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Immigrazione: convivenza modello Gran Torino

Torna a scrivere per Camminando Scalzi Giovanni Paci, consulente e ricercatore indipendente che opera nel campo della programmazione e dell’analisi delle politiche e dei servizi sociali. Ha 45 anni. È editor del blog pratichesociali dove vengono raccolti contributi sui temi della giustizia sociale, dei diritti umani, delle migrazioni e della ricerca sociale. È possibile seguirlo anche su Twitter.

A questo link i suoi articoli per questa blogzine. 

Ci sono due modi di essere curiosi del mondo, due modi di esplorare la realtà che ci circonda. C’è chi è portato a cercare e a muoversi nell’infinitamente grande e chi nell’infinitamente piccolo. Chi è attratto dalla profondità del mare e chi dalla sua estensione. Chi prende la via che porta alla vetta del monte, chi imbocca la strada che porta dall’altra parte del mondo. Talvolta queste esigenze hanno, dentro di noi, un peso uguale e ci troviamo tirati e lacerati tra il desiderio di radici, di casa, di terra, e quello di lontananza, di distacco, di spazio. Superficialmente, queste dimensioni sono state spesso contrapposte, identificando le radici nella conservazione e la partenza con il progresso. C’è invece una straordinaria consonanza tra chi cerca in profondità e chi in estensione, ed è provocata dal sincero desiderio di non dare per scontato ciò che abbiamo di fronte, dall’intuizione che le cose sono sempre più di ciò che appaiono e dall’aver compreso che non accettare la realtà per come ci viene rappresentata ma andare alla ricerca di nuove visioni e rappresentazioni del mondo può riservarci straordinarie sorprese.

Clint Eastwood ha diretto e interpretato un bellissimo film, uscito quasi tre anni fa, intitolato “Gran Torino“. Un vecchio operaio della Ford in pensione, reduce della guerra di Corea e vedovo, non vuole andare via dalla propria casa sebbene il quartiere in cui vive sia ormai diventato un ghetto degradato abitato da immigrati, soprattutto orientali. Lì ha tutte le sue cose: oltre alla Ford modello Gran Torino, un garage pieno di attrezzi e oggetti accumulati in una vita; piccole cose, ognuna con il proprio senso e significato. Il film si snoda lungo l’intrecciarsi delle esistenze del vecchio pensionato scorbutico e diffidente con quelle dei vicini vietnamiti, soprattutto di un ragazzo e di sua sorella, con cui il vecchio entrerà sempre più in sintonia fino a trovare nella difesa della loro vita il senso ultimo della propria esistenza.

La poesia del film è data non solo dai contrasti tra la durezza del mondo esterno e la dolcezza degli animi dei protagonisti ma anche dalla scoperta che vite apparentemente così lontane, come quella di un reduce di guerra attaccato alla propria terra e alla propria patria e quelle di due ragazzi immigrati di seconda generazione, hanno in realtà un ampio terreno comune dove poter costruire relazioni profonde e significative.

Cos’è che permette tutto questo? Cosa fa sì che si possano sperimentare sentimenti profondi come l’amicizia, il rispetto, l’amore fraterno tra chi vive la propria esistenza legato alle radici e chi è alla ricerca di nuovi approdi e nuovi riferimenti? Cos’è che permette non solo la convivenza ma la relazione profonda tra persone tanto diverse che si trovano a condividere lo stesso spazio vitale, lo stesso pezzo di strada, la stessa bottega, lo stesso barbiere, lo stesso ospedale? Il vecchio operaio pensionato non fa sconti a sé stesso. Sa benissimo che la vita lo costringe continuamente a fare i conti con i propri errori, e che restare legato alle proprie radici, alle piccole e grandi cose della propria esistenza non può mai essere una forma di difesa dagli altri, ma un modo per non fuggire dalle proprie responsabilità e per non perdere le proprie risorse morali. I giovani immigrati non fanno sconti a loro stessi. Sanno che occorre andare al di là delle apparenze, delle barriere, delle paure, se vogliono conquistarsi la dignità a cui hanno diritto. Sanno che non ci sono scorciatoie per realizzare una vita degna di questo nome: rispetto di sé e degli altri, coraggio di aprirsi al nuovo che li circonda.

Tra chi esplora il mondo muovendosi – per desiderio o perché costretto – e chi esplora il mondo restando a casa – per desiderio o perché costretto – c’è uno spazio immenso di comprensione e di relazione. Chi dice il contrario, o ha paura o ha interessi di piccolo cabotaggio. Non è facile discutere con loro: magari potremmo consigliargli un buon film.

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L’invincibile B.

Parlare di politica in questi giorni tumultuosi è veramente difficile. L’ennesima vicenda giudiziaria che ha colpito il nostro Imperatore Maximo la fa da padrone su tutti gli organi di stampa. Non si sente parlare d’altro: Ruby, Nicole Minetti, il giro di squillo, le notti bunga bunga

Un’atmosfera desolante, in un momento in cui il Paese ha tantissimi problemi, problemi di non facile soluzione, mentre tutta l’attenzione si sposta sull’ennesimo vizietto politico, sull’ennesima vicenda degradante che coinvolge il Presidente del Consiglio. Siamo stanchi. Siamo stanchi di vederci rappresentati da una persona che ha degli evidenti problemi a rapportarsi con le donne (per dirla politically correct), che viene coinvolto in uno scandalo che in qualsiasi altro paese occidentale avrebbe portato alle immediate dimissioni di chiunque, dal sottosegretario al ministro, dall’assessore del comune di venti abitanti al capo di stato. Da noi non funziona così, e lo sappiamo bene. Ma siamo stanchi anche di questo, di dire “da noi non è così” o “da un’altra parte non sarebbe successo”. Siamo stanchi di quindici e passa anni di governo berlusconiano, di scandali, di processi rinviati, di legittimi impedimenti.

Cadono le braccia. Viene da pensare che il Silvio Berlusconi sia davvero invincibile. Rappresenta il più grosso problema della politica italiana, ne è il portabandiera: il rimanere attaccati alla propria poltrona. Poco importa il modo, l’importante è il risultato, in una distorsione totalmente negativa del machiavellico fine che giustifica i mezzi. E pazienza se si va a trans, se si va a puttane o se si manda a puttane il Paese in cui viviamo. L’importante è rimanere attaccati nella posizione più ambita da tutti, quella inattaccabile.

Immagino un normale cittadino che si fosse trovato invischiato nella stessa brutta vicenda (ultima di tante.) Sarebbe stato processato, arrestato e tutto il resto senza neanche passare dal via. Ma se sei un politico hai un’arma in più. È come pescare “uscite gratis di prigione” al Monopoly; qui si chiamerebbe “non andate mai a fare un processo”. Siamo stanchi di questo degrado politico, di questa politica vecchia. Nel 2011 stiamo ancora a farci mille domande sulle notti brave del premier, a chiederci chi sia la fidanzata immaginaria apparsa casualmente proprio in questo momento di scandalo. Cosa deve accadere perché questo Paese si indigni e si svegli una volta per tutte e mandi a casa un uomo anziano che si sta distruggendo da solo ossessionato dai suoi vizi? Possibile che dobbiamo ancora sentire frasi politically correct come quella del Presidente della Repubblica che dice “Serve chiarezza”? Serve chiarezza? Ma siamo davvero diventati così stupidi e inutilmente garantisti? Sei coinvolto in uno scandalo sessuale dai contorni inquietanti? Bene, a casa, vatti a difendere, poi se ne riparla.

È ovvio che tutte le cose andranno provate in sede giudiziaria, che le prove andranno vagliate (sebbene le evidenze di fatto siano già sotto gli occhi di tutti, ad esempio qui), che bisognerà vedere se è tutto vero  e tutto il resto, e su questo non ci piove. Ma in una situazione del genere bisogna prendersi la responsabilità morale e politica di dire “ok, mi avete accusato, mi dimetto e mi difendo in tribunale”. Tutto qua. Fantascienza.

L’Imperatore Maximo sembra davvero “invincibile”, rimane là sul suo trono, respinge ogni attacco, attorniato dai suoi fedelissimi che lo difendono a spada tratta, da una Chiesa che misteriosamente tace in questi giorni (ma d’altronde si sa, fanno più male alla famiglia i DICO che le puttane minorenni e le porno-orgie del potere)… ma sì, sarà tutto inventato, aspettiamo che si sgonfi anche questa faccenda, magari portando Ruby in TV dal suddito Signorini, rimontiamo la storia, convinciamo la gente che è stata tutta una bufala. Passate un paio di settimane ce lo saremmo dimenticati tutti questo brutto evento, si sgonfierà. Ed ecco il più grande potere dell’Imperatore: qualsiasi cosa accada, nega, evita i tribunali, si arrocca nel suo palazzo, e con un po’ di tempo e pazienza tutto si dimentica. È stato così per scandali ben più gravi (da un punto di vista politico) nel passato, dei tanti soldi pubblici sperperati, dei risultati non raggiunti e tutto il resto, figuriamoci se non ci riesce anche questa volta per quattro ragazze sgallettate. La storia della D’Addario ce lo ha dimostrato non più tardi di un anno fa. O Noemi Letizia. Che fine hanno fatto queste vicende? Ce le siamo dimenticate, semplicemente, perché si parla di altro, perché si tentenna, perché ognuno vuole rimanere al proprio posto, e guai a rompere l’equilibrio delle cose.

Poi pazienza se il nostro capo di Governo, la persona che dovrebbe rappresentare tutto il Paese, che dovrebbe essere dotata di un’etica e di una moralità al di sopra del comune, abbia il leggero vizietto di organizzare serate che manco Alvaro Vitali ai tempi d’oro avrebbe immaginato.

La cosa sconcertante e triste e che, in tutto questo, a prenderlo in quel posto siamo sempre noi comuni cittadini. E a noi manco ci pagano…

Il “giallo” dei colori: a tu per tu con un quadro di Chagall

Premetto subito: non sono una critica d’arte, e la mia non pretende di essere la dissertazione di un’esperta. Il mio desiderio di scrivere su questo quadro e su altri, come ho fatto in occasioni precedenti, nasce esclusivamente dal piacere di parlare delle cose belle.

Il quadro che ho l’onore di presentarvi è di Marc Chagall, artista russo che con la sua lunga vita ha attraversato tutto il novecento, vivendone le straordinarie scoperte come gli orrori. Il titolo della nostra opera è “L’apparizione della famiglia dell’artista”. È un olio su tela della grandezza di 123 x 112cm e risale al 1947, quando Chagall aveva 60 anni.

Cominciamo a guardarlo in tutta semplicità. Che cosa vediamo? Vediamo un pittore (ovvero lo stesso Chagall) seduto a un cavalletto con la tavolozza in mano. Si è fermato un istante e si è voltato come se qualcosa avesse attratto la sua attenzione. Sulla destra appaiono diverse figure quasi sospese nel nulla, e grazie al titolo possiamo identificarle con alcuni membri della sua famiglia. È un quadro che parla di nostalgia, del voltarsi indietro verso il passato, verso Vitebsk, cittadina della Bielorussia cui l’artista restò legato per tutta la vita, e alla quale dedicò numerose opere sia pittoriche sia letterarie. Il fluttuare della scena sospende l’attimo nel soprannaturale, o meglio ancora, nel fiabesco. Le figure mancano di forza di gravità, caratteristica inconfondibile dello stile di Chagall. In basso vediamo delle case e una chiesa, probabilmente uno scorcio di Vitebsk. In alto figure non umane, una mucca e un angelo, completano la scena.

Il pittore, come dicevamo, è voltato indietro, la mano destra sul cuore, come a indicare il legame sentimentale con i personaggi che gli sono vicini, e sulla sua tela si scorgono macchie geometriche di colori. Avvicinandoci scopriamo che su di esse sono dipinte alcune foglie e piante. Chissà, forse era intento a disegnare un paesaggio o un giardino.

Guardiamo ora il gruppo sulla destra. Accanto alla spalla del pittore sono riconoscibili, grazie a precedenti ritratti, i genitori. Il padre, ricordato dall’artista come un lavoratore stanco, secondo quanto racconta Chagall non mancava mai di recarsi in sinagoga; eccolo, infatti, con i rotoli della Torah in mano, immagine che, oltretutto, vuole porre l’accento sulle origini ebraiche dell’artista. Accanto vediamo la madre, anche lei con la mano sul cuore, una donna energica e amorevole che Chagall amò moltissimo. Le altre figure in basso potrebbero essere le sorelle e l’unico fratello (il personaggio vestito di giallo). Nella parte alta della tela, a sinistra, vi è una coppia forse intenta a leggere un libro. Altre figure sono una ragazza velata accanto alla testa del pittore (che personalmente interpreto come Rachele, la sorella morta alla nascita) e, sulla destra, una sorella (credo sia tale) che arriva in volo vestita da sposa, tenendo in mano un mazzo di fiori. In basso a destra una figura femminile, forse un’altra sorella, suona il violino, strumento più volte ritratto da Chagall e che suo zio amava suonare, specialmente sul tetto di casa. La musica è presente a festeggiare l’incontro. Ancora più in basso, una piccola figura femminile cammina protetta da un ombrello. Potrebbe essere una figura meno presente, o il cui ricordo è ormai sbiadito. Infine, in alto, abbiamo un angelo che sembra calare sulla scena. L’angelo è un tramite, un messaggero, e potrebbe essere lui l’artefice di questa inaspettata “riunione”. In mano tiene un libro, probabilmente un testo sacro. Che dire della mucca, l’onnipresente mucca di Chagall? È ovvio che a Vitebsk ce ne fossero molte, com’è giusto ricordare che una delle attività preferite dal piccolo Chagall fosse salire sul traballante carro dello zio e accompagnarlo nei suoi viaggi per comprare bestiame.

Notate come la grandezza e la piccolezza delle figure così come la loro lontananza o vicinanza sembri indicare lo spazio che ciascun personaggio occupa nella memoria del pittore. Non a caso le figure più grandi e più vicine sono i genitori.

Veniamo ora alla disposizione dei soggetti nello spazio pittorico. Osservate come il quadro sia organizzato sullo schema di una grande “X”, uno schema molto presente nell’opera di Chagall, al punto da essere spesso mostrato o enfatizzato (basti pensare alle opere “L’apparizione”, o “Io e il villaggio”). In generale lo schema delle diagonali è un elemento abbastanza utilizzato in pittura, poiché disporre il soggetto su assi obliquepuò donare, a seconda dei casi, movimento o addirittura instabilità. La linea che va dall’angolo in alto a sinistra verso l’angolo in basso a destra lascia “cadere” lo sguardo, ed è data dallo stacco di colore rosso/blu. Non solo, anche le figure contribuiscono ad aumentare l’effetto di questa linea, basti osservare la testa della donna accanto alla mucca, il volto del padre e il braccio della ragazza con il viso verde. La seconda linea, quella che va dal basso a sinistra all’angolo in alto a destra, è definita dalla base della tela del pittore, dal braccio dello stesso, dai rotoli della Torah e dall’ala gialla dell’angelo. Il suo movimento, al contrario della linea opposta, evoca un movimento di ascesa. Tutto si muove attorno a queste due assi opposte, come in una girandola.

Veniamo al colore, l’uso del quale fu un vero punto di forza nella produzione di Chagall. Come si vede vengono utilizzati i colori primari (blu rosso e giallo) più i secondari verde e viola. I marroni sono assenti. I colori, dati in strati spessi, sembrano usati, in molte zone del dipinto, in maniera pura, ossia senza essere mescolati.

L’accostamento di complementari, o anche di due coppie di complementari, era molto amato da Chagall, che ne fece grande uso nella maggior parte delle sue opere. È una combinazione non facile da gestire, poiché può dare esito a contrasti molto forti, ma Chagall, da grande colorista che era, dimostra di avere piena padronanza dei pigmenti: lo spazio maggiore viene spartito dal rosso e dal blu,  mentre il viola e il giallo (complementari) sono utilizzati in maniera minore come sostegno, come accento, o per “spezzare”. Il volto verde della ragazza e quello blu del padre interrompono il dominio del rosso, il giallo del vestito del ragazzo spezza il blu e accende il suo vicino viola. I colori dunque parlano fra loro (e a volte s’interrompono!). Notate come il vestito rosso della giovane a destra e il suo volto verde diano risalto al suo gesto, che è insieme un abbraccio e un’invocazione. Osservate invece come il volto del pittore sia evidenziato dal rosa pallido, e come i due visi (del pittore e della fanciulla) siano legati non solo dallo sguardo ma dal controcanto dei colori utilizzati.

Ora che abbiamo analizzato il quadro, possiamo tornare a guardarlo nuovamente nel suo insieme. Forse ora non solo riusciamo a percepire la forte emozione che esso riesce a comunicare, ma possiamo anche apprezzare il gioco di sguardi, di forme, di geometrie e di colori grazie al quale esso prende vita, vibrando di felicità e, al tempo stesso, di pungente nostalgia.

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Federalismo… ma cos’è veramente ?

Da anni si sente parlare di “federalismo” e negli ultimi tempi ascoltiamo questo termine con molta più frequenza. Con il termine storico di federalismo si intende un gruppo o un corpo di membri che sono raggruppati da un capo rappresentativo di governo, che può essere identificato in un monarca o in una divinità, o in un’assemblea generale o parlamentare. L’accezione più diffusa del federalismo è quella politica: si tratta della dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e delle unità politiche di sottogoverno (province, regioni, ecc…), il cui insieme è spesso chiamato “federazione”. I due livelli di governo sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. I sostenitori di tali posizioni sono generalmente chiamati “federalisti”. Uno stato può essere reso “federale” rispetto a un precedente stato unitario (federalismo dissociativo) o rispetto a una pluralità di stati precedenti, indipendenti o confederati (federalismo associativo). La caratteristica fondamentale del federalismo è la divisione dei poteri, e il risultato della distribuzione degli stessi è che nessuna autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno stato unitario. In una costituzione federale, la norma suprema da cui deriva il potere dello stato è la Costituzione. È necessario che il potere giudiziario sia indipendente, e per fare in modo che ciò avvenga bisogna evitare e correggere ogni atto che sia incongruente con la Costituzione. La teoria federalista sostiene che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto, ma la Costituzione deve essere necessariamente rigida e snella. La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata nella rivista The Federalist, la quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l’azione arbitraria da parte dello Stato.

I pareri contrari al federalismo si basano, invece, soprattutto sull’incapacità di proteggere le libertà civili. Spesso ci si confonde tra i diritti degli individui e quelli degli altri stati. In Australia, ad esempio, alcuni conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell’intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze, e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli stati. È anche essenziale evitare confusioni tra lo stesso federalismo e i limiti posti dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo.

Indubbiamente, in Italia, la strada per arrivare al federalismo è ancora lunga. Non si sa ancora come e quando saranno messi in pratica i decreti attuativi. Il partito federale per eccellenza, la Lega Nord, minaccia perfino di far cadere il governo entro la fine del mese di gennaio se non ci sarà la riforma federale. Secondo alcuni esponenti dell’opposizione questa riforma farà aumentare le differenze tra il nord e il sud con il risultato che le regioni del sud finiranno per essere ancora più povere. Secondo, invece, coloro che appoggiano questa riforma, con il federalismo le regioni meridionali riusciranno finalmente a camminare con le proprie gambe, senza ricorrere ad aiuti statali. Insomma, i pareri sono molto discordanti. Non resta che aspettare di vedere come verrà attuata questa riforma, nella speranza che le regioni più povere non vedano aumentare il proprio divario con le regioni del nord, notoriamente più ricche e produttive.

Il federalismo riuscirà a fare in modo che le regioni meridionali riescano ad andare avanti da sole oppure si tratta solo di una trovata della Lega Nord per liberarsi definitivamente degli enti del sud?

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La “democrazia” in America

Nel 1835 il filosofo francese Alexis de Tocqueville pubblicava il suo capolavoro: “La democrazia in America”; un poderoso trattato sulla giovanissima repubblica americana, sulla sua società, sui costumi e sui punti di forza e debolezza. Per Tocqueville la vera innovazione della società statunitense stava nel fatto che la democrazia rappresentativa aveva attecchito stabilmente e che questa forma di governo garantisse ai cittadini libertà e diritti che faticavano ad affermarsi nella vecchia Europa.

Molti anni sono passati dalle entusiastiche parole del filosofo francese e le cose, negli Stati Uniti, sono parecchio cambiate. Tante volte, forse troppe, alla democrazia rappresentativa si è sostituito il “partito della pistola”. Negli anni sessanta i fratelli John e Bob Kennedy furono entrambi uccisi a colpi d’arma da fuoco e, qualche giorno fa, a Tucson, in Arizona, un folle ha aperto il fuoco contro la deputata democratica Gabrielle Giffords, ferendola gravemente alla testa e uccidendo sei persone.

Cosa è successo alla Democrazia in America? Il sistema politico statunitense è ancora considerato il più democratico, rappresentativo e liberale del mondo. Ma in realtà le cose sono leggermente diverse. Il diritto di voto, tanto per iniziare.
In quasi tutte le nazioni il diritto all’elettorato attivo e passivo si acquisisce automaticamente, con la maggiore età. Negli Stati Uniti questo non accade. Se un cittadino vuole votare deve obbligatoriamente iscriversi alle liste elettorali e dichiarare la propria affiliazione politica.

Questa pratica, se da un lato dovrebbe instillare nell’elettore il valore effettivo del voto e della partecipazione alle sorti del paese, dall’altro spinge la maggior parte cittadini a disinteressarsi della politica attiva. Altra caratteristica peculiare della democrazia americana sono i gruppi di pressione, o lobbies. Piccole e grandi aziende, organizzazioni, associazioni per i diritti civili, chiese… Tutti questi soggetti influenzano pesantemente la vita politica statunitense in vari modi. In maniera più evidente, finanziando profumatamente le campagne elettorali dei candidati portatori dei loro valori e dei loro interessi. In maniera più sottile, manipolando il voto dei loro dipendenti e\o adepti, spingendoli a sostenere il candidato prescelto. L’influenza delle lobbies è forte anche in periodo non elettorale. Tale pressione viene esercitata in molti modi e sempre alla luce del sole. Manifestazioni violente e provocatorie, campagne pubblicitarie aggressive, proselitismo porta a porta, sono tutti strumenti utilizzati giornalmente per indirizzare l’opinione pubblica e forse il voto del cittadino americano.

La contrapposizione,  spesso violenta, tra svariati interessi e i rispettivi gruppi di pressione, oltre a innalzare i toni dei dibattiti, spesso causa la nascita spontanea di nuovi gruppi e organizzazioni. Uno dei casi più recenti è quello del cosiddetto “Tea Party”. Nato negli ambienti dell’elettorato repubblicano, questo nuovo gruppo prende il nome dal celebre “Boston Tea Party”, il gesto simbolo della lotta per l’indipendenza dall’Inghilterra. I membri del “Tea Party” sono degli ultra conservatori estremamente radicali che sostengono un ritorno ai sani vecchi valori puritani che hanno fatto grandi gli Stati Uniti. Anche Jared Loughner, il ragazzo di 22 anni che ha sparato a Tucson, faceva parte di un’organizzazione: “Rinascimento Americano”, un gruppo di suprematisti bianchi antisemiti. La stessa Gabrielle Giffords si era fatta molti nemici negli ambienti conservatori a causa delle sue posizioni pro aborto e a favore della sperimentazioni sulle cellule staminali. Inoltre, il suo nome era  nella “black list” dei nemici da sconfiggere, stilata dall’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin.

Che sia questa la democrazia americana moderna? È veramente democratica e civile una nazione dove lo scontro politico può sfociare nella violenza fisica e a volte anche nell’omicidio?

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Scacco matto al nucleare.

Una partita di scacchi. È questa la metafora che è stata scelta dall’agenzia pubblicitaria “Saatchi & Saatchi” per descrivere il controverso dibattito pubblico sull’energia nucleare nello spot promosso dal Forum Nucleare Italiano. Non c’è telespettatore italiano che non abbia ancora visto il video di questa campagna, che oggi si pone l’obiettivo di riaprire un confronto sull’annosa questione. Uno spot che è stato immediatamente trascinato in un marasma di polemiche da coloro che lo ritengono più orientato a convincere piuttosto che a stimolare una discussione sul tema.

Nella simbolica partita a scacchi il giocatore contrario all’investimento sul nucleare si muove con pedine nere, voce incerta e argomentazioni poco convincenti, che sembrano dettate da paure inspiegabili ed irrazionali piuttosto che da realistiche convinzioni. Al contrario, l’avversario che muove le pedine bianche e si schiera a favore delle centrali si esprime con voce più decisa e suadente, esponendo le proprie motivazioni con competente sicurezza.

La teoria che tale spot non sia un semplice invito a visitare il forum è peraltro suffragata dall’elenco dei soci fondatori: ENEL S.p.A. ed E.D.F. International S.A., a cui si sono poi aggiunti Ansaldo Nucleare, Areva, Edison, Sogin, Terna e altre aziende, tutte direttamente coinvolte nel business delle energie.

Al punto 4.3 dello Statuto del Forum Nucleare Italiano si può inoltre leggere l’obiettivo esplicitato dell’associazione: “promuovere l’informazione e il dibattito sull’energia nucleare, attraverso la promozione di incontri, conferenze e seminari organizzati dall’Associazione, in modo tale da incrementare il consenso all’utilizzo dell’energia nucleare e da creare consapevolezza dei benefici non solo in termini di indipendenza energetica per l’Italia, di riduzione del costo dell’energia e di lotta al cambiamento climatico, ma anche di opportunità nel campo dello studio, della ricerca, dell’innovazione e dell’occupazione”.

Lo stesso presidente dell’associazione promotrice del Forum, Chicco Testa, si è più volte detto favorevole ad un investimento nell’energia nucleare. Nel 1987 era tra i promotori del referendum che cancellò l’atomo dal panorama italiano mentre oggi è presidente di un’associazione che vuole convincere l’Italia dei vantaggi del nucleare stesso. La sua posizione è stata più volte rimarcata, nel suo blog (www.chiccotesta.it), nei giornali con cui collabora e nel suo recente libro Tornare al nucleare? L’Italia, l’energia, l’ambiente, pubblicato da Einaudi nel 2008.

Possiamo dunque parlare di pubblicità ingannevole? Sicuramente pensare che i promotori dello spot avessero il solo obiettivo di stimolare un dibattito pubblico sul tema richiede un notevole sforzo…

Nel frattempo in rete proliferano le critiche e questo sito continua a proporre divertenti parodie per contrapporsi alla faziosità dello spot incriminato, tentando di definire quell’elenco di motivazioni che oggi, ancor più di 23 anni fa, dovrebbero dissuaderci dall’investire sull’energia nucleare.

Uno dei motivi si legge nel blog di Greenpeace, che “il 17 dicembre 2010 ha ricevuto rapporti verificati che dallo scorso 11 dicembre oltre 200.000 litri di fanghi radioattivi da tre piscine lesionate si sono riversati nell’ambiente presso la miniera d’uranio Somair (Niger)” a causa della cattiva gestione dell’Areva (azienda che compare nell’elenco di soggetti promotori del Forum Nucleare Italiano). Altrettante motivazioni si ritrovano nei costi (minimo 24 miliardi di euro per soddisfare il 25% del fabbisogno energetico del Paese), nella difficoltà di smaltimento delle scorie e nel fatto che l’uranio sia una risorsa in esaurimento.

Davvero “una grande mossa”! Non c’è che dire…


Una generazione fa: 1991 – 2011

Gli anni 2000 sono finiti, e l’inizio di un nuovo decennio mi è sembrato una giusta occasione per fare un salto indietro di vent’anni, in quel 1991 che non sembra essere poi così lontano; un anno in cui si sono succeduti avvenimenti che hanno cambiato per sempre la storia del mondo. Non ci credete? Beh, accendiamo la macchina del tempo e facciamo un salto nel passato, per quelli che c’erano e “sembra ieri”, e per quelli che nel 1991 nemmeno erano nati, e oggi guidano la macchina.

Nel mondo
L’anno inizia con la sanguinosa Guerra in Iraq, che si rivelerà successivamente come la prima di una serie. Bush padre ottiene, l’11 Gennaio 1991, l’ok dal Congresso per dare il via alle operazioni che prenderanno il nome di “Guerra nel Golfo”. Il conflitto comincerà ufficialmente il 17 Gennaio, quando gli alleati cominceranno i bombardamenti e l’Iraq reagirà lanciando missili su Israele. La liberazione del Kuwait, con le immagini – rimaste impresse nella memoria di noi tutti – dei pozzi petroliferi dati alle fiamme, segna l’inizio della guerra via terra. Il conflitto si chiuderà nell’aprile dello stesso anno. Saddam Hussein verrà destituito anni e anni dopo da Bush figlio, nella seconda guerra in Iraq.
L’Unione Sovietica si sfalda, con molti stati che dichiarano l’indipendenza in rapida successione; un diritto che viene riconosciuto a tutte le Repubbliche dell’Unione nell’agosto di quello stesso anno. Nascono Georgia, Lituania, Azerbaijan, Kirgizistan, Uzbekistan, Armenia, e nel mese di Dicembre l’URSS, per anni superpotenza mondiale, si scioglie ufficialmente, dopo le dimissioni di Michail Gorbachev. Anche la Croazia e la Slovenia dichiarano la propria indipendenza in Jugoslavia, andando a formare altri due nuovi Stati che ritroviamo nell’attuale fotografia geografica dell’Europa.
E proprio l’Europa a fine anno conoscerà un momento fondamentale, storico, che cambierà l’economia e la politica del mondo per sempre: l’11 dicembre nasce a Maastricht l’Unione Europea.

In Italia
Il Partito Comunista Italiano viene sciolto, e si trasforma, a opera di Achille Occhetto, nel PDS (Partito Democratico della Sinistra). Una parte del vecchio partito convergerà, sotto la leadership di Armando Cossutta, nel partito di Rifondazione Comunista. Nasce inoltre un altro gigante delle telecomunicazioni, che cambierà le sorti del nostro Paese: a gennaio Fininvest (oggi Mediaset) apre i battenti con Studio Aperto, diretto da Emilio Fede. Manca ancora qualche anno perché Berlusconi “scenda in campo” (espressione curiosa che oggi suona come un normale sinonimo di “darsi alla politica”, ndR), ma non se ne sta certo con le mani in mano. Risale proprio al 1991 il famoso lodo Mondadori, con l’accordo post-disputa tra De Benedetti e Berlusconi sulla gestione dell’editoria Mondadori. I giudici che si occuparono della vicenda saranno poi processati negli anni successivi. Il dominio dell’Imperatore Maximo cominciava a crescere esponenzialmente.
Il presidente della Repubblica era Francesco Cossiga, che a fine anno verrà accusato dal PDS di aver attentato alla Costituzione a proposito della vicenda del Gladio, che vi invito ad approfondire più ampiamente qui. Una delle tante storie “sottobanco” accadute nella Repubblica Italiana…
Nel 1991 nasce anche la Lega Nord, oggi uno dei maggiori partiti presenti nel Governo che ha influito negli anni successivi più volte sulla storia della nostra Repubblica.

Tecnologia.
Il 1991 è un anno da ricordare. Se oggi siamo qua a leggerci, a scriverci, a comunicare attraverso la rete, lo dobbiamo proprio al 1991. Nasce infatti il 6 agosto il World Wide Web, con Tim Bernes-Lee che mette online il primo sito. In realtà lo sviluppo di una rete di comunicazione attraverso la linea telefonica è leggermente precedente, ma il primo sito pubblico arrivò online proprio in quel giorno. Il mondo sarebbe stato stravolto totalmente da quell’avvenimento, e in vent’anni Internet sarebbe diventato presente in ogni campo della nostra vita. Riuscite a immaginare una giornata senza Internet? Ecco, fino al 1991 era proprio così…
E i cellulari? Il GSM nasce proprio in quegli anni, in Francia, con l’obiettivo di creare una rete cellulare standardizzata che permettesse a tutti di comunicare telefonicamente in mobilità. Comincia qui la lunga scalata che ci ha portati dalle telefonate “aspetta-che-qui-non-c’è-campo”, alla nascita degli smartphone che ci permettono di fare praticamente tutto, sempre connessi, sempre raggiungibili.

Musica e Cinema.
Diciamolo subito, il 1991 è stato un anno musicale che rimarrà per sempre nella Storia, quella con la S maiuscola. Qualche nome? I Nirvana pubblicano Nevermind, che porta il rock alternativo su MTV e sdogana ufficialmente il Grunge. I Soundgarden pubblicano Badmotorfinger, i Red Hot Chili Peppers escono con Blood Sugar Sex Magik, gli U2 con il loro masterpiece Achtung Baby. Innuendo dei Queen (proprio nel 1991 scomparirà il grande leader e frontman Freddie Mercury, malato di Aids da tempo) è l’ultimo album di studio della band inglese… Solo a guardare questi nomi e questi album viene un’immensa nostalgia confrontata alla situazione attuale della musica, che latita ormai da anni sguazzando nel già visto-già sentito.
A Cannes trionfano i fratelli Coen con il loro “Barton Fink – È successo ad Hollywood“, con protagonista un immenso Turturro che porterà via anche il premio di miglior attore protagonista. A Hollywood a trionfare è Balla coi Lupi, mentre il premio per il miglior attore va a Jeremy Irons. Da segnalare i due attori non protagonisti che vincono le statuette: una bravissima Kathy Bates nella trasposizione cinematografica di Misery di King, e il grande Joe Pesci che vince per il film Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”, di Martin Scorsese).

Tanti, tantissimi avvenimenti importanti accaduti soltanto vent’anni fa. Con un po’ di necessaria retorica viene da pensare “sembra ieri”, eppure sono passate due decadi, che hanno visto nascere e crescere un’intera nuova generazione, che deve tantissimo a quell’anno particolare della storia del mondo sotto tutti gli aspetti, dalla politica alla tecnologia, alla musica, alla vita di tutti i giorni. Pensateci quando ascoltate “Come as you are” dei Nirvana nel vostro iPhone, dopo una videochiamata, condividendo qualche notizia su Internet, mentre magari fate acquisti online in euro

Vi lascio questa vignetta un po’ nostalgica, che ben si sposa con l’articolo(click per zoomarla):

Giornalismo e libertà di informazione: Intervista a Luca Telese

Abbiamo intervistato Luca Telese , attualmente giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e di La7, che ci ha concesso una piacevole chiacchierata sui temi a noi cari della libertà di informazione e del mondo del giornalismo in Italia. Telese ha lavorato per dieci anni al Giornale, per poi passare al quotidiano diretto da Antonio Padellaro, oltre a essere autore televisivo (Chiambretti c’è, Batti e Ribatti, Cronache Marziane), conduttore di Tetris, si occupa anche della collana Sperling&Kupfer “Radici nel presente”, dedicata a vicende storico-politiche scomode.

Qui trovate il suo sito ufficiale e qui il suo blog su ilfattoquotidiano.it

Camminando Scalzi: Nella biografia di wikipedia a te dedicata si legge che sei stato “giornalista parlamentare ed ex portavoce del partito Rifondazione Comunista e poi nell’ufficio stampa del Movimento dei Comunisti Unitari” e che il 21 agosto 2008 ti sei definito “un comunista italiano a lungo impegnato in un giornale di destra”. Potresti raccontarci come sei riuscito a conciliare la linea editoriale del quotidiano in cui hai lavorato per 10 anni (Il Giornale) e le tue personali opinioni politiche?

Luca Telese: Quando sono entrato al Giornale ero dichiaratamente di sinistra; sapevano come la pensavo, e quindi mi hanno preso dicendomi “a te garantiremo la libertà di scrivere quello che pensi, non ti imbavaglieremo, perché di giornalisti di destra ne abbiamo già tanti”. Inoltre io facevo cronaca, non facevo editoriali. Raccontavo tendenzialmente quello che vedevo. C’è una cosa che spiego sempre, cioè che la libertà di stampa è una condizione soggettiva. Al Corriere della sera, dove ero prima, con un contratto che scadeva ogni tre mesi, ero oggettivamente più libero ma anche oggettivamente meno libero. Se invece sei in un giornale più schierato (come il Giornale), però ti hanno preso, ti hanno voluto e ti hanno  fatto un contratto a tempo indeterminato, è il loro interesse che tu funzioni, non hanno interesse a imbavagliarti.

CS: Uno dei principi cardine della professione giornalistica è l’obiettività. Dalla tua esperienza personale ritieni che sia davvero possibile, per un giornalista, scegliere la notizia e raccontarla in modo neutrale e oggettivo?

LT: Non esiste la neutralità perché ogni racconto è per definizione soggettivo. Esiste la possibilità di essere onesti nel racconto che si fa ed esiste la possibilità di spiegare ai lettori, raccontare insieme a quello che si vede qual è il proprio punto di vista, qual è il proprio modo di vedere le cose. Quindi non è oggettivo, ma è onesto, questa è la grande differenza. Ovviamente ci deve essere un minimo di aderenza ai fatti, e c’è gente che viola anche quella. Ma tolta questa, c’è proprio un bisogno di raccontare. Io racconto quello che vedo e dico come lo vedo e perché.

CS: Il principio di obiettività si scontra molto spesso anche con le scelte editoriali del giornale per cui si scrive. Nel corso della tua carriera giornalistica hai mai subito pressioni politiche o censure?

LT: Sono stato licenziato più o meno sei volte, e ognuno di questi licenziamenti era una censura non riuscita. Quindi c’era una reazione, o il prodotto di una fama di rompicoglioni che uno si fa. I licenziamenti che ho avuto sono le censure che non ho accettato, diciamo.

CS: Dall’esterno il Fatto Quotidiano viene percepito come un giornale innovativo, perché non accetta finanziamenti pubblici ed è esclusivamente finanziato dalle vendite, dalla pubblicità e da una SpA realizzata ad hoc, dove ciascun azionista non può possedere oltre il 16% delle azioni complessive (per evitare che vi sia un azionista di maggioranza). Trovi che questa formula riesca a garantire una maggiore libertà al giornale? Per la tua personale esperienza, ad esempio, hai riscontrato delle differenze quando sei passato da Il Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a Il Fatto Quotidiano?

LT: Ho lasciato Il Giornale, in cui avevo un’ottima condizione personale, per poter costruire un giornale in cui ci fosse un’ottima condizione collettiva. Il Fatto è il primo giornale che io conosca, tra i tanti in cui ho lavorato, dove non c’è il cono d’ombra. Cioè il luogo buio dove non puoi scrivere, che è dove risiede la proprietà del giornale. Al Fatto questa cosa non c’è.

CS: Il giornalista Giuseppe Altamore nel libro “I padroni delle notizie”, ha scritto che la maggior parte degli introiti delle società editoriali oggi provengono dagli inserzionisti pubblicitari e che questo influenza molto le scelte dei direttori delle testate. Ritieni che abbia ragione? Pensi che, in un periodo di crisi della carta stampata, anche un giornale indipendente come il Fatto Quotidiano potrebbe cedere alle pressioni degli inserzionisti?

LT: Nel nostro caso non possiamo cedere perché già siamo un giornale che macina utili in maniera prodigiosa. Noi non abbiamo in questo momento nessun problema. Anche se avessimo pubblicità zero avremmo comunque dei profitti. Siamo un’isola felice e non abbiamo problemi di inserzioni. Non risentiamo della crisi. Siamo anche molto morigerati: avevamo un obiettivo di pareggio molto basso proprio perché non volevamo essere dipendenti da nessuno.

CS: Pensi che la libertà d’informazione in Italia sia compromessa dal noto conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi? E come spieghi il fatto che la Freedom House ci collochi sempre in posizioni bassissime sul fronte della libertà di informazione?

LT: Sicuramente il conflitto di interessi è un grave vulnus che dovrebbe essere aggirato, ed è una delle coglionerie (sic) del centro-sinistra, una di quelle per cui si passa alla storia, il fatto di non aver cancellato il conflitto di interessi con una legge. È importante però anche dire che non è che Berlusconi vince perché ha le televisioni. Berlusconi vince perché è più convincente degli addormentati del centro-sinistra. Il conflitto di interessi c’è, e il tentativo di Berlusconi di controllare l’informazione anche. Anche i democristiani controllavano l’informazione, certo non con la scientificità. Si potrebbe battere Berlusconi anche se avesse sei canali. Detto questo, il conflitto di interessi c’è ed è una zavorra pesantissima per chiunque lavora nei giornali di Berlusconi. Il fatto che io fossi libero quando ero al Giornale è perché non scrivevo di Berlusconi. Se avessi scritto di Berlusconi sarei stato molto colpito dal conflitto di interessi. Il mio modo per ritagliarmi la mia libertà al Giornale era non scrivere di Berlusconi.

CS: Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e del fatto che l’Italia sia uno dei pochissimi paesi europei ad averne uno? Tenendo conto delle svariate problematiche che affliggono il giornalismo italiano, ritieni che l’Ordine sia realmente in grado di tutelare la libertà di espressione dei giornalisti e il diritto di buona informazione dei lettori?

LT: Purtroppo l’Ordine in Italia è un apparato burocratico che solo ogni tanto si ricorda di quale dovrebbe essere la sua funzione. Amministra tendenzialmente dei fondi previdenziali (male), amministra una cassa sanitaria (male), e ogni tanto si ricorda di fare le grandi campagne in difesa della libertà di stampa. È un’anomalia che non è giustificata dal modo in cui lavorano.

CS: Il futuro dell’Informazione: ci troviamo in un’epoca in cui il giornalismo cede ogni giorno di più il passo a un’informazione dal basso, libera. La gente sta imparando a crearsi il proprio giornale virtuale, ed è una realtà che prende sempre più piede, con veri e propri scoop (vedi Wikileaks). Come dovrà evolversi il giornalismo tradizionale per sopravvivere?

LT: Il giornalismo tradizionale può sopravvivere se si rinnova. Se perde la presunzione di superiorità, se perde la sua assoluta capacità di appiattirsi sul potere, cosa che in questo momento non sembra abbia la minima intenzione di fare. Poi si dice la cazzata epocale “c’è la crisi ai giornali perché c’è Internet”. Il Fatto è un giornale che è nato da internet, è arrivato sulla carta dopo essere nato come sito. C’è sempre un enorme spazio di mercato per la carta. Quindi se i giornali si rinnovano e diventano interessanti hanno tutta la possibilità di vendere e guadagnare consensi e credibilità dai lettori. Non lo fanno; anzi fanno esattamente il contrario, di questi tempi. I giornali sono macchine di tristezza, sono chiusi a qualunque rinnovamento. Se arriva un giovane deve essere iperprecario e il babbione che sta accanto a lui deve guadagnare il doppio, sennò non funzionano, i giornali.

CS: Giovani e giornalismo. Una domanda secca e concisa: quale futuro c’è per i giovani che vogliono intraprendere questa carriera?

LT: Intanto dico di non cedere alla committenza. Tendenzialmente nei primi vent’anni della tua carriera tutto quello che ti chiedono è sbagliato, quindi uno dovrebbe fare il contrario. Quando entrai nei giornali mi chiedevano le cose che non mi piacevano e che non sapevo fare e che neanche a loro servivano; è proprio un esercizio sadico che i giornali di oggi fanno e che la generazione dei bolliti cinquanta-sessantenni tende ad applicare. Semplicemente loro ammazzano tutto quello che si muove, sono invidiosi del gap generazionale. Sono meno preparati e più cialtroni, quindi l’unico modo che hanno per dominare la nostra generazione e le successive è nonnizzarle; questa è la costante dei giornali italiani: analfabeti, impreparati, hanno studiato poco, tiravano il libretto agli esami, hanno un’idea vecchia del potere, quindi per loro il giornale non è manco la questione di fare il giornale, ma un luogo di potere. I giovani dovrebbero rifiutare tutti gli input, dato che tutto quello che ti chiedono è sbagliato. Dovrebbero formarsi per cazzi propri sulle cose che ritengono importanti (scusate la crudezza oxfordiana). E soprattutto crederci, perché alla fine ci si arriva. Tolti i servi e i raccomandati, in giro c’è una tale quantità di brocchi che alla fine si fa carriera.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.

LT: Grazie mille a voi tutti.

Da Ginevra con furore.

Uno dei primi articoli che mi sono trovato a scrivere all’inizio della mia esperienza con Camminando Scalzi – poco più di un anno fa – trattava di LHC, in un periodo in cui l’acceleratore europeo era balzato agli onori delle cronache per presunte catastrofi naturali imminenti che si sarebbero dovute verificare a causa delle altissime densità di energia derivanti dalle reazioni scatenate all’interno dei 27 km di tunnel che corrono sotto Ginevra. Bene, a un anno di distanza, possiamo affermare con certezza due cose: la prima è che nessun buco nero ha ancora inghiottito la terra; la seconda è che il macchinone, dopo un po’ di problemi iniziali, funziona ottimamente, e sputa fuori dati in quantità industriale. Ecco quel che si è scoperto, in un anno di esperimenti al CERN.

IMPORTANTI CONFERME

I primi esperimenti condotti con LHC hanno riguardato le collisioni tra protoni, condotte a energie attorno ai 7 TeV, ovvero circà metà della massima energia attualmente raggiungibile. Sono state raccolte importanti conferme a proposito del Modello Standard, ovvero il modello che regola tutto quel che sappiamo della fisica delle particelle e delle alte energie. Dalle parole del direttore generale del CERN Rolf Heuer: “riscoprire i nostri vecchi amici nel mondo delle particelle mostra che gli esperimenti di LHC sono pronti ad avventurarsi in nuovi territori”, e se lo dice lui c’è da fidarsi. Insomma, la fase che si è appena conclusa può essere considerata un po’ come il warm up di qualcosa di ben più nuovo. A parte infatti ulteriori indagini riguardo la natura dell’antimateria e la sua assenza all’interno dell’universo conosciuto (un problema di cui avevamo già discusso, ricordate?), questi primi test hanno fatto da test bench avanzato per il sistema CERN nel suo complesso, e i loro dati servono nella duplice funzione di ricerca e di baseline per le future misurazioni.

NUOVE PROSPETTIVE

Le nuove misure che verranno condotte a breve con LHC saranno incentrate invece sull’analisi delle collisioni tra ioni di piombo. Essendo molto più massivo di un singolo protone, un nucleo di piombo è in grado di sprigionare molta più energia nei suoi impatti. Maggiore energia disponibile significa migliori capacità di investigazione della materia e delle regole che ne determinano le trasformazioni. L’impatto di ioni pesanti come quelli di piombo permetterebbe di creare quello che viene definito come plasma di quark e gluoni (rispettivamente, le componenti interne delle particelle più massive e la particella che permette loro di stare attaccate), le cui caratteristiche dovrebbero essere affini a quelle della materia che permeava i primissimi istanti di vita del nostro universo. A quell’epoca infatti la materia come la conosciamo oggi non sarebbe mai potuta esistere: troppa radiazione, troppo calore perché i quark potessero legarsi tra loro attraverso i gluoni, formando protoni e neutroni. Le collisioni tra ioni pesanti in LHC permettono di concentrare sufficiente energia in un ristretto volume di spazio, determinando la formazione di piccole “gocce” di questa materia primordiale, la cui creazione è segnalata da un vasto range di segnali misurabili.I primi risultati mostrano come questo plasma si comporti in effetti come un liquido perfetto, ovvero sia in grado di scorrere su sé stesso senza attrito. Queste caratteristiche, apparentemente poco importanti nell’ottica dei risultati che si vogliono ottenere, in realtà hanno implicazioni dirette sulle ipotesi che sono state effettuate riguardo ai possibili modelli fisici studiati per descrivere questo tipo di contesti, e permettono di restringere il range di variabili sconosciute in gioco. O quantomeno, di evitare di generare singolarità gravitazionli che distruggano ogni cosa…