Category Archives: Scienza e Tecnologia

Una sentenza, un requiem per la scienza

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Il ricordo di quello che è successo a L’Aquila il 6 aprile 2009 fa rabbrividire. Esattamente come la sentenza che adesso condanna i componenti dell’allora Commissione Grandi Rischi per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. La colpa? Aver rassicurato la popolazione dicendo che non c’erano ragioni sufficienti per scappare, nonostante lo sciame sismico in corso da giorni. L’accusa aveva chiesto quattro anni di reclusione, ma evidentemente non bastavano. Vada per sei. E tanto per non sbagliarsi, interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Umberto I: “Accade spesso”. Ma perché accade?

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La vicenda della paziente lasciata in una lettiga per giorni è entrata in tutte le case italiane, compresa la mia. E ha destato stupore, sgomento, disprezzo.

In qualità di operatrice sanitaria, spesso alle prese con la dimensione dell’urgenza, non ho potuto esentarmi dal vivere emozioni e percorrere analisi, spesso ambivalenti o addirittura contraddittorie tra loro. Lo sdegno, l’immedesimazione nei familiari o nei sanitari, il disprezzo per le aree dirigenziali, la preoccupazione per un sistema sanitario che vacilla ogni giorno di più.

Che situazioni analoghe (non esattamente uguali) a questa si verifichino di frequente nei maggiori ospedali, specie nei grandi centri urbani, purtroppo non è cosa nuova. Si arriva in pronto soccorso con barelle ovunque, feriti, persone agonizzanti e spesso si  individuano casi che meriterebbero un ricovero immediato. Ma il posto letto non c’è. Occupato da pazienti ricoverati in regime ordinario (ossia giunti dal domicilio e non in urgenza), destinati a procedure diagnostiche che richiedono il ricovero o a trattamenti medico-chirurgici complessi e, il più delle volte, salvavita. Se dessimo spazio sempre e solo all’urgenza, i pazienti non sarebbero mai ricoverati e non potrebbero accedere ad interventi per tumori, malformazioni cardiache o vascolari da correggere, malattie degenerative da diagnosticare e trattare per quanto possibile. Insomma, le persone, se rispettassimo sempre e solo l’urgenza, probabilmente morirebbero a casa propria, morirebbero d’attesa, potremmo dire, in maniera analoga a coloro che sono in attesa in pronto soccorso.

Ovviamente è necessario un giusto equilibrio tra ricoveri programmati e urgenza: e chi lo deve concretizzare? I direttori, i caposala, la direzione, i medici stessi. E lo fanno? Parlando della mia esperienza personale in realtà disparate e diverse tra loro, risponderei  un secco no. La sensazione è quella di una profonda disorganizzazione; di un’infantile rivalsa sui colleghi ricoverando i “propri” pazienti; di uno spasimo direttoriale nel ricercare DRG più succulenti (il DRG è una classificazione usata per il finanziamento ospedaliero).

Ma dobbiamo confrontarci anche con un altro dato: gli enormi tagli dei posti letto che sono stati effettuati a carico delle cosiddette “low care”, ovvero le unità a bassa intensità di cura, ove defluisce la maggior parte dei malati che accedono ad un pronto soccorso. Le persone anziane con malattie in fase di scompenso, i ricoveri per indigenza (dobbiamo ricordarci che gli indigenti italiani e stranieri sono in vertiginoso aumento), i ricoveri per assistenza in fase terminale o per supporto di persone abbandonate al proprio destino costituiscono una larga percentuale dei pazienti che giungono al pronto soccorso. In confronto, il numero di pazienti destinati ai reparti specialistici o iperspecialistici è incredibilmente esiguo.

E sebbene questo dato sia incontrovertibile e ormai noto a tutti, le grandi aziende ospedaliere investono in reparti di lusso per patologie rare ove effettuare qualche trattamento da prima pagina del quotidiano nazionale.

E gli altri? Affari loro; non portano soldi, rappresentano un costo a fronte di nessun riconoscimento regionale o nazionale. Perché occuparsene? Ed ecco i tagli alle strutture. Ed ecco la frustrazione dei medici d’urgenza e gli specialisti che turnano in pronto soccorso, impotenti a Roma o Milano come potrebbe essere impotente un ostetrico in Burkina Faso, di fronte alla mancanza di risorse, mezzi, possibilità.

Ma non siamo in Africa. E le risorse ci sono. Ma sono male allocate, a partire dai vertici.

 In Emilia Romagna sono nate le Case della Sanità, strutture che coagulano risorse quali medici di base, pediatri di base, guardie mediche con modalità e tempistiche quasi sovrapponibili  a quelli del pronto soccorso, ovviamente per pazienti senza i criteri di urgenza. E i malati, grazie alla promozione, alla divulgazione e alla conoscenza, stanno cominciando ad affidarsi, senza correre per qualsiasi cosa in pronto soccorso.

La dirigenza che rappresenta la categoria dei medici di base promette (e dico “promette”) ristrutturazioni sostanziali che valorizzino, riqualifichino e tutelino la figura del medico di medicina generale, elemento essenziale nella lunga filiera della salute, che fino a una ventina di anni fa costituiva la roccaforte per le paure delle famiglie italiane in ambito sanitario.

Che cosa manca?

Manca la visione d’insieme. Manca la realizzazione dei progetti in fieri e l’estensione di quelli già in corso solo in poche fortunate regioni. Manca una ristrutturazione degli ospedali in direzione opposta a quella che stiamo percorrendo.

Ma ciò di cui maggiormente si sente la mancanza, nonché il bisogno, è un ritorno alle origini. Senza paura di apparire reazionaria o retorica, credo si debba tornare ad una visione della salute, della cura e dell’accudimento del tutto autentica, gratuita, onesta. Dove, certamente, i conti devono tornare ma non possono giustificare scelte indecorose, politiche mafiose, atteggiamenti omertosi e vili.

In fondo, abbiamo recitato il giuramento in nome di Ippocrate, non del dio denaro.

Giovani medici: una risorsa o una preoccupazione?

medici

Di recente sono stata “costretta” a partecipare a eventi che generalmente rifuggo: i congressi medici (“scientifici” suona decisamente sperticato).
L’ultimo, in particolare, mi ha fatto pentire amaramente di non aver millantato una malattia folgorante e misteriosa dell’ultimora: un coacervo di baroni, marchesi, conti e nobili decaduti superesperti – o presunti tali – di una determinata patologia. Al loro seguito, come vassalli, valvassini e valvassori, uno stuolo di giovani dallo sguardo rapace, l’andatura spavalda e la parlantina da “sono un nobel in fieri”. Una tragedia.
A dire il vero non so, di tutto quello cui ho dovuto assistere, cosa mi abbia sconfortata maggiormente. La presunzione di vecchie cariatidi che per presentare i loro studi triti e ritriti sul pomodoro come fattore di rischio per il tal malanno si citano addosso e urlano contro i tecnici perché un loro video del 1980 non parte immediatamente? L’affastellamento di scempiaggini prive di buon senso e concretezza clinica che affollano i discorsi di questi signori per colmare il vuoto assoluto (e riconosciamolo!) della nostra conoscenza su certi fenomeni? Il modo indecoroso con cui emeriti Cav.Lup.Man, dalle distinte qualifiche e onorificenze, si scaraventano sul buffet a piene mani, con le mandibole ferine, sgomitando anche se sei una dolce donzella (ovviamente fanno eccezione le hostess, alle quali si rivolgono con rivoli di bava incipienti)? Lo scambio avido di biglietti da visita tra “giovani figli di” con “giovani amanti di” o “giovani sponsorizzati da”? La frase: “noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli stranieri perché abbiamo pubblicazioni quanto… anzi! Più di loro!” Peccato per l’omissis: italiani… all’estero.
Non saprei.
Certamente i giovani mi preoccupano molto, non solo per la vicinanza anagrafica o per una potenziale invidia repressa. Piuttosto perché loro sono il futuro (?). Prima o poi le cariatidi se ne andranno e, di questo passo, nelle mani di ignoranti e presuntuosi figliocci di una generazione decadente, che fine faremo?
Però, il momento attuale che il fato (maledetto) mi ha scagliato addosso come un boomerang – un momento di enorme preoccupazione per la salute di un mio familiare – ha offerto punti di vista e scorci interpretativi inediti.
La persona che si è fatta carico della situazione immediatamente, vista la giovane età e il sospetto preoccupante, è stata una mia coetanea: pur non sapendo della parentela stretta con un medico, senza che io intervenissi, senza passare per vie private, senza avere necessità di fare numero in un’eventuale casistica, per un possibile articolo e probabile correlata gloria. A sue spese: tempo, organizzazione, spazi, numeri di cellulare e indirizzi e-mail personali forniti spontaneamente (con quello che può voler dire, per un medico, se riposti in mani incaute).

Le persone che mi hanno accolta offrendomi il massimo dell’ascolto e della disponibilità gratuita – quando sconvolta ho chiesto aiuto e un canale rapido, anche a pagamento – sono miei coetanei. E all’ascolto sono seguiti i fatti, pur dovendosi fermare ore in più, per gli esami e i relativi referti. Non solo: le loro parole e le loro strette di mano sono state per me dolorose (come non decodificare gesti che ho fatto io stessa un sacco di volte?) ma balsamiche, gentili, buone, carezzevoli.

Le persone che mi hanno respinta con un secco “non so cosa dirti, mi spiace ma sono di corsa, vai e chiedi aiuto a qualcuno”, sono persone che lavorano con me, a stretto contatto con me. Non sono mie coetanee. Non hanno alzato una volta la cornetta per chiedermi a che punto siamo e come sto. Anzi, quando mi vedono girano al largo, mica che ci sia qualche altra richiesta nell’aria.
Da questo groviglio professional-esistenziale voglio trarre alcune conclusioni (del tutto non definitive).

Ho deciso di credere che una vita triste, la professione, il sistema o non so cos’altro (e non mi interessa) abbiano segnato certi medici al punto da renderli mostri.
Ho deciso anche che aspetterò con pazienza (e una bottiglia di champagne) che si estinguano e spariscano da una professione per cui non sono nati – o cresciuti.
Ho deciso di allontanare il più possibile dai miei occhi e dal mio lavoro le civette sui comò di antistorici tromboni ormai aterosclerotici.
Ho deciso di aspettare a distanza anche la loro senescenza, nel frattempo pregando che un UFO se li porti via durante uno dei ridicoli meeting da giovani enfants prodiges.
Ho deciso di credere nella quota di persone giovani che come me fanno notte per un paziente che necessita del mio aiuto, che come me sanno accarezzare con lo sguardo chi ne ha bisogno, che come me non guardano l’orario, il ceto o il colore.
Ho deciso, però, che sia riduttivo credere nell’età come unica discriminante. Credo profondamente nell’“individualità”, intesa come unità esistente, unica e irripetibile.
Ho deciso che appoggerò le “unità irripetibili” (ancor più se giovani) che fanno questo mestiere in modo autentico, genuino ed empatico: parlando di loro, cercando di interagire con loro, sperando di poter costruire “insieme a loro” un futuro per questo sciagurato paese.
Per il momento, li ringrazio di cuore.

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Un’estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare (parte 2)

Torna su Camminando Scalzi la rubrica “Med and the City” a cura della nostra blogger/medico Betty Bradshaw. L’articolo che state per leggere è la seconda parte  del racconto post estivo scritto da Betty. Qui il link al primo capitolo.

questo link trovate tutti i post precedenti di Med and the City. Buona lettura! 

L’estate in ospedale che, mi rendo conto, è ormai solo un lontano e funesto ricordo (ancora capace, però, di serpeggiare malvagio nelle stanze della memoria) non se ne va lasciandoti indifferente. Non è come qualsiasi altro periodo dell’anno: costituisce un amplificatore di paure.  Le paure che ogni sanitario, dotato di buon senso e ragionevolezza, dovrebbe sentir vibrare dentro di sé osservando il panorama medico-assistenziale di questa era buia e truce che siamo a vivere. La paura dei tagli al personale, ai servizi, ai supporti di base; la paura conseguente di commettere un errore sulla pelle di qualcuno o sulla propria. La paura dell’incapacità, da parte delle risorse attuali, di affrontare il sorprendente cambiamento della durata della vita. La paura di non riuscire a corrispondere le aspettative altissime di una società in cui il tessuto famigliare non esiste più, dove si nota un imbarbarimento dell’utente medio, che manca di qualsiasi forma di rispetto verso chi assiste, e in cui la morte è considerata un elemento non più accettabile, nemmeno per “giusta”, naturale e talora confortante causa.

In estate il personale viene dimezzato (o meglio, si auto-dimezza) per l’arrivo delle tanto agognate ferie estive. Abitualmente la gestione delle partenze e degli arrivi è irrispettosa verso chi resta ad assistere (e quindi a chi deve essere assistito): non è pensabile che al dimezzamento del numero dei letti possa corrispondere una riduzione del personale a meno di un quarto del totale. È matematica spicciola, non filosofia. E il risultato di questa leggerezza dell’animo gestionale si traduce in una vignetta del tipo: “io (medico) continuo a fare il massaggio cardiaco, tu (infermiere 1) chiama il rianimatore e prendi le piastre del defibrillatore, tu (infermiere 2) vai a vedere se la signora che ha avuto una crisi epilettica dieci minuti fa è ancora viva; tu (operatore socio-sanitario) per favore chiama il pronto soccorso e dì che vedrò il paziente con l’ictus appena avrò risolto qui”. Worst-case scenario (e anche il più probabile ad agosto)? Un morto (il povero signore con l’infarto, in particolare se il telefono della rianimazione è occupato), un ferito grave (la signora con la crisi epilettica mal gestita, tanto più se malauguratamente ha aspirato saliva durante la crisi), un invalido a vita (il paziente con ictus, specialmente se avrebbe potuto giovare da trattamenti specifici e invasivi).

Se sopravvivi psicologicamente e legalmente a tutto questo, devi ricordare a te stesso che “the show must go on”.  Ossia: hai davanti a te mezza giornata e una notte nelle stesse condizioni e, dopo qualche misera ora di riposo nella canicola agostana, ricomincerai alla stessa maniera, per una ventina di giorni almeno. Se poi hai la disgrazia di condividere siffatta macilenta zattera con altri due/tre lavativi-irresponsabili-menefreghisti-disamorati cronici che ti danno il cambio nei turni, beh… A quel punto hai capito che davvero non sarai uno dei prescelti dalla matrigna selezione naturale.

Il rischio di commettere errori incrementa esponenzialmente ogni giorno che pass,a e i pericoli per la tua salute e la tua incolumità fisica (l’incidente stradale è dietro l’angolo) tendono agguati quotidiani, aumentando la tua soglia di ansia, attivazione e, dulcis in fundo, frustrazione. Il rischio burnout (Betty ce ne aveva parlato in un altro articolo, ndR) è davvero altissimo.

La “calata” in pronto soccorso nel mese di agosto offre uno spaccato sociale e antropologico del nostro tempo, meglio che in qualunque altro periodo dell’anno (con il suo climax nel giorno di ferragosto).  Orde di ultranovantenni in condizioni dolorosamente indecorose giungono in ospedale, accompagnati da una fiera di badanti, parenti di 5°-6° grado in cerca di eredità, vicini di casa in infradito e pantaloncini hawaiani che sbraitano come selvaggi per la lunga attesa. Motivo dell’accesso: “per qualche secondo lo sguardo della nonna  non è stato quello di sempre”.

Ora: ammettiamo che mia nonna abbia 96 anni, sia inferma, con le piaghe, incapace di parlare e nutrirsi da sola e che io mi rendessi conto, tra un fritto misto e un’insalata nel pranzo di ferragosto, di un suo sguardo perso, cosa farei?

A) Anzitutto: avrei lasciato che mia nonna fosse messa in un letto con una nutrizione artificiale, con dolori da piaga mostruosi, con infezioni ricorrenti, priva di qualunque lume della ragione?

B) Se ravvisassi che Dio la sta chiamando a sé regalandole, chissà, un sollievo dalle attuali pene terrene, la abbraccerei forte, e in lacrime proverei ad accompagnarla nel lungo e triste viaggio. Mai e poi mai la sottoporrei a ore di estenuante e inutile attesa nella medina di Beirut (il Pronto Soccorso).

La morte, al giorno d’oggi, è un fatto socialmente inaccettabile, anche quando è naturale, fisiologico e rassicurante. C’è un delirio di onnipotenza nei medici – e di eternità nei parenti degli assistiti – che è preoccupante. Come anche è preoccupante il fatto che la capienza delle strutture sanitarie a oggi presenti non è sufficiente nemmeno per chi a quarant’anni scopre di avere un tumore e deve essere operato per sperare di arrivare ai quarantacinque. Ma quand’è che abbiamo perso la strada? Quando abbiamo creato un’immagine dell’uomo sempiterna? Quando abbiamo cominciato a rifiutare l’esistenza della morte a costo di costringere qualcuno a morire ogni giorno?

D’estate il pronto soccorso è anche pieno di extracomunitari che non parlano e non comprendono l’italiano. Abbiamo a disposizione UN mediatore culturale. E gli altri 300 pazienti? Vogliamo finalmente accettare che la multietnicità fa ormai parte del nostro paese e che chiudere gli occhi di fronte alla sempre crescente numerosità di stranieri non ci consentirà mai di farli sparire come molti vorrebbero? Vogliamo prendere atto del fatto che le enormi differenze culturali vanno rispettate, capite e talora accettate anche se incompatibili con il nostro modello assistenziale?

Come se non bastasse, in estate il disagio psichico affiora a pelo d’acqua con veemenza, così come durante le festività. Poveri cristi disperati e abbandonati dal mondo affollano le sale visita con urla raccapriccianti o pianti dolorosissimi. Pensiamo davvero che le pochissime rispettabili e onorevoli case-alloggio siano sufficienti? Crediamo con tutta onestà di avere dedicato sufficienti risorse economiche agli operatori che fronteggiano ogni giorno la realtà tragica del disagio psichico?

Da ultimo (ma non meno importante): fino a quando dovremo trovare parole di amorevolmente inutile comprensione verso gli ultrasettantenni genitori di giovani disabili che speravano in un ricovero estivo in ospedale (in quanto “teoricamente” meno affollato) e invece si trovano di fronte all’ennesimo rimbalzo al domicilio?

Queste nuove emergenti e preoccupanti percezioni etiche e morali distorte, associate alla più completa, reiterata e sfacciata inettitudine della classe dirigente a tutti i livelli ci avvicinano paurosamente al collasso. Le fantasmatiche paure del mio inconscio, d’estate, mi scuotono con violenza. Un mese in queste condizioni potrebbe diventare la realtà quotidiana. Inaccettabile.

Non ho idea di come e su chi si possa intervenire, tanto più in tempi di crisi come questi.  Non ho idea di quali saranno le nostre sorti, di quanti morti e feriti dovremo avere sulla coscienza prima di renderci conto che il futuro non è nella direzione che stiamo percorrendo ma in quella opposta. L’autostrada che abbiamo imboccato è un percorso tronco: a un certo punto, di botto, l’asfalto finirà e cadremo nel vuoto.

Un’inversione a U in autostrada è proibita, vietata, pericolosissima. Forse, però, l’unica soluzione è chiudere gli occhi, prendere il volante e sterzare vigorosamente.

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Donne, regaliamoci un mese di prevenzione

Mi piace molto scrivere di donne. Mi piace un po’ perché lo sono, un po’ perché dopo troppi anni di silenzio è giusto che se ne parli, ma soprattutto perché nelle donne risiede spesso la capacità di passare da vittime ad artefici, più che carnefici.
Ed è per questo che sono felice di poter parlare dell’iniziativa annuale, promossa dalla Lilt (Lega Italiana Per la Lotta contro i Tumori), organizzata nell’ambito dalla tradizionale Campagna Nazionale Nastro Rosa di prevenzione delle neoplasie al seno. Si riaccendono dunque i riflettori sulla promozione della salute e responsabilizzazione delle donne rispetto alla prevenzione del tumore al seno.

I numeri
I numeri parlano di più di 41.000 nuovi casi ogni anno, che rappresentano circa un terzo di tutte le neoplasie diagnosticate. Ciò significa che ad almeno 1 donna su 8 viene diagnosticato ogni anno un tumore al seno, di cui almeno 1 donna su 33 muore a causa di un carcinoma mammario. Ai numeri già riportati vanno aggiunte le oltre 400.000 donne che già in passato hanno avuto una diagnosi di tumore al seno, e che continuano ad effettuare costanti controlli.
I dati raccolti dai Registri Tumori parlano di una riduzione della mortalità, ma di un’incidenza maggiore, sia a causa del crescente invecchiamento, sia a fronte dei numerosi fattori di stress che incidono inevitabilmente sulla salute di ciascuno.

Fattori di rischio
Non è dato sapere con certezza cosa provochi il tumore al seno, anche se l’Istituto Nazionale Tumori ha individuato dei fattori di rischio, alcuni di natura genetica, altri legati allo stile di vita, che possono riguarda l’insorgenza della malattia.

In particolare abbiamo:

L’ obesità. Il rischio di tumore è maggiore in quelle donne che soprattutto dopo la menopausa vanno incontro a sovrappeso. Le cellule presenti nel tessuto adiposo infatti producono maggiori quantità di insulina e di estrogeni, fondamentali per la proliferazione di cellule.

Alcol. Il rischio aumenta proporzionalmente all’assunzione di alcol assunto.

Il fumo. Sebbene in passato non si fossero individuate correlazioni tra fumo e tumore al seno, è stato riscontrato come il rischio di tumore aumenti in fumatrici ed ex fumatrici.

Come si previene il tumore al seno?

Rispetto all’inevitabilità di una malattia così dolorosa, tanto compete a noi donne attraverso la prevenzione. Vediamo gli strumenti a nostra disposizione:

Prevenzione primaria. Come abbiamo visto prima, essa è legata soprattutto allo stile di vita, e riguarda la scelta accurata degli alimenti, il controllo costante del proprio peso corporeo correlato da attività fisica, limitazione degli alcolici, e valutare correttamente col proprio ginecologo i rischi della terapia ormonale sostitutiva a seguito della menopausa.

Prevenzione secondaria. La prima forma, e una delle più importanti, è rappresentata dall’autoesame, apprezzabili alla palpazione in un primo sviluppo, che può avvenire tranquillamente durante la doccia o la sera prima di andare a dormire, come piccolo gesto di salute quotidiana. In particolare, prestiamo attenzione se:
- la cute della mammella sembra arrossata, alterata, inspessita o retratta
- c’è la comparsa spontanea di secrezione, in particolare sierosa o ematica
- alla palpazione notiamo una tumefazione alla mammella o al cavo ascellare
- la mammella risulta arrossata ed aumenta di volume
In tutti questi casi, e per qualsiasi dubbio, sempre meglio rivolgerci al medico di famiglia.
Altre forme di prevenzione sono quelle legate allo screening organizzato dal Servizio Sanitario Nazionale, rivolto a tutte le donne tra i 50 e i 69 anni, per eseguire gratuitamente ogni due anni una mammografia. L’eventuale riscontro di un nodulo o reperti dubbi, verrà accompagnato da un altro invito ad eseguire successivi controlli.

Prevenzione terziaria. E’ rivolta a donne che in passato hanno già subito un trattamento per il tumore al seno, al fine di ridurre ricadute ed eventuali danni successivi al problema. Le donne operate per un tumore al seno devono rivolgersi al proprio medico per eseguire periodici controlli clinici e radiologici e per contrastare i possibili effetti collaterali dei trattamenti medici e chirurgici.

A chi rivolgersi
Durante il mese di ottobre ci saranno ben 395 Punti di Prevenzione LILT, di cui la maggior parte saranno all’interno delle 106 Sezioni Provinciali della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori.
Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio LILT più vicino, in cui effettuare anche esami di diagnosi precoce e controlli, si può chiamare, per informazioni, il numero verde SOS LILT 800-998877 o consultare i siti www.nastrorosa.it e www.lilt.it dove saranno pubblicate inoltre tutte le manifestazioni a sostegno di questa iniziativa.

La scorsa settimana ero in un bar a prendere un caffè, e accanto a me c’erano due amiche, di cui una visibilmente provata dalla chemioterapia. La donna era molto serena, sorridente, e con gioia parlava dell’ultimo ciclo chemioterapico a cui si sarebbe dovuta sottoporre, della speranza di “mettere fine a questo spiacevole incontro non desiderato” (cito testuali parole). Per questo, e per tanto altro ancora, sono felice di essere donna come lei, una donna che sceglie di vivere e lotta per questo.

Un’estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare

Torna su Camminando Scalzi la rubrica “Med and the City” a cura della nostra blogger/medico Betty Bradshaw. A questo link trovate tutti i post precedenti! Buona lettura! 

L’estate in città non è mai qualcosa di banale.

L’estate al lavoro non ti lascia mai indifferente.

L’estate in ospedale non se ne va mai senza averti impresso in corteccia ricordi indelebili.

Vivere e lavorare d’estate è sempre un po’ diverso dalla vita di tutti gli altri giorni dell’anno: le strade, i luoghi pubblici, le vie, le facce delle persone mutano gradualmente, man mano che ci si addentra nel caldo e nell’afa col trascorrere dei mesi. Aprire gli occhi e scrutare intorno a sé con attenzione e curiosità è un modo efficace per sopportare meno tediosamente le ore afose che ci toccano.

Le persone che restano a casa girovagano per le vie assolate con volti tranquilli e un po’ sparuti. Il tempo è come se fosse meno inclemente: la marcia di tutti è un po’ meno frettolosa, la borsa da lavoro è un po’ più leggera e l’occhio spesso si permette di correre alle vetrine debordanti di saldi. Si incontrano molti anziani – rigorosamente con un golfino leggero, anche se la colonnina di mercurio viaggia ben oltre i 30°C – e il carrellino della spesa trascinato a fatica, molti extracomunitari in tenuta da lavoro o, la domenica a pranzo, riuniti con la famiglia a godere della frescura dei parchi. Sono sorprendenti gli abitanti delle case popolari: sebbene abbiano terrazzi grandi come fazzoletti, non si fanno mai mancare sfiziosi pranzetti all’aperto, sovraccarichi al limite del cedimento strutturale, ma invariabilmente sorridenti dietro a svolazzanti e variopinti ventagli.

I TG filogovernativi sono una vera tragedia: tutti gli anni le nostre retine vengono travolte da natiche di donne muscolose che ancheggiano su cyclette da spiaggia in riviera adriatica, da nuove tendenze trasgressive propinate insieme al bikini, da massaggi e scherzoni in voga sotto l’ombrellone, da illustri esperti che ci insegnano come sedurre tra le onde e ci mettono in guardia dalle cocenti delusioni degli amori nati sulla sabbia; sempre altissimo è il monito a prestare attenzione all’impacco di fico, mango e papaya: che la vanità non prenda il sopravvento sulla prudenza, o si finisce nel primo centro ustionati a tiro. Il TG3 è gravemente deprimente quest’anno: dopo una giornata di duro lavoro il “fuzzimib”, i bond, lo spread (che, non si sa bene perché, ma tra 100 vocaboli economici del tutto incomprensibili, questo te lo spiegano tutte le sante volte), le banche in crollo, B. che saluta dalla Costa Smeralda sono il trampolino di lancio verso la lametta al polso.

Il lungo tragitto che conduce sul posto di lavoro, di giorno in giorno, diviene meno lungo. O almeno, così pare. Il tempo si contrae dopo la prima settimana di agosto, l’asfalto scorre sotto le ruote liscio come l’olio, ti permetti prodezze da brivido autovelox. Le grandi arterie stradali sono sempre meno affollate, salvo nei giorni che il TG1 definisce da “bollino nero”.  Le vie della città acquisiscono un volto nuovo: spuntano terrazzini, portoni, stucchi, statue di cui non ti eri mai accorto e che ti soffermi volentieri ad ammirare.

I tuoi compagni di viaggio cambiano: ai volti pallidi e seri, alle orecchie intasate dai cellulari, alle imprecazioni di uomini in gessato e donne cotonate subentrano bimbi sorridenti che ti salutano dal lunotto posteriore, auto cariche di bici, pinne fucile ed occhiali, tavole da surf, camper. E, sebbene lo spettacolo sia molto più gradevole, senti l’invidia azzannarti alla giugulare.

Alla radio trasmettono tutte le repliche dei mesi passati, perché i tuoi programmi preferiti fanno pausa estiva; riascolti tutto con un po’ di noia, ma anche con un certo innegabile piacere. Sin dai primi giorni di luglio la morsa della nostalgia ti attanaglia: le canzoni che hanno spopolato estati fa vengono riproposte in modo quasi compulsivo. E in quel momento i tuoi amori estivi, i tuoi struggimenti adolescenziali, le tue cocenti delusioni su chi avevi sperato diventasse il padre dei tuoi figli tornano alla mente come un’onda anomala, con una pregnanza e un’attualità che scuote (e forse anche un po’ ti preoccupa). Le radio più “maranza” ti crivellano con i tormentoni estivi da discoteca con sonorità che ormai sono paleolitiche per le orecchie, mentre le emittenti locali si sbizzarriscono con cantanti intramontabili, ma che, davvero, vengono rispolverati solo in tempi di calura: Bertè, Bennato, Giuni Russo, Califano, Leali, Baglioni old style, Oxa, gli insuperabili Righeira (immancabili: “L’estate sta finendo” cominciano a passarla a maggio).

Ti fermi al supermercato perché, nel delirio dei turni, non sei riuscito a prepararti la “schiscetta” (per i non milanesi: il pranzo fai-da-te): il market è pieno di carrozzelle. Ma dove sono tutte queste persone diversamente abili durante l’anno? A casa, perché negozi, vie, piazze, centri commerciali sono sempre troppo affollati, sempre troppo caotici, sempre con gli elevatori e i presidi di ausilio “guasti”. Ricordo con struggente languore e qualche lacrima tutti gli anni dedicati al volontariato con ragazzi dis-abili. Ti ricomponi, afferri distrattamente un prodotto rigorosamente light (la nostra società non accetta il sovrappeso) che scaraventi con poca grazia nel cestello e corri verso le casse, lanciando un’ultima occhiata clandestina e un sorriso al ragazzo italianissimo con gli occhi a mandorla che ti sta salutando mentre la mamma lo redarguisce.

Riabiti la tua auto e prosegui sino all’ospedale. Nel vuoto del viale dietro l’ospedale riesci a guardare meglio i volti dei mendicanti senza una gamba, un braccio, un occhio. E noti una cosa di cui non ti eri mai reso conto: tu entri in ospedale alle 8 ed esci a sera inoltrata, ma loro fanno più o meno i tuoi orari – o almeno credi. Cerchi di scorgere se sotto la polvere, la massa di capelli brizzolati e crespi, i vestiti laceri c’è sempre la stessa persona per tutte quelle ore o se anche per la gente di strada c’è un cambio guardia, come per te.

Arriva dunque il momento della timbratura: passi il cancello, entri nel parcheggio dell’ospedale. Deserto. Non fatichi per nulla a mettere la macchina all’ombra o, di notte, il più vicino possibile all’entrata, qualora ti chiamassero in altri reparti. E’ proprio in quel momento che ti rendi conto della brutale verità: sei realmente uno dei pochi disgraziati rimasti a casa a lavorare per tutta l’estate. Ed è una vera tragedia.

 (to be continued…)

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Nel mio ospedale c’è: un gioco di ieri, un incubo di oggi

Nel mio ospedale c’è.

Nel mio ospedale c’è una tale quantità di edifici semidistrutti e fatiscenti che non sembra di stare in Italia, ma a Tripoli dopo l’ultimo bombardamento. E in questi edifici… ci sono ancora i reparti.

Nel mio ospedale c’è una pista di atterraggio elicotteri sul tetto del mio padiglione; quando ne arriva uno mi ripercorre la stessa sensazione di cattivo presagio che avvertivo in montagna nel sentire, di notte, il volo del soccorso alpino.

Nel mio ospedale ci sono certi ascensori che pensi non possano esistere più, tanto meno in un luogo pubblico; hanno ante scorrevoli in plastica perennemente rotte, sono lentissimi e servono a trasportare sia i malati in barella sia l’esorbitante flusso di persone. Ore e ore d’attesa (sempre che non si blocchino, come accade un giorno sì e uno anche).

Nel mio ospedale ci sono reparti con esposte foto che ritraggono le camere alla fine dell’800: bella come idea. Peccato che quando varchi la soglia delle stanze da otto letti, alte quattro metri, con finestroni enormi in legno marcio, ti aspetti che sia Florence Nightingale a venirti incontro.

Nel mio ospedale c’è un pronto soccorso che ricorda un girone infernale: un ammasso di carne, sangue e lacrime, spalmato in spazi angusti e maleodoranti.

Nel mio ospedale c’è tanta di quella nevrosi e cattiveria che, se fosse possibile convertire tutta quell’energia negativa in calore, luce o elettricità, non avremmo bisogno nemmeno di citarlo il nucleare.

Nel mio ospedale c’è un centro prenotazioni che sembra un aeroporto: i pazienti ci chiedono il permesso di andare al “centro commerciale”. Non hanno tutti i torti.

Nel mio ospedale c’è un nonnismo tale che è difficile distogliersi dalla convinzione di essersi arruolati in marina.

Nel mio ospedale c’è pochissima umanità, buon senso e ragionevolezza; se tutti, ma dico tutti, ce ne mettessero un pizzico in più, forse le cose non andrebbero poi così male.

Nel mio ospedale c’è un piccolo gruppo superstite di esseri umani ancora degni di questo nome; quando ti capita di incontrarne uno, la sorpresa e la commozione sono così travolgenti che ti verrebbe voglia di abbracciarlo.

Nel mio ospedale c’è un rito di benvenuto ai nuovi arrivi: consiste in ignobili attacchi alla giugulare a qualsiasi ora del giorno e della notte, oltre a un superlavoro ai limiti della legalità, nella peggiore delle condizioni possibili.

Nel mio ospedale c’è una camionata di medici che non hanno voglia di fare assolutamente niente, che scrivono male le cartelle, che mandano al diavolo colleghi, infermieri e pazienti, che hanno come unico obiettivo quello di fare il meno possibile nel peggior modo possibile.

Nel mio ospedale c’è un tipo di specializzandi con cui è davvero bello e prezioso interagire: sono giovani curiosi, dediti, operosi; ce n’è un secondo, purtroppo, che meriterebbe l’estromissione dalla specialità tout court: giovani delfini di chirurghi onnipotenti ovvero miagolanti gatte morte che traggono beneficio da torbidi rapporti con chi riveste ruoli di comando.

Nel mio ospedale c’è una strana consuetudine: ai vertici, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono collocate persone dispotiche, ottuse, machiavelliche o semplicemente stupide e nevrotiche.

Nel mio ospedale c’è un padiglione talmente nuovo che, a distanza di anni dall’apertura, manca ancora la cartellonistica e, inevitabilmente, ancora si cercano alcuni dispersi.

Nel mio ospedale c’è una violenza dilagante: medici che spaccano porte e aggrediscono le persone intorno a loro, infermieri che si menano, pazienti e parenti che urlano, imprecano, maledicono, minacciano.

Nel mio ospedale c’è una credenza: chi è buono è fesso e va punito e sfruttato per questo.

Nel mio ospedale c’è sempre troppo poco tempo da dedicare a chi soffre: non c’è tempo per confortare, stringere una mano, asciugare una lacrima. E poi… che paura! Se il dolore fosse contagioso?

Potrebbe andare peggio di così?

Credo di sì; perché oggi, nonostante tutto, il mio ospedale c’è. Per tutti. Gratuitamente. A prescindere dal colore della pelle, dal conto in banca e dalle assicurazioni.

E domani?

“Gli occhi di Giacomo” ovvero D.N.R. – DA NON RIANIMARE.

Inauguriamo oggi la rubrica “Med and the City”. L’autrice è Betty Bradshaw, già autrice di vari post sulla medicina, alcuni dei quali molto particolari… Vi invitiamo a rileggerli tutti a questo link

Giacomo. Sì, si chiamava Giacomo. O forse… si chiama Giacomo.

Non so più nulla di lui, dal lontano 2007.

Lo conobbi nel periodo in cui ero consulente presso un centro dedicato agli stati vegetativi e di coscienza minima. Fu un’esperienza molto forte lavorare in una struttura del genere, sebbene gli spot della consulenza non siano paragonabili all’intensità del tempo pieno. È difficile descrivere le emozioni e i pensieri che scaturiscono dal contatto con realtà così particolari e così diverse da quelle in cui capita di imbattersi nel corso di laurea o di specializzazione. Non sei mai abbastanza pronto.

Ciò che mi sorprese la prima volta che entrai in “reparto” fu il silenzio. Un silenzio che non è quello della notte e nemmeno quello che immagino se penso alla fine, al vuoto, alla morte. È un silenzio buio ma denso: permettendomi una sinestesia, lo paragonerei al mare di notte. Sai che è il mare, ma non riesci a guardarci dentro e non sai che cosa si muove vicino a te. Fare il bagno di notte nel mare non mi è mai piaciuto, forse proprio per quel senso di vulnerabilità di fronte al nero che ti ricopre e a cui appartieni. La seconda cosa che mi colpì al bancone degli infermieri fu la presenza di un enorme acquario, popolato di stupendi pesci tropicali, silenziosi, leggeri, sottili. E mentre ero intenta a seguire le loro evoluzioni leggiadre con gli occhi sgranati e il naso appiccicato al vetro come una bambina, d’un tratto si materializzò davanti ai miei occhi un grosso e sgradevole pesce nero, di fronte al quale preferii abbandonare lo spettacolo. Le metafore interpretative si sprecano. La mia, piuttosto banale, mi indusse a credere che l’acquario non fosse lì per caso, che i pesci eterei e cangianti rappresentassero le anime dei pazienti e che il pesce nero non fosse altro che uno spettrale memento per tutti.

I degenti erano anziani signori il cui cuore aveva smesso di battere per un tempo molto, troppo lungo; ma non abbastanza da esaurire tutte le energie vitali, soprattutto quelle dei “centri di comando”, come per uno scherzo beffardo del destino (fortemente aiutato da soccorritori-Rambo che non sanno quando è il momento di lasciar andare). Ragazzi usciti di strada dopo una serata con gli amici e mai tornati a casa. Giovani uomini e padri di famiglia le cui arterie cerebrali avevano deciso di inondare il cervello di sangue, rompendosi, per non si sa bene quale protesta verso chi o cosa, lasciando però indenne proprio il fulcro della vita.

Giacomo però era diverso. Lui sentiva e vedeva tutto. E tutto comprendeva. Una gravissima malattia neurologica lo aveva travolto intorno ai 60 anni, e nel giro di 3 lo aveva portato all’impossibilità di muovere quasi tutti i muscoli del corpo. Una sera sopraggiunse un affanno improvviso, il respiro divenne sempre più difficoltoso e i familiari – la moglie e le sue due figlie – non adeguatamente informate su ciò che sarebbe accaduto (e forse anche su quanto impietosa e rapida fosse la malattia) lo portarono al pronto soccorso. Lì Giacomo ebbe una grave crisi respiratoria. Non esistendo in Italia (per questi malati e non solo) una legge che regolamenti la procedura e il diritto al non trattamento, Giacomo fu intubato, senza che fosse espresso un consenso suo (peraltro in stato di semi-incoscienza) o dei parenti (non informati sulle gravissime ripercussioni che avrebbe avuto sulle loro vite quel gesto comandato da altri, o meglio, dall’alto).

Fu intubato. E poi tracheostomizzato e ventilato artificialmente. Per sempre. Perché ogni tentativo di svezzarlo dal respiratore fu vano.

Nel giro di alcuni mesi Giacomo perse progressivamente l’uso di quasi tutti i muscoli, sino a poter muovere solo gli occhi. E fu in quella fase della malattia che lo conobbi. Era così ormai da anni.

Entrando nella sua stanza mi soffermai nell’anticamera e, senza essere vista, ebbi il tempo di perlustrarla con lo sguardo: era tappezzata di foto, Giacomo che inforca una bici in cima a una montagna carica di neve, Giacomo che scala una parete di roccia, Giacomo il giorno delle nozze mentre sorride felice con la sua moglie biondissima e innamoratissima, Giacomo giovane che abbraccia un bebè con una tutina rosa, Giacomo che abbraccia un secondo bebè con una tutina rosa a fiori. Sull’altra parete le foto non includevano più Giacomo: la moglie biondissima abbracciata a due splendide ragazze, una delle quali incoronata d’alloro e ricoperta da una toga, forense, la moglie biondissima mentre bacia l’altra ragazza vestita a nozze e radiosa, come la mamma tante foto e tanti anni prima. Spostai dall’armadio lo sguardo verso il fondo del letto: due arti inermi e magrissimi riempirono i miei occhi e il rumore di un respiratore affaticato le orecchie. Di lì una cascata di emozioni mi si rovesciò addosso, compreso il senso di colpa, la fastidiosa sensazione di essere una guardona impertinente. Il cuore sobbalzò nel petto con capriole sgraziate, il volto si avvampò di un calore insano e preoccupante. Senza rendermene conto mi ritrovai fuori dalla stanza, con un respiro doloroso e irregolare, aggrappata alla cartelletta di plastica stretta al punto da avere le nocche delle dita completamente bianche.

Cercai di appellarmi al buon senso, al distacco gelido con il quale i professoroni ti dicono di guardare i malati, a un ente soprannaturale che mi aiutasse a non farmi sopraffare ancora dalle emozioni.

Respirai a fondo, chiusi gli occhi ed entrai. Lo visitai e fu straziante. Parlai con Giacomo, dicendogli che avrei provato con un farmaco a lenire il dolore che avvertiva a tutti gli arti (la beffa della natura matrigna vuole che in questa malattia il movimento sia proibito e la sensibilità, invece, viva e vitale). I dolori erano stati comunicati da Giacomo ai medici del centro, in un linguaggio cui, sapevo per certo, non avrei mai potuto accedere. Cercai nel suo sguardo un cenno di assenso. Ma nei suoi occhi leggevo solo dissenso, diffidenza, lontananza. Quelli come me, i medici, avevano portato a tutto questo. Quelli come me lo riducevano a questo strazio. Quelli come me non lo avevano informato. Quelli come me non gli avevano permesso di decidere. Per non crollare davanti a lui e alla sua sferzante accusa, provai a rievocare alla velocità della luce le teorie secondo le quali Giacomo avrebbe una degenerazione di una parte del cervello che regola la critica, il giudizio, le emozioni, rendendo apatici, indifferenti, privi di emotività. Ma con una violenza inaudita, l’idea che questa ipotesi non fosse altro che un giustificativo per far dormire tranquilla tutta la comunità scientifica si impossessò di me. E a quel punto, sentii gravare sulle mie spalle un peso enorme. Insostenibile. Quasi mi uscì di bocca la parola “scusa”.

Gli sorrisi grevemente, mi aggrappai alla cartelletta, unica certezza della giornata, e feci per uscire dalla stanza. Le lacrime stavano prendendo il sopravvento, per cui accelerai. Come un vortice nella testa già ebbra volarono pensieri del tipo: ma se fossi io, non sarebbe tremendo vedermi tutti i giorni in canoa o immersa in acque cristalline, risentire le braccia che pagaiano e nuotano e non riuscirle a muoverle? Non vorrei morire se vedessi mio marito che mi sorride nel giorno di nozze? Non vorrei che mia figlia avvocatessa vendicasse la mia sofferenza orribile punendo un sistema malato che dilania e uccide le persone, fingendo di salvare ciò che la natura ha creato?

Quasi mi misi a correre, ma il mio sguardo riuscì a catturare l’ultimo frammento che mi fece rabbrividire: sulla porta, in bella vista, il disegno di un bimbo raffigurava i nipoti di Giacomo. Davide, Noemi, Riccardo: D-N-R. Da non rianimare.

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Da qualche parte in Africa

Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Nica Pescetta è un medico specializzando in Anestesia e Rianimazione. In questo articolo ci racconta la sua esperienza in Africa come medico volontario. Buona Lettura.  

Era stagione secca e il sole non amava trattenersi all’orizzonte, ma bruciare. Da mattina a sera stava a picco sulle cose, imbiancando il cielo senza tregua. Mancava più di un mese alla prima pioggia, quando il sudore di questi giorni accecanti si sarebbe raccolto a dare forma alla prima nuvola. E l’acqua sarebbe tornata a essere degli uomini, la terra rossa a sfamarli.

Era stagione secca e il pomeriggio seguiva al mattino senza variazioni di luce. L’ombra, sempre calpestata dai passi, stentava ad allungarsi. Fino al buio, che arrivava senza preamboli per spegnere l’ardore di un altro giorno infuocato.

Scendeva presto la notte. Che non era d’uomini, ma di presenze sottili. I fuochi si accendevano qua e là ad infondere coraggio. Solo il ritmo dei tamburi osava attraversare quel buio senza paura. A parte me, che ignara di tutto andavo a calpestare la notte e a prendere in spalla il peso delle stelle. Non avevo ancora imparato il senso delle cose, mettevo un passo in fila all’altro senza intuirne il significato.

I mie occhi non sapevano distinguere nel buio, i miei piedi non riconoscevano il sentiero segnato nella sabbia, l’aria profumava di resina bruciata senza che io ne conoscessi il nome. Per questo, quella sera, ancora mi aggiravo nonostante il giorno stesse per finire. Amavo chiacchierare, in quella mia lingua mozza, con i ragazzi della scuola tecnica, che incuriositi dal mio bianco e da quello che facevo avevano sempre qualche domanda per me. Le mie risposte azzoppate poi, facevano finire il discorso in una risata collettiva.

Mi divertiva farmi prendere in giro così.

Così, mi capitò tra le braccia Andrasio. Un ragazzo di quelli con un corpo già d’uomo nei suoi 17 anni, e la pelle carbone. Alcuni compagni intorno stavano ancora ridendo e anch’io; quelli che invece l’avevano trascinato fin lì erano seri. Più increduli che spaventati, ma seri. L’avevano trascinato fuori dal dormitorio e appoggiato lì, a una panca, con la schiena contro il muro. Lo tenevano per le spalle, ma appena. Gli occhi erano chiusi e tutto assomigliava a uno scherzo. Alcuni cominciarono con le solite battute: “anch’io voglio farmi visitare dalla dottoressa bianca”, “doctora ho un terribile mal di pancia”, “io invece mi sento proprio svenire”… Sorridevo e questa volta ero io a prenderli in giro.

Ma uno piccoletto mi prese per il braccio e disse piano che Andrasio da qualche ora non si svegliava. Che era stato male tutta la notte, che la mattina aveva lasciato la lezione per correre al bagno e poi l’avevano trovato loro, i compagni di stanza, disteso sul letto con i pantaloni sporchi e gli occhi chiusi come da un sonno… Nessuno rideva più.

Andrasio non si svegliava davvero. La sua pelle era fredda contro la mia. I suoi battiti erano sottovoce e rapidi come d’uccellino. Non ricordo di aver detto molte parole e già i ragazzi se l’erano caricato in spalla per portarlo al “Centro de Saude”. Sopra quella processione di corpi, tutti insieme, cominciavano a brillare le prime stelle. Il buio era già. Il sentiero che seguivamo era nei loro passi. In lontananza l’ospedale era riassunto in poche lampadine. Solo il “pronto soccorso”, fatto di due letti, un tavolo, un lavandino e qualche farmaco era illuminato dai neon. Quella luce aliena straripava attraverso le persiane nella notte, alterando il paesaggio insieme al ronfo incessante del generatore.

Deve essere malaria” dicevano tutti. E in mancanza del laboratorista e dei suoi vetrini, anche il test rapido rafforzava quell’opinione.

Indipendentemente da ogni sospetto tuttavia, a uno malato così sarebbe toccata la solita “acqua appesa” e  il chinino. Iniziò la lotta. Armati d’aghi e intuito, il sangue si trovava a fatica. Infine l’acqua cominciò a scorrere, insieme alla medicina. Ma buio era già. Gli uccelli della notte spingevano lontano il loro grido, i tamburi degli uomini tacevano ormai.

Niente convinse Andrasio a svegliarsi più da quello che continuava a sembrare un sogno.

Questo fu il primo di una serie di decessi, durante quegli ultimi mesi riarsi prima dell’arrivo delle piogge. Si trattava di morti per disidratazione in seguito a diarree acute non prontamente o adeguatamente trattate. Le manifestazioni cliniche facevano pensare che si trattasse di colera, ma passò molto tempo prima che arrivasse una conferma da parte delle autorità sanitarie competenti. Dopo un mese dai primi casi continuava a esserci difficoltà nel rifornimento di soluzioni re-idratanti per uso endovenoso, essenziali per il trattamento.

Durante lo stesso periodo in due Stati confinanti1 un’estesa epidemia di colera richiamò l’attenzione e gli aiuti internazionali.

Ogni anno nel mondo si contano più di duecentomila nuovi casi di colera, di cui il 99% in Africa2.

Mi chiedo quanti siano, invece, i casi che non (si) contano.

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(1) riferimento all’epidemia di Colera che si sviluppò in Zimbabwe nell’autunno del 2008, estesasi poi al Malawi con l’inizio del 2009: link 1link 2

(2) Centers for Disease Control and Prevention, Epidemiology and Risk Factors.

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