere poco costose. Personalmente cercherei di non farle cadere dal mio zaino :P (la prima in particolare…)

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      Rispondi
      • Obi-Fran Kenobi scrive:
        12 febbraio 2010 alle 16:26

        Sì infatti :D

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        Rispondi
  4. Steppenwolf scrive:
    12 febbraio 2010 alle 19:38

    premetto che con questo tipo di film non mi sono mai impressionato. Blair Witch mi ha annoiato. Cloverfield, carino, ma parlare di spavento ce ne vuole. Rec carino pure lui, niente di ecceziunale però. PA e Quarto tipo mi mancano, vedrò di rimediare. secondo me i film paurosi sono ben altri (tipo Alien la prima volta che lo vedi)

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    • Silvio Andreoli scrive:
      15 febbraio 2010 alle 09:02

      Elencamene altri (sono curioso) :0

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      Rispondi
      • Steppenwolf scrive:
        20 febbraio 2010 alle 01:33

        l’esorcista mi ha fatto rizzare i capelli in testa quando l’ho visto….in particolare la sena della bimba che scende all’incontrario le scale. nightmare sempre la prima volta che l’ho visto, mi aveva fatto una belle impressione. certo stiamo parlando di film che ho visto la prima volta da bambino…ora come ora di film che mi spaventino e che mi mettano taaaaanta tensione sono anni che non ne vedo. ricordo però Aliens Versus Predator (il primo videogame), ci ho messo una settimana a finire il primo livello del marine, troppa tensione, mollavo il gioco prima di veder arrivare il primo alien.

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