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In morte di quattro bambini rom

Se c’è un aspetto che ci verrà risparmiato della morte di quattro bambini figliastri di un dio minore, è lo scempio mediatico di trasmissioni del dolore, occhi luccicanti a favore di telecamere, raccolte fondi purificatrici via sms. Diciamo la verità: il fatto che non si tratti di piccoli bianchi e autoctoni, figli di gente “per bene”, ha il vantaggio dell’oblio veloce.

Quella che invece non ci verrà risparmiata è la maledizione del Dinofelis. Gli studiosi hanno scoperto questo felino, vissuto nel Miocene, attraverso il ritrovamento di resti fossili in Sudafrica. La caratteristica dell’animale era quella di cibarsi di uomini che vivevano nelle caverne. Alcuni antropologi fanno risalire la nascita delle prime organizzazioni sociali umane alla lotta per la sopravvivenza ingaggiata contro questo terribile nemico. Si ritiene infatti che gli uomini, costretti dalla natura avversa a convivere nelle grotte con il loro carnefice, comprendessero, a un certo punto, che avrebbero avuto maggiori possibilità di sopravvivenza se, invece di fuggire pensando ognuno alla propria salvezza, si fossero organizzati individuando loro stessi coloro da destinare a cibo per la belva feroce. La scelta cadde su chi aveva caratteristiche che lo rendevano differente dalla maggioranza perché debole, senza specifiche funzioni produttive o riproduttive, strano, insomma: diverso. Il sacrificio di questi esseri umani consentiva la sopravvivenza dei più ma, cosa più importante, dava la sensazione di poter padroneggiare la morte, fino ad allora in mano al caso e all’oscuro capriccio dell’orribile felino. Padroneggiare la morte, organizzarla attraverso il sacrificio di qualcuno per la salvezza dei molti, fu la base su cui nacque la società e consentì, in un secondo momento, di prendere coscienza della possibilità di non essere più prede ma cacciatori, organizzando la sconfitta del proprio assassino.

Questa modalità sembra essere tutt’ora il tratto distintivo, sebbene in forme raffinate, dell’organizzazione sociale. I diversi, i deboli, sono necessari: servono a farci sentire normali e forti. Per questo, se i nomadi non ci fossero sarebbe minata alla base la convivenza nelle nostre “moderne” società. Essi rappresentano quello che non vogliamo essere: non hanno una casa stabile e sicura, non si preoccupano più di tanto del loro futuro, non hanno nel lavoro il centro della loro esistenza, si vestono come non ci vestiremmo mai, vivono dei soldi degli altri. Non importa se questi sono sempre più spesso stereotipi, non importa se molti di loro non sono così, non importa se come tutte le comunità umane hanno al loro interno diversità di idee, ambizioni, sogni. Non importa se corriamo il rischio di cadere nel ridicolo accusandoli di illegalità, di trattare male i bambini, di non voler lavorare; in un paese in buona parte privato della legge dello stato, in cui il lavoro nero e l’evasione sono a livelli sconosciuti nel resto del mondo sviluppato, in cui i più piccoli e le donne sono quotidianamente oggetto di violenze e abusi tra le mura delle villette a schiera delle nostre città pulite e progredite. Noi abbiamo bisogno di crederli così, loro devono essere così perché regga la nostra sempre più fragile costruzione sociale. Se non ci fossero loro a chi toccherebbe essere individuato come diverso? A chi toccherebbe entrare nella lista delle vittime da offrire al Dinofelis moderno, così da far sentire gli altri in grado di padroneggiare la propria vita avendo la sensazione di poter sconfiggere la morte sociale, l’oblio, l’abbandono, la solitudine? Potrebbe toccare a me che scrivo o a te che leggi.

Quattro bambini muoiono in un campo e ascolto alla radio – invece di un po’ di umana comprensione – i soliti insulti e la solita rabbia nei confronti di chi non vive come noi. “Che tornino da dove sono venuti!”. Non sapete quello che dite. Teneteveli cari i nomadi. Il Dinofelis ha sempre fame.

Rubygate: ai posteri l’ardua sentenza.

Torna a scrivere per noi richpoly, al secolo Riccardo Sarta, laureato in giurisprudenza e appassionato di diritto che aspira a diventare un magistrato (e noi glielo auguriamo!). Oggi ci racconta del “rito immediato”, e di tutta la faccenda giudiziaria che sta dietro al “Rubygate”

Da qualche tempo a questa parte tiene banco, nei talk show, nei bar, nelle strade e nelle case degli italiani, la vicenda relativa alla richiesta di giudizio immediato annunciata dal Procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nei confronti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato per concussione e prostituzione minorile nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Rubygate”. E allora, spieghiamo in poche righe di cosa si tratta.

Il giudizio immediato è uno dei cosiddetti riti alternativi a quello ordinario per la celebrazione di un processo, categoria di cui fanno parte anche il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento), il giudizio direttissimo e il procedimento per decreto. È previsto dagli articoli 453 e seguenti del Codice di procedura penale. Il giudizio immediato è caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare e può essere instaurato in seguito alla richiesta del pubblico ministero o dell’imputato, così da velocizzare i tempi della giustizia portando il procedimento direttamente alla fase del dibattimento. Il dibattimento, del resto, costituisce il fulcro del processo penale, il suo cuore pulsante, luogo deputato alla formazione della prova davanti a un giudice terzo e imparziale che emetterà la sentenza. Il pubblico ministero chiede il giudizio immediato quando sussiste l’evidenza della prova della colpevolezza dell’indagato. L’imputato, a sua volta, qualora ritenga di essere innocente, e abbia le relative prove per dimostrarlo, chiede il giudizio immediato in modo da definire al più presto la propria posizione.

Condizioni imprescindibili per la legittima richiesta del pubblico ministero sono che l’indagato sia stato sottoposto a interrogatorio sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova e che il pubblico ministero abbia trasmesso la richiesta alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari entro novanta giorni dall’iscrizione della notizia di reato. D’altronde, il fatto che l’indagato (come nel caso del Premier), pur essendo stato regolarmente convocato dal pubblico ministero, non si sia presentato all’interrogatorio non pregiudica la richiesta di giudizio immediato che, quindi, potrà essere ugualmente presentata.

Sarà il Gip Cristina Di Censo a decidere entro cinque giorni se far processare Berlusconi per l’accusa di avere abusato dei suoi poteri, in qualità di Presidente del Consiglio, allo scopo di far rilasciare Ruby nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2009 dalla Questura di Milano e affidarla a Nicole Minetti (reato di concussione) e di avere avuto rapporti sessuali ad Arcore con la giovane marocchina quando lei era minorenne (reato di prostituzione minorile). Il giudice per le indagini preliminari dovrà valutare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge ed eventualmente disporre con decreto il rito immediato, fissando la data dell’udienza dibattimentale dove, come detto, comincerà a pulsare il cuore del processo. I pubblici ministeri hanno “stralciato” la posizione del presidente del Consiglio, cioè l’hanno separata da quella degli altri indagati, tra i quali spiccano le figure di Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, creando un autonomo fascicolo.

Il giudizio immediato è stato chiesto per entrambi i reati formulati nei riguardi del premier, e cioè la concussione e la prostituzione minorile. La richiesta di giudizio immediato inviata dalla procura al gip, Cristina Di Censo, è di 782 pagine contenute in due volumi; del resto i faldoni contengono anche le copie delle procedure relative alle intercettazione telefoniche. Oltre alla richiesta di giudizio immediato per il Premier, motivata sulla base dell’esistenza di prove evidenti, i pm hanno inviato al gip una memoria in cui ritengono non sussistere l’ipotesi «di reato ministeriale». Inoltre, è stata trasmessa al gip una memoria nella quale, a seguito dell’esame degli atti ricevuti dalla Camera e da quelli depositati dalla difesa, i pubblici ministeri espongono le ragioni per le quali in ordine alla concussione non sussiste ipotesi di reato ministeriale.

Tutto ciò per sottolineare come la procura ritenga che la competenza sia del tribunale di Milano e non del tribunale dei ministri, come sostenuto invece dalla difesa del Premier. Secondo quanto previsto dal Codice di procedura penale, il giudice emetterà il suo provvedimento senza dover celebrare un’udienza in contradditorio tra le parti. In questa fase e fino alla decisione del giudice, che non sarà motivata, le difese non potranno avere copia degli atti inviati dalla procura. Potranno invece prendere gli atti dopo che il giudice avrà deciso se mandare a processo il premier. Se il Gip dovesse disporre il rito immediato il processo potrebbe avere inizio già nel maggio di quest’anno.

Come direbbe Manzoni “ai posteri l’ardua sentenza”…

Il Flop Federalista

Per tanti anni è stato un oggetto misterioso, un concetto astratto, una scatola vuota senza un contenuto chiaro, promessa e al tempo stesso minaccia. Stiamo parlando del federalismo, tornato di moda nell’ultimo ventennio e imprescindibile caposaldo elettorale della Lega Nord. Ma proprio quando questa oscura materia sembrava prendere forma ecco arrivare gli intoppi. Il primo passo concreto era stato mosso nel maggio del 2009 con l’approvazione della Legge Delega 42 con la quale il Parlamento dava al governo potestà legislativa riguardo il cosiddetto “federalismo fiscale”. Ma che cos’è questo oscuro concetto?

Detto in breve, si tratta di un regime fiscale che punta a mantenere una proporzionalità diretta tra le imposte riscosse in un certo territorio e le imposte utilizzate nell’area stessa. Questo principio, in verità è già contenuto nella costituzione, per l’esattezza all’articolo 119 che recita testualmente: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”.

La legge 42 dava al governo la delega per fornire agli enti locali gli strumenti e il coordinamento per attuare il federalismo fiscale. Il primo di questi strumenti è stato il d.lgs 85\2010, comunemente chiamato “federalismo demaniale”. Con questa legge il governo trasferiva agli enti locali una vasta tipologia di beni demaniali e ne disciplinava la gestione e l’alienazione. In soldoni, gli enti locali diventavano responsabili e gestori di edifici, terreni, strutture dismesse e uffici precedentemente amministrati dalla pubblica amministrazione. Il federalismo fiscale vero e proprio è stato per lungo tempo materia di un’apposita commissione bicamerale, definita “bicameralina”, un organo consultivo con il compito di valutare e correggere i decreti attuativi.

Tutto il resto è storia di questi giorni.

Sul decreto attuativo del federalismo municipale, la legge che avrebbe dato autonomia impositiva ai comuni e avrebbe trattenuto sul territorio parte dell’IRPEF e dell’IVA riscossi si è arenato in bicamerale. Nonostante questo, il Consiglio dei Ministri, forzando i regolamenti ha licenziato il decreto che è stato prontamente respinto dal Presidente Napolitano in quanto irricevibile “non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari“.

Il no di Napolitano ha avuto l’effetto di mettere nuovamente in subbuglio una maggioranza risicata e che puntava proprio sul federalismo per ricompattarsi. Se da un lato il Presidente del Consiglio minimizza definendo il stop del Quirinale come una mera questione procedurale, La Lega è in fibrillazione. La base mostra segni di insoffereza nei confronti dell’alleato e allo stesso tempo pretende il tanto promesso federalismo. La battuta d’arresto del secondo decreto attuativo rischia, nel migliore dei casi, di rallentare e di molto l’iter verso il federalismo fiscale e nel peggiore dei casi di far cadere l’intero governo. L’autonomia impositiva degli enti locali, costituisce la base fondamentale su cui, in futuro, dovrà reggersi la futura Italia federale, uno stato completamente ristrutturato nel suo insieme che, secondo le stime più ottimistiche, vedrà la luce solo nel 2020.

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Sei giovani storie dai territori palestinesi…

Mercoledì 2 febbraio 2011 il Palazzo Ducale di Lucca ha ospitato l’incontro “Medio Oriente: tra conflitti e dialogo”, a cui hanno partecipato anche sei giovani Palestinesi tra i 15 e i 17 anni, che hanno avuto modo di raccontare la propria storia e far conoscere le condizioni in cui sono costretti a vivere. Due ragazzi e quattro ragazze, attivisti di associazioni locali, con la possibilità di venire in Italia e divulgare le tante cose che ancora non conosciamo di quegli sfortunati territori.

E’ dal 1948, data che decreta la nascita dello Stato d’Israele, che il mondo discute della “questione Israelo-Palestinese” senza riuscire a trovare una soluzione all’annoso conflitto che contraddistingue quei territori. “L’occupazione non è solo il problema di due popoli che si scontrano – spiega un giovane diciassettenne con uno sguardo che tradisce una sofferta maturità. – In realtà è una cosa più complessa, perché l’occupazione è una limitazione continua, che ostacola e priva noi cittadini di vivere una vita normale. Noi ragazzi diventiamo come dei robot che non possono prendere le decisioni autonomamente. Sono gli Israeliani a decidere dove e quando noi possiamo andare in un posto, e questa limitazione di libertà è davvero umiliante e snervante per tutti noi”.

Io abito nel centro storico di Gerusalemme est – spiega il suo coetaneo. – Lì non ci sono posti di blocco, ma a volte può capitare di incontrare qualcuno che, riconoscendoti come arabo, decide di insultarti, sputarti addosso o magari darti uno schiaffo, solo perché sei un ragazzo. Poi a volte ci sono delle operazioni militari dentro la città e a quel punto i militari israeliani hanno il diritto di fermarti, chiederti un documento d’identità e tenerti lì fermo anche per delle ore. I miei compagni di classe che invece hanno casa fuori dalla città hanno il permesso di entrare a Gerusalemme solo per andare a scuola, quindi devono alzarsi presto per arrivare in tempo, prima che scada il permesso, anche perché ci possono impiegare anche tre ore per fare una strada che normalmente impegnerebbe venti minuti di tempo. Lo stesso vale per i maestri e i professori che abitano fuori dalla città, che arrivano a scuola già stanchi. E’ un’umiliazione e una violenza che mi deprime e mi impedisce di immaginare un futuro”.

Viviamo in un costante stato di incertezza e paura – spiega una delle ragazze – perché i militari potrebbero entrare, distruggere case, e persone che conosciamo potrebbero morire. Conosco molte vittime delle aggressioni militari, ragazzi mutilati dalle mine che hanno perso una mano, un piede o altro”…

Un fatto che vedo tutti giorni è quello del muro – racconta un’altra delle giovanissime ragazze. – E’ un muro di discriminazione e Apartheid, che non divide solo lo Stato Israeliano dai territori palestinesi, ma passa proprio fra le case dei Palestinesi, separando famiglie e amici. Dividendo i ragazzi dalla loro scuola e i religiosi dal proprio luogo di culto. Vivere in queste condizioni è molto difficile. Io ad esempio non sono mai stata a Gerusalemme anche se dista solo qualche chilometro da casa mia. Per andarci dovrei richiedere un permesso che potrebbe arrivare anche dopo un mese o essere addirittura rifiutato. Quando sono arrivata in Italia mi sono accorta di quanto nel mondo si parli del mio Paese. Da anni se ne parla, ma la verità è che nessuno sa davvero cosa significa vivere lì, e nessuno fa niente per cambiare le cose”.

“Ciò che più mi angoscia dell’occupazione – ha concluso l’intervento dell’ultima ragazza – è il fatto che l’occupazione vuole completamente cancellare la nostra identità. I nostri insegnanti a scuola non possono parlare di certe cose, della nostra cultura o della nostra storia. Il sistema scolastico è controllato dall’occupazione. Nel 2009 Gerusalemme è stata eletta capitale della cultura araba, e da quel momento Israele ha deciso di chiudere un sacco di associazioni, fra cui quella con cui io collaboravo, che serviva per rafforzare l’identità culturale e storica del mio popolo”…

Concluso l’appassionato intervento dei sei giovani palestinesi, Francesca Pasquato e Elena Gasparri (Assopace Pisa) hanno presentato il progetto “Educare al conflitto per educare alla pace: con gli occhi dell’altro”, nato per sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori sulla tematica del conflitto, proiettando poi alcuni stralci del documentario “Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele”, realizzato da un regista Palestinese e da uno Israeliano per spiegare la complessità del tema, senza pregiudizi ideologici, insieme, per raccontare una verità comune…

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Le otto serie TV da non perdere – ed. 2011

L’anno scorso avevamo fatto un salto nel mondo delle serie TV d’oltreoceano e nostrane, alla scoperta di nuove perle, in questo articolo. Visto il successo che riscuote ancora oggi, facciamo un bell’aggiornamento al 2011, guardando un po’ le serie da confermare e parlando di qualche serie nuova (o vecchia, ma un po’ sconosciuta) che vale la pena di vedere.

Le vecchie conoscenze.

THE BIG BANG THEORY

Cominciamo con le vecchie conoscenze. The Big Bang Theory si mantiene su standard altissimi, con momenti comici che fanno letteralmente piegare in due dalle risate, personaggi sempre perfetti e un livello-puntata decisamente alto. Siamo alla quarta stagione, e il successo non sembra arrestarsi. Tra storie d’amore finite, storie d’amore cominciate, viaggi assurdi e tutta una sequela di tormentoni nerd (Sheldon che suona la sigla di Star Trek con il Theremin è inarrivabile) il livello rimane altissimo. Sheldon e compari sono amabili, difficile mollarli una volta cominciato a guardare TBBT.

CALIFORNICATION

Californication giunge anch’essa alla quarta stagione, che riprende i toni un po’ più maturi rispetto alla stagione tre, troppo votata al lato “comico” delle avventure di Hank e soci. Finalmente si torna a vedere il vecchio Hank, disperato, disfattista, innamorato perso di Karen ma schiavo dei suoi peggiori istinti e di un’immaturità eterna, che lo pone a confronto con una figlia ormai adolescente molto più matura di lui. I toni sono belli forti, sebbene qualche momento demenziale sia rimasto (speriamo scompaiano del tutto), per una serie che doveva essere a stagione singola, e invece si ritrova a proseguire visto l’incredibile (e giusto) successo. Duchovny veramente bravo. Da vedere assolutamente, soprattutto se siete stati un po’ delusi dalla poco riuscita stagione numero tre.

FRINGE

Fringe è un crescendo costante. La terza stagione si conferma assolutamente di altissimo livello, sebbene minacciata dallo spostamento nel tanto temuto dead-slot del venerdì (luogo deputato alle serie che andranno chiuse). Resisteranno Peter, Walter e Olivia al terribile giorno della settimana senza spettatori (solo X-Files ci è riuscita in passato)? Per ora sì, e chiudere una serie come Fringe sarebbe un vero peccato visto l’incredibile potenziale e l’altissimo livello di ogni puntata. L’universo alternativo ha dato nuovissimi spunti alla storia, con i nostri protagonisti che si trovano a dover salvare non uno, ma ben due universi dalla distruzione, con il sospetto che il peggior nemico si annidi proprio in mezzo a loro. Oltre al sempre immenso John Noble, anche qualche comparsata importante. Christopher Lloyd vi dice qualcosa? Da seguire ancora e ancora.

Qualcosa di nuovo

SPARTACUS – GODS OF THE ARENA

Spartacus è ritornato. Sebbene questo non sia un seguito vero e proprio della prima stagione, piuttosto un prequel, la serie sorpresa dell’anno scorso si conferma decisamente solida e unica nel suo genere. Purtroppo l’attore Andy Withfield, che interpretava il gladiatore ribelle nella prima serie, continua a soffrire di un male incurabile e così il prequel, che doveva essere una mini-serie, è diventata una regular season a tutti gli effetti. In attesa di una (quanto mai sperata) guarigione di Spartacus, gustiamoci le avventure di Batiatus nei suoi primi tempi da Lanista, con una serie di nuovi protagonisti (l’imbattibile gladiatore Gannicus), e il ritorno di tutte le vecchie glorie nei loro “early days”. Imperdibile. Una serie tamarra al punto giusto. Appassionante.

BAND OF BROTHERS

Nel 2001 (cavolo sono già passati dieci anni!!) Tom Hanks e Steven Spielberg hanno prodotto questa serie che rimane una delle mie preferite, e sicuramente una delle migliori serie televisive di sempre. Ambientata durante la seconda guerra mondiale, è il perfetto compendio a Salvate il Soldato Ryan. Se lì osservavamo il conflitto dal punto di vista dello sbarco delle truppe in Normandia, qui ci troviamo di fronte alla 101sima aviotrasportata, che si è paracudata la notte precedente al D-Day in Francia. Attraverso le loro missioni ripercorriamo tutta la storia della Seconda Guerra Mondiale, fino alla liberazione di Berlino. Una serie praticamente perfetta che tutti dovrebbero vedere. Sua sorella minore è The Pacific, più recente, ambientata per l’appunto nel Pacifico, ma ha meno appeal ed è meno riuscita di questo mostro inarrivabile.

TRUE BLOOD

Grottesca, surreale, grandguignolesca. True Blood è la classica storia di vampiri che vanno tanto di moda in questo periodo. L’interesse della serie (che va in onda in estate, siamo in attesa della quarta stagione) è senza dubbio il modo in cui il tema viene trattato. In un mondo in cui i vampiri si sono rivelati, devono fare i conti, come tante classi poco privilegiate, con il razzismo della gente del sud degli USA. Le tematiche di fondo sono molto interessanti, dall’altro lato ci troviamo uno spirito molto particolare che unisce momenti di serietà assoluta a momenti assolutamente grotteschi e folli. Splatter al massimo livello, True Blood racconta della travagliata storia d’amore tra Sookie Stakehouse e il vampiro centenario Bill Compton. Non vi aspettate le fighette di Twilight o Vampire Diaries, qui si fa molto più sul serio, e c’è tanto sangue. Da vedere.

THE WALKING DEAD

Rimanendo in tema horror, ecco arrivare la sorpresa dell’anno. The Walking Dead doveva essere inizialmente una miniserie, ma la seconda stagione è già stata confermata visto l’assoluto successo delle prime sei puntate. La trama è semplice: il mondo è stato invaso dagli Zombie, non si sa come e perché. Seguiremo le gesta di un gruppo di protagonisti che si trovano nella situazione di dover sopravvivere ai mostri più famosi della storia del cinema, a suon di fucilate, colpi di balestra, decapitazioni e tanto altro. Una serie sugli Zombies fatta come si deve, decisamente riuscita, di cui non vediamo l’ora di assistere alla seconda stagione. Se siete amanti dei videogames, e conoscete Left 4 Dead, beh, questa è la serie che più si avvicina all’atmosfera del gioco zombesco di Valve. Consigliatissima.

THE CAPE

Questa è una serie che probabilmente verrà chiusa presto, e probabilmente piace solo a me. Però vi invito comunque a dare un’occhiata. The Cape è un supereroe mascherato che usa il suo mantello e le abilità circensi imparate con il Carnival of Crime per sconfiggere il suo arcinemico Chess, padrone della multinazionale ARK che sta prendendo il controllo di Palm City. La sua identità segreta è quella di un ex-poliziotto incastrato proprio da Chess per un crimine non commesso. Classica e banale? Esattamente. È proprio questo il bello di The Cape secondo me. A differenza di Heroes, qui il supereroe c’è e fa il supereroe, ci sono i villain principali, quelli secondari, i comprimari che aiutano The Cape, la famiglia da salvare e tutto il resto. Una serie vecchio stile come non se ne vedevano da tempo. Non so quanto andrà avanti, ma per ora una chance se la merita  se siete appassionati delle classiche storie di supereroi stile Marvel silverage. Un fumettone da gustare col popcorn.

Ovviamente l’elenco è assolutamente incompleto, sono tantissime le serie TV da seguire, e sicuramente le vostre preferite saranno altre. È proprio per questo che vi invito a segnalarci e a raccontarci le vostre nei commenti all’articolo, e magari dire la vostra sulle serie da me presentate nell’articolo.

Quale alternativa?

L’impero di Berlusconi sta crollando sulle sue stesse deboli fondamenta fatte di escort e festini, bunga bunga e starlette che fanno politica, e ci si comincia lecitamente a chiedere cosa succederà dopo.

Una domanda che ci si pone spesso di questi tempi riguarda proprio la possibile alternativa a Berlusconi e al berlusconismo. L’Italia ha bisogno di un cambiamento radicale, storico, di una nuova era in cui la politica possa ritornare vicina al cittadino, vicina al popolo, che attualmente annaspa disorientato nella torbida realtà di un Governo che si preoccupa soprattutto di salvare il suo Premier, padre-padrone di un partito che propone e dice soltanto quello che vuole Lui.

Il problema della Sinistra è che non propone un’alternativa. È una frase populista quanto volete, ma è assolutamente identificativa dello status in cui versa l’Opposizione. Il votante di Sinistra si trova totalmente disorientato di fronte alla “debolezza” sulla carta del maggior partito di Opposizione, quel PD che ha come leader Bersani che tanto leader non sembra. E così nelle scorse settimane abbiamo assistito a paventate assurde alleanze pur di mandare via l’Imperatore Maximo, alle proposte di un’ampia coalizione per battere il Premier, fino allo sfogo d’orgoglio di Bersani in risposta alla lettera di Berlusconi sul Corriere. Insomma, un tira e molla infantile: prima si propongono folli alleanze persino con la Lega (e già qui…), poi si fa un passo indietro, poi si cerca il governo tecnico con Tremonti premier (e pure qui…), poi risalta fuori lo scandalo Bunga Bunga e si ricomincia la guerra. Infine il Partito dell’Amore decide di tendere la mano all’Opposizione, in un disperato tentativo di collaborazione, e Bersani in un moto d’orgoglio si rifiuta fermamente chiudendo l’affaire con un lapidario “troppo tardi”.

Troppo tardi? L’elettore di centro-Sinistra non può che trovarsi ulteriormente disorientato dalle parole del suo ipotetico leader. “Troppo tardi” significa che in un altro momento, in un tempo giusto, questa collaborazione si sarebbe potuta fare. Ma che diavolo di discorso di Opposizione è questo? Come è possibile che non si riesca a sentire una presa di posizione decisa? Ancora oggi siamo costretti a subire questa manfrina del tira e molla, con un PD che si crogiola nel suo essere Opposizione, quasi avesse paura di passare al Governo. Paura o convenienza. Perché il sospetto che neanche loro sappiano cosa fare comincia a insinuarsi concreto nelle menti dell’elettorato di centro-sinistra. Il che dimostra un’idea del Partito che rasenta la debolezza, che non dà forza al messaggio lanciato.

Si dice sempre che Berlusconi sia un grande comunicatore, che sappia come affascinare le masse di pecoroni senza opinione, che sappia come portarli dalla sua parte (ancora oggi si sente gente difendere a spada tratta TUTTO il suo operato). Il punto secondo me è un altro: non è che Berlusconi sia bravo a comunicare, è che dall’altro lato non c’è nessuno che lo sappia fare in maniera decente. Anzi, diciamola tutta, il più grosso difetto della Sinistra è proprio questo, arroccarsi su un idealismo antico, fatto di valori assolutamente condivisibili, ma che non tiene conto della situazione attuale dell’elettorato nel nostro Paese. Ciò che dovrebbe imparare l’Opposizione è che in una battaglia elettorale tutto conta per riuscire a racimolare i voti della gente. Bisogna saperla convincere, bisogna riuscire a entrare nella realtà di tutte le classi sociali, capirne i bisogni, presentare un prodotto (mi si perdoni il termine commerciale) invitante, fresco, che vada incontro alle esigenze della maggior parte delle persone, popolicchio compreso. Non funziona più la strategia di puntare soltanto sulla parte intellettuale e informata del Paese, c’è una subrealtà di gente a cui non frega un cavolo della Costituzione, delle inchieste, e di tutto il resto. Un popolicchio che vuole meno tasse, vuol spendere meno, vuole il lavoro, tutto qua. Non ha più senso, nel 2011, fare comizi come se fossimo negli anni ’70. Mi rendo conto che queste affermazioni possa risultare un po’ forti, ma bisogna stare al passo con i tempi, è ora di metterselo bene in testa.

Una giusta ricetta, un buon leader che rappresenti una novità, un programma che sia condivisibile da quante più persone possibili (qualcuno è riuscito a capire il programma del PD?), che vada dritto al punto, che non si arrocchi su posizioni sempre uguali “via Berlusconi, via Berlusconi, via  Berlusconi.”

È un momento storico triste questo, l’Italia sta vivendo ancora una crisi economica da cui si fa fatica a venire fuori, la gente è stanca di fare la fame e vedere che nel palazzo nulla cambia e sono tutti concentrati a parlare di Silvio e del suo Bunga-Bunga. Basta. Berlusconi cadrà, è soltanto una questione di tempo, e una Sinistra che vuole proporre un’alternativa deve cominciare sin da subito a preparare un programma, a proporre un’alternativa che parli di cose concrete, cose che interessano alla gente. Se vogliamo questo cambiamento, è il momento giusto per cominciare a prepararlo.

Non vogliamo più vedere questa mentalità sconfitta in partenza, con una sinistra divisa tra chi urla “via Berlusconi” (IdV ad esempio) e una che lo dice sotto voce (il PD, per l’appunto). Non se ne può più di sentire da D’Alema proposte di alleanza con il Terzo Polo pur di mandare via l’Imperatore Maximo. Non se ne può più.
Quello che mancano sono i valori, i principi, e dire “Uniamoci con chicchessia pur di far cadere Berlusconi”, per quanto intento nobile, non è un valore. Il segreto dei successi di partiti come IDV e Lega è proprio questo: sono in politica per attuare i loro valori, ovvero la legalità per l’Idv, il federalismo per la Lega. Per questo non si sottomettono a soprusi e ricatti da un lato, né a moine, accordi e compromessi dall’altro: perché sono altre le cose che li muovono. Con questo non si vuole dire che siano due partiti perfetti guidati da leader illuminati – lungi da noi -, si vuole solo spiegare il motivo del loro consenso popolare. È il motivo per cui la sinistra non riesce a instaurare un rapporto stabile con Di Pietro: perché non lo capisce.

La Sinistra si riprenda la sua identità, diventi moderna, si rinnovi e si presenti con un programma di alternativa decente, senza allusioni a folli alleanze che nulla portano.

E chissà, un giorno forse riusciranno a farsi perdonare la mancata legge sul conflitto di interessi, la più grossa puttanata fatta in Italia negli ultimi vent’anni.

Avremmo potuto evitare un’epoca oscura. Ora si impegnino a riaccendere la luce della speranza.

Meridiano Zero – Egitto: il popolo conta ancora qualcosa

C’è una Tienanmen a un passo da qui e in pochi se ne sono accorti. Tutti presi dal Sexygate, dalle intercettazioni e dal bunga bunga, dalle raccomandazioni, dai festini e da quello che succede nella casa più spiata d’Italia (non quella del Grande Fratello, quella di Arcore), il riordino dell’assetto mediorientale è passato, o comunque sta passando, in secondo piano.

Il connubio Italia-Egitto si è sintetizzato nei kebab, nei resort di Sharm el Sheik e nelle giovani adolescenti tirate fuori dalle questure perché nipoti di Mubarak. Già, proprio lui che, in questi giorni, è assediato dal suo stesso popolo, che gli urla a gran voce di dimettersi. L’ennesimo regime sotto scacco, che segue da vicino le rivolte Algerine e Albanesi. Cosa attendersi ora? E perché ora? La prossima nazione sarà la Libia. Il vecchio Gheddafi, con i suoi cavalli e le sue cavalle con le mostrine, farà posto presto o tardi al figlio, molto più occidentalizzato, al passo con i tempi e più simpatico agli Stati Uniti. Il vecchio troverà sicuramente posto in una dependance di Arcore. Il perché, a mio avviso, è da ricercarsi nel cambio di rotta che stanno prendendo gli Stati Uniti nei confronti di Israele; il partner storico, dopo le disfatte in Iraq e Afghanistan e la difficoltà nelle trattative in Palestina, inizia a essere indigesto, soprattutto alla compagine democratica che, a differenza di quella repubblicana, ha pochi interessi in ballo con le major delle armi&similia. L’America guarda oltre, guarda alle economie cinesi e indiane, cercando di ridisegnare dei confini dentro le quali stringerle: a oriente tra filippine, giappone e siam, a occidente in questo nuovo “medioriente” capitanato da un Egitto in piena rivoluzione.
La prova l’abbiamo avuta pochi giorni fa, quando l’Egitto ha dovuto chiedere l’autorizzazione a Israele per far avanzare i carrarmati nella pianura del Sinai, zona demilitarizzata, autorizzazione concessa e che ha fatto infuriare Hillary. Mentre in America chiedono elezioni e che Mubarak si dimetta per il bene del (suo) paese, Frattini cambia idea come una banderuola cambia direzione in un giorno di vento. Poche ore prima assicura appoggio a Mubarak, poche ore dopo chiede le sue dimissioni, evidentemente informato di aver detto una cazzata. L’esercito è stretto tra due fuochi. Da una parte Mubarak che chiede la soppressione delle rivolte, dall’altro un popolo che chiede ciò che è giusto: giustizia e democrazia. Il Cairo è nel caos. Piazza Tahir è la nuova Tienanmen e il popolo egiziano è la dimostrazione chiara, lampante, splendida, che il popolo conta ancora qualcosa.

Noi, invece, mangiamo popcorn e seguiamo il nostro personale sexygate.

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Tra marea nera e fanghi rossi

Martedì 11 gennaio 2011, nelle coste di Porto Torres, la petroliera Emerald ormeggiata nel terminal di Fiume Santo (polo chimico del nord Sardegna al confine con il Parco Naturale dell’Asinara) sta immettendo olio combustibile nelle condotte d’alimentazione di uno dei due gruppi ad olio ancora attivi nell’impianto della società tedesca EON, una fra le aziende energetiche più grandi al mondo.

Il nero petrolio che da oltre due settimane colora le limpide acque marine delle coste settentrionali dell’isola oramai comincia a tingere anche i 18 km di spiagge colpite da questa deprimente catastrofe naturale, da Porto Torres a Punta Tramontana… Enormi chiazze di liquido scuro e nauseabondo si stanno infatti formando sopra e sotto la sabbia, e nessuno è ancora in grado di stabilire l’entità dei danni ambientali di tale disastro.

E’ stato un “imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina”, hanno dichiarato i responsabili di EON. Ci sono però molte questioni che non quadrano, come spiega il giornale online Ecologiae. “Prima di tutto l’allarme – spiega Marco Mancini – lanciato 36 ore dopo la fuoriuscita del carburante dalla nave cisterna Esmeralda”. Quel fatidico martedì notte scorre infatti senza interventi o segnalazioni, senza che nessuno decida di assumersi le responsabilità dell’accaduto, e “quando risuona l’allarme è oramai troppo tardi – spiega Agora Vox il 26 gennaio. – Il mare è stato violentato da 18.000 litri di catrame misto ad olio”.

Nelle ore successive all’incidente il sindaco Beniamino Scarpa venne peraltro più volte tranquillizzato con la garanzia, da parte dell’azienda responsabile, che non ci fossero pericoli né problemi di alcun genere. Nel frattempo, da Platamona a Stintino, davanti all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara, le chiazze d’olio continuano a spostarsi verso l’arcipelago protetto della Maddalena.

Intanto i quotidiani parlano di un piano dell’Eni che avrebbe in progetto di installare nella stessa zona il più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo, incrementando quindi il traffico delle navi cisterna e, di conseguenza, il rischio di ulteriori incidenti…

Un tempo si parlava di Sardegna come di un’isola da sogno, dove i paesaggi inviolati e la natura incontaminata riuscivano ad attirare visitatori da tutto il mondo e rendevano gli abitanti del territorio orgogliosi di essere nati in una terra così meravigliosa. Oggi i quotidiani parlano invece della marea nera di Porto Torres, della sindrome di Quirra per l’uranio impoverito prodotto dal poligono militare, dei fanghi rossi dell’Eurallumina di Portovesme e delle mutazioni genetiche nel dna dei bambini che vivono nella zona dello stabilimento petrolchimico di Sarroch.

La rabbia prende quindi il sopravvento, ed io comincio a chiedermi fino a che punto dovremo arrivare, noi sardi, per capire quale tesoro siamo stati capaci di svendere al peggior offerente e quanto lo rimpiangeremo il giorno in cui non avremo più la possibilità di tornare indietro…

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Sindrome del burnout ovvero lavoratori “in fiamme”

Una nuova autrice su Camminando Scalzi!

Betty Bradshaw è un medico specialista, una ricercatrice che si definisce la “Mafalda” del suo settore: contestataria, ribelle, preoccupata per le sorti del mondo, incallita utopista… nel suo primo articolo ci parla della “sindrome del burnout”…. buona lettura!

Può sembrare paradossale che in questi tempi devastati da una dilagante disoccupazione si decida di trattare proprio il tema del burnout. Tuttavia, continuando a leggere si comprenderà come, in realtà, questa sindrome ben si collochi nel momento storico e sociale che stiamo vivendo.

Il termine burnout, in inglese, significa “bruciarsi”. La sindrome da burnout (o semplicemente burnout) è definita come “l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata a carichi eccessivi di stress che il proprio lavoro li porta ad assumere”. Per “professioni d’aiuto” s’intendono quei lavori nei quali l’individuo si relaziona con un soggetto che necessita della sua prestazione: ad esempio medici, infermieri, insegnanti, operatori sociali, psicologi, avvocati, ricercatori, forze dell’ordine. Lo stress di cui si caricano questi individui non è solo quello del lavoro in sé, ma anche quello della persona assistita.

Tuttavia, poiché i problemi che ne scaturiscono pervadono l’impegno, le emozioni e il rapporto che la persona ha nei confronti del proprio lavoro, questa sindrome è identificabile in qualsiasi organizzazione professionale.

Quali sono le cause del burnout?

Il sovraccarico di lavoro è uno dei principali elementi scatenanti: il carico di lavoro è tale da non permettere all’individuo di recuperare energia fisica e psichica. Pensiamo agli operai FIAT che hanno appena “subìto” la riduzione delle pause di lavoro, ai medici che fanno turni ininterrotti di 24 ore, ai ricercatori (sottopagati o non pagati…) che non hanno orari o formule di controllo sul tempo trascorso sul posto di lavoro, a chi svolge professioni con turnazioni massacranti, spesso decise insindacabilmente ai vertici: queste persone andranno inevitabilmente incontro a un sovraccarico… E con quali ripercussioni?

Analogamente, se il tipo di lavoro non è adatto alla persona, alle sue competenze e possibilità, il soggetto si sentirà disorientato, frustrato, incapace di svolgere correttamente le proprie mansioni, temendo di commettere errori e, in alcuni casi, compromettendo la propria posizione e mettendo a rischio gli eventuali destinatari. Gli esempi si sprecano: laureati che fanno i postini (con tutto il rispetto per i postini), operai, infermieri e impiegati spostati da un reparto all’altro a prescindere dalle competenze acquisite, persone che accettano mansioni fisicamente onerose, pur non possedendo i requisiti fisici per svolgerle… E potremmo andare avanti all’infinito.

Anche l’eccesso di carico emotivo è fonte di stress e disagio psichico: la morte, la vita, la povertà, la miseria, le tragedie, il degrado cui sono esposte ogni giorno molte categorie professionali (ad esempio i soccorritori, le forze dell’ordine, gli oncologi, gli operatori sociali) non possono essere illimitati. Deve esistere una via di uscita istituzionale (e non la psicoterapia a spese del singolo) ove incanalare le “scorie tossiche” che questi professionisti si portano sulle spalle.

E ancora: quando il lavoratore ritiene che ciò che fa o vuole fare non riesca a influire sull’esito di un determinato evento sviluppa un senso di impotenza. L’esempio balza immediatamente all’occhio: tutti coloro che lavorano in strutture dove codici etici, morali, procedurali, economici predefiniti e immodificabili travalicano qualsiasi principio del singolo individuo. Un esempio per tutti? Pensiamo a un medico obbligato a non praticare o praticare aborti, a rianimare o non rianimare un malato, coscienza personale a prescindere.

E continuiamo con la mancanza di controllo, di riconoscimento, di senso di comunità e di equità che dilaga nella stragrande maggioranza dei posti di lavoro. Quanti di noi hanno dovuto fronteggiare richieste iperboliche senza avere a disposizione le informazioni e le risorse per poterle soddisfare? Quante volte abbiamo atteso speranzosi un “grazie!” che non è mai arrivato? Con quanta tristezza abbiamo costatato che non potevamo fidarci dell’intorno, che dietro le spalle occhieggiavano sciacalli pronti a occupare la nostra sedia e impugnare il progetto cui stavamo dando anima e corpo? Quante persone ci hanno “sorpassato” (se non addirittura scavalcato) senza che esistesse un valido e giusto motivo perché ciò accadesse?

E dunque, viste le cause, quali sono i frutti di questa minuziosa semina? Quali sono le conseguenze per chi è affetto da burnout?

Esaurimento emotivo, disturbi psichiatrici, senso di scarsa realizzazione personale, inutilità e inadeguatezza.

A seguire: rabbia, frustrazione, cinismo, aggressività, assenteismo, comportamenti di fuga e allontanamento dal posto di lavoro, scadimento della qualità di vita e del lavoro.

E infine, morte professionale. Con progressivo abbandono dell’individuo a stili di vita pericolosi per sé e per gli altri (abuso di sostanze, commissione di reati…). In alcuni e non pochi casi sfortunati lo sfilacciamento esistenziale conduce sino al suicidio.

È possibile che molti stiano pensando: in questo momento il lavoro è sacrosanto, fortunato chi ce l’ha (qualunque esso sia) e bando alle ciance medico-psicologiche! Ma è sbagliato pensarla così! In primis, il burnout non riguarda solo i lavoratori che ne sono afflitti: chi affiderebbe suo figlio alle cure di un chirurgo che è diventato cinico, è aggressivo e non dorme da 22 ore? Chi prenderebbe un treno sapendo che il conducente è depresso e ha fatto 4 notti di fila, cercando di dormire di giorno in mezzo al “trambusto” di pensieri angosciosi? Chi si sottoporrebbe a una nuova terapia, “scoperta” dall’incompetente figlio del Barone Rampante, cui il comitato etico e scientifico non possono dire di no?

Il burnout è un problema collettivo e riguarda tutti, in ogni momento! Ancor di più se un tasso di disoccupazione preoccupante spinge inevitabilmente le persone ad accettare sempre e comunque un lavoro, a qualsiasi condizione.

E infine, sforziamoci di guardare oltre la “crosta” fatta di paura, di senso di precarietà, di instabilità, di vuoto: oltre c’è il dovere e il diritto di svolgere un lavoro decoroso, adatto alle proprie competenze, rispettoso delle esigenze fisiche e psicologiche di ognuno,  guidati da una leadership non machiavellica, bensì astuta e lungimirante, capace di intuire che un lavoratore soddisfatto delle proprie mansioni, inserito in un contesto equo e nella condizione di svolgere e non di “subire” un lavoro rende molto di più di un lavoratore “bruciato”.

Il primo articolo della Costituzione recita infatti: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”… non su un falò.

Fonte | wikipedia

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