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L’(anti)eroe dei due mondi

I tunisini che oggi sbarcano a Lampedusa sono da giorni al centro delle cronache. L’appellativo usato più frequentemente è “clandestini”, che per molti fa rima con “mascalzoni”, purtroppo. Ci si dimentica troppo spesso che prima di tutto sono persone come noi, con i loro sogni e le loro abitudini. Fra le abitudini, probabilmente, c’è anche quella di guardare la TV. Esiste un canale tunisino, lanciato nel 2007, Nessma TV. Nel 2008 il canale è acquisito al 25% da Mediaset e in egual misura dalla Quinta Communications di Tarak Ben Ammar, socio di Silvio Berlusconi. L’anno successivo, tramite un aumento di capitale, Muammar Gheddafi ha acquisito il 10% della Quinta Communications, diventando quindi azionista di Nessma TV.

Nell’agosto del 2009, dopo una visita all’allora presidente tunisino Ben Ali, il Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi (sì, lo stesso di prima) è ospite a Ness Nessma, programma di Nessma TV. Dopo il caloroso benvenuto dei giornalisti-conduttori, il nostro premier si lancia in un commosso ricordo del recente “storico” viaggio in Libia, dal suo amico Gheddafi. Il meglio, però, deve ancora venire. Questo è il discorso che Silvio Berlusconi pronuncia subito dopo, indirettamente indirizzato all’intero popolo maghrebino.

“La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che sono tante, tante, tante. Ben Ali oggi mi ha parlato di circa 300 organizzazioni che sono state scoperte dalla polizia del vostro paese. Sono delle persone che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria, che vogliono dare a sé stessi e alle persone che hanno nel cuore un futuro migliore. E allora danno fiducia a delle persone che, con delle imbarcazioni che non sono sicure, vanno per mare e ciò vuol dire che ci sono tragedie in ogni istante. [Tutto] Ciò, occorre combatterlo. Occorre aumentare la possibilità delle persone che vogliono provare nuove opportunità di vita e di lavoro, di entrare nella legalità in Italia e negli altri paesi europei. Questo è ciò che voglio aumentare non soltanto per l’Italia ma per tutti gli altri paesi d’Europa. Inoltre, bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia, che è emigrato negli altri paesi, soprattutto in America. Questo ci dà il dovere di guardare alle persone che vogliono venire in Italia con una totale apertura di cuore e di dare alle persone che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, la possibilità di una casa, la possibilità di una scuola per il figlio e la possibilità di benessere che è anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali per le loro necessità. E questa è la politica del mio governo”.

La giornalista prorompe in una sequela di complimenti, accompagnata dal fragoroso applauso dello studio, che Berlusconi accoglie con sguardo soddisfatto ma sofferente.

Ora, siamo ancora dello stesso parere sui migranti tunisini? Basta questo come risposta a coloro che si chiedono “cosa sono venuti a fare”? È già illusorio credere che le spinte migratorie possano essere fermate, figuriamoci se poi vengono incoraggiate! Intendiamoci, le parole di Berlusconi sono bellissime, ma appaiono leggermente in contraddizione con la sua finta visita in Tunisia, accompagnato dal ministro dell’interno Maroni, per negoziare il trattato con il nuovo regime per fermare le partenze dei barconi diretti a Lampedusa. Ovviamente il trattato sarà l’ennesimo numero circense propagandistico, dato che è altamente improbabile che la Tunisia sia attualmente in grado di controllare le sue coste. Tra l’altro, il trattato non risolve in nodo fondamentale della vergognosa faccenda riguardante gli sbarchi a Lampedusa: da settimane il governo spingeva sul pedale della paura collettiva verso l’apocalittico “tsunami umano” che da lì a poco si sarebbe abbattuto sul nostro paese, per poi riservare un’accoglienza a dir poco impreparata ai disgraziati che sono arrivati.

È legittimo chiedersi quanto si sia trattato di effettiva impreparazione e quanto, invece, questa pessima performance non fosse stata minuziosamente pianificata a tavolino. In fondo, il tutto si è svolto in maniera assolutamente lineare. Dapprima si sono lasciati ammassare i migranti in condizioni pietose, in modo da creare l’ennesima “emergenza”. Quando la situazione è diventata insostenibile, l’istrione ne ha approfittato per mostrarsi come l’idolo della selezionatissima folla, portatore sano di soluzioni. Nel frattempo, l’attenzione collettiva  era sufficientemente distratta per tentare di approvare in Parlamento il cosiddetto processo breve. Peccato per la scenata di La Russa che ha mandato tutto a monte. Fallito il primo tentativo, si tenta il bis. Viene annunciato il blitz in Tunisia per il trattato: Maroni rimane un giorno in più, perché c’è da prendere tempo, in modo che la Camera possa votare a favore del conflitto di attribuzione per il processo Ruby, che inizia guarda caso il giorno dopo.

Sicuramente è il sottoscritto ad essere in malafede. Basta ascoltare il resto di Ness Nessma, trasmessa in tempi non sospetti, per capire che il nostro Presidente del Consiglio non è una persona capace di simili sporche macchinazioni.

La conduttrice, commossa dal precedente afflato di fratellanza e di accoglienza verso chi sogna di emigrare in Italia, domanda: “Da dove le viene quest’energia? Da dove le viene tutto ciò?”. La risposta di Berlusconi non si fa attendere.

“Ma semplicemente dal fatto che sono quello che sono, sono un uomo del popolo. Ero in una famiglia che ha conosciuto la guerra, la povertà e ho un gran rispetto per tutti, a partire dalle persone più umili, che hanno più bisogno. Questo è qualcosa che fa parte della mia natura e della mia educazione e di ciò che ho imparato nella famiglia in cui ero e nelle scuole che ho fatto. Ho studiato, per dire, otto anni dai salesiani che erano… che sono congregazione che ha, tra i suoi doveri, quello di aiutare le persone che hanno bisogno di essere aiutate. E questo bisogna farlo. In più essendo uomo di governo, con responsabilità di governo, la cosa più importante che credo un governo debba fare è aiutare quelli che hanno bisogno”.

A questo punto è d’obbligo, per l’altro giornalista, chiedere di cosa il nostro eroe sia più orgoglioso nella sua carriera, visto che è riuscito in tutto quello che ha fatto. La risposta?

“Di non avere nulla di cui pentirmi. Non ho nulla di cui pentirmi, non ho nulla di cui non sono fiero e spero che là [fa cenno con la mano come a una scritta, ndr], quando sarò [lì] sotto, si potrà scrivere ‘fu un uomo giusto, un brav’uomo”. Se tutto va bene, anche incensurato.

 

Crescere o decrescere?

Chi ha un mutuo sulle spalle è già al corrente di quello che sto per dire. In seguito agli avvenimenti libici, alcuni giorni fa la BCE ha annunciato di voler alzare i tassi di interesse. La notizia ha provocato un immediato rialzo del tasso europeo che governa i mutui. In parole povere, le rate del mutuo diventano sostanzialmente più pesanti. È un giro un po’ complesso, quello che porta da Benghasi al nostro bilocale, che da un punto di vista tecnico economico non fa una piega. La domanda è: è normale? Sì, la globalizzazione è anche questo, per cui avvenimenti distanti da noi, senza alcun legame apparente con la nostra situazione, comportano conseguenze tangibili nella vita quotidiana. La mia domanda però, era un’altra: è normale che siano l’economia e il mercato a tenere in mano la politica e a governare le nostre vite, e non viceversa? In un certo senso, ce la siamo un po’ cercata, come si suol dire, visto che è così che funziona l’economia capitalista. Anni di lotte avevano imposto dei sistemi che mettessero un freno alla corsa del guadagno per il guadagno, ma poiché la politica è stata pian piano “comprata” dalle multinazionali, questi sistemi stanno saltando, con gli effetti che vediamo.

Quando si parla di economia, un concetto la fa padrone: il PIL. PIL è l’acronimo di Prodotto Interno Lordo. Corrisponde al “valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente l’anno) e destinati ad usi finali (consumi finali, investimenti, esportazioni nette)” (Wikipedia). Per farla semplice, è la somma di tutte le fatture emesse in un anno in Italia (sono consapevole che questa frase farà rabbrividire gli economisti, ma cerco di rendere l’idea). L’intento di questo indicatore è quello di quantificare la ricchezza prodotta da uno Stato, e infatti la classifica che determina quali paesi entrano nel G8, G20, etc. è stilata basandosi sul PIL. Molte sono le obiezioni di fronte a questo sistema di valutazione della ricchezza. Celebre il discorso di Robert F. Kennedy alla University of Kansas, il 18 marzo del 1968. Lo trascrivo (traduzione italiana tratta dal sito di Beppe Grillo) perché penso che valga davvero la pena leggerlo. Per chi volesse apprezzarlo in versione originale, riporto il link sul sito della John F. Kennedy Presidential Library.

 

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

 

Ricordate lo spot che uno dei precedenti governi Berlusconi aveva finanziato, con quel tizio che andava in giro a comprare ogni ben di Dio, con una busta che diceva “L’economia gira con me”? Questa è l’essenza del PIL. Più facciamo la nostra parte di buoni consumatori, più spendiamo per acquistare, più contribuiamo alla crescita della nostra economia, nel modo in cui è intesa oggi. È accettabile questo concetto? È una domanda che chiunque abbia un cervello per pensare è tenuto almeno a porsi. Ci sono persone che a questa domanda rispondono no, ispirandosi a un principio che sta prendendo sempre più piede e sul quale credo sia opportuno fermarsi a riflettere. Parlo del “downshifting” o, nella sua traduzione italiana, della “decrescita”.  Per descriverlo, cito le parole di Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la decrescita felice:

 

“La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di censure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.”

 

I sostenitori della decrescita sono quelli che scelgono di rinunciare a un lavoro con uno stipendio maggiore e alla casa in centro, pur di avere il tempo di giocare con i figli e di dedicarsi alle proprie passioni. Sono quelli che vedono l’automobile come una fonte di spese inutili in termini economici e ambientali, e preferiscono spostarsi solo quando serve e con mezzi alternativi. Questo non significa essere nostalgici del Medioevo. Significa solo applicare il vecchio motto che recita “i soldi non danno la felicità”, o meglio, la felicità non passa necessariamente per vie economiche, anzi, spesso, le cose che ci rendono felici sono quelle che non si possono comprare.

In breve, si vive per lavorare o si lavora per vivere? La decrescita non è che una delle risposte a questa domanda. È un modo di intendere la vita, il risultato di una scala di valori in cui il denaro rimane sempre, inequivocabilmente dietro gli affetti.

Occorrerebbe almeno riflettere sul fatto che un principio del genere sia così in contrasto con la società odierna, in cui molte persone devono lavorare dieci ore al giorno per sbarcare il lunario.

Polso di Puma – Vizi pubblici e private virtù

L’ultimo G20, svoltosi nel febbraio 2011 a Parigi, è stato incentrato sulla scelta degli indicatori in grado di valutare le politiche economiche degli Stati, allo scopo ridurre gli squilibri che minacciano la crescita e la ripresa economica.

L’Italia, attraverso il ministro Tremonti, ha caldeggiato la scelta di considerare un indicatore per il debito degli Stati che tenga conto della somma del debito pubblico e degli indebitamenti complessivi dei privati. Questo tipo di analisi dovrebbe migliorare la valutazione dell’economia italiana da parte delle agenzie di rating e scongiurare i rischi di default dei conti dello Stato: notoriamente infatti il nostro paese è caratterizzato da un basso livello di indebitamento privato: gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto più di altre nazioni.

Senza entrare nel merito degli aspetti tecnici connessi alla scelta di un indicatore finanziario di questo tipo, è interessante valutare le conseguenze sociali di un approccio di questo genere. Lo Stato italiano ha iniziato da anni una politica di progressivo smantellamento del welfare, il sistema dei servizi pubblici mediante il quale l’individuo può sentirsi davvero parte di una comunità. La progressiva diminuzione delle risorse destinate a scuola, università, trasporti pubblici, sanità, ha provocato una conseguente diminuzione della qualità di questi servizi, spesso anche per uno scarso controllo centrale sulla effettiva produttività delle strutture coinvolte e dei dipendenti che lavorano all’interno di questi enti.

Il welfare funge da strumento in grado di mitigare le differenze economiche tra i singoli ridistribuendo, sotto forma di servizi, delle opportunità per l’accesso alla cultura e alla salute anche a persone che non potrebbero permettersi le stesse possibilità pagandole attraverso strutture private.

Certificare, a livello statale, la sconfitta di un modello sociale in grado di ridistribuire ricchezza significa decretare la fine delle possibilità di ripianare un debito pubblico che di anno in anno continua a crescere, tagliando le ali a qualsiasi progetto in grado di rimettere in moto l’economia.
Inoltre, si ribadisce implicitamente che la politica di questi anni ha incentivato l’accumulo dei risparmi privati (anche mediante l’evasione fiscale e la gestione non trasparente dei conti pubblici).

Intervenire invece prontamente, mediante un progetto di tassazione delle plusvalenze e dei grandi patrimoni, ottenendo capitali freschi da reinvestire nel welfare, nella diminuzione del debito pubblico e negli incentivi alle imprese che producono reale innovazione, rappresenta la vera sfida – economica e sociale – che i nostri governanti dovrebbero essere in grado di affrontare.

Risorse economiche nuove per valorizzare le migliori risorse umane, in un paese sempre più ripiegato su sé stesso e sul proprio particulare, sempre più vecchio, sempre più impaurito.

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Processo Mills… A due passi dalla prescrizione

In questi giorni l’attenzione mediatica relativa ai fatti giudiziari del premier Silvio Berlusconi è tutta concentrata sul “processo Mills”, che vede il Presidente del Consiglio imputato del reato di corruzione in atti giudiziari. E’ prevista per domani, infatti, la ripresa delle udienze nel procedimento a suo carico, del quale ripercorriamo, brevissimamente, la travagliata storia.

L’avvocato Mills era consulente della Fininvest per la finanza estera inglese, ed è stato condannato in primo e secondo grado per corruzione  in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi.

Il processo era nato proprio da una lettera dello stesso avvocato Mills, al suo commercialista, Bob Drennan, dove Mills  dichiarava che Berlusconi aveva versato in nero sul suo conto in Svizzera 600.000 dollari. Il versamento sarebbe stato dovuto alle testimonianze reticenti rese dinanzi al tribunale di Milano dove, nel processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di  All Iberian, Mills non disse tutto quello che sapeva, per tenere indenne Berlusconi. Mills disse testualmente al suo commercialista “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”. A Londra, il commercialista, una volta  letta quella lettera, denunciò il suo cliente al fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale.

Dalle motivazioni della sentenza della Cassazione dello scorso anno emerge come risultò provata la corruzione in atti giudiziari a seguito delle testimonianze, ritenute false e reticenti, rese nell’intento di favorire Silvio Berlusconi. Il prezzo? “600mila dollari e la promessa di tale compenso nell’autunno 1999”.

Un anno fa, come sappiamo,  la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per “intervenuta prescrizione del reato”, ma riconoscendo colpevole Mills di danno all’ immagine dello Stato. Nella stessa sentenza, la Corte riconosce che il reato è stato commesso e che Silvio Berlusconi ha corrotto David Mills.

D’altronde la “prescrizione” non significa che sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma è un proscioglimento tecnico per motivi esclusivamente procedurali. La prescrizione, infatti, non è altro che l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La sua finalità è quella di evitare di punire fatti dopo che sia passato molto tempo dalla loro verificazione, perché proprio il passare del tempo fa venir meno l’interesse dello Stato a punirne la relativa condotta.

La prescrizione, quindi, non ha nulla a che vedere con la assoluzione.

E proprio a seguito dell’applicazione della prescrizione l ‘avvocato inglese David Mills è sì colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l’imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza; fondi neri Fininvest – All Iberian), ma non può più essere punito, perché ha incassato la tangente più di dieci anni fa.

Della condanna di primo grado, che era stata confermata anche in appello, resta valido solo il risarcimento del danno morale (che non cade in prescrizione): Mills dovrà versare 250 mila euro allo Stato italiano, che per legge, paradossalmente, è rappresentato nel processo dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi Mills, il corrotto, deve risarcire la presidenza del Consiglio, presieduta da Berlusconi, il corruttore, che fantastico paradosso!. Il filosofo Zenone non sarebbe stato in grado di coltivarne uno migliore.

La cassazione, sostanzialmente, ha dovuto risolvere un problema di date: quando fu commessa quella corruzione? La Corte ha deciso che Mills si era impadronito di quei soldi già tre mesi prima, e cioè quando fornì le istruzioni per far entrare quella tangente in un precedente contenitore (il fondo Giano Capital), dove i soldi dell’avvocato inglese erano mescolati con quelli di altri suoi clienti. Da questa seconda data, a differenza che dalla prima, sono ormai passati più di dieci anni, per cui la corruzione è stata dichiarata prescritta.

Ovviamente se c’è stato un corrotto è evidente che ci sia stato anche un corruttore. Non è un’ eresia allora credere che, come Mills sia stato ritenuto colpevole per essere stato corrotto da Berlusconi, il premier dovrebbe essere ritenuto colpevole per aver corrotto l’avvocato inglese.

La domanda che ci poniamo, quindi, è la seguente: cosa si prevede che accadrà nei confronti di Berlusconi, la cui posizione nel processo ancora non è definita?

La risposta è estremamente semplice. I PM ritengono che, per il medesimo fatto per il quale è stata definita la prescrizione del reato nei confronti di Mills, trattandosi dello stesso fatto incriminato, il Tribunale dovrà dichiarare la prescrizione anche nei confronti del Premier. Questo dovrebbe accadere probabilmente (settimana più o settimana meno) nel novembre prossimo.

Pertanto il processo potrà continuare, ma sarà difficile arrivare a una sentenza di primo grado, e ancora più arduo sarà chiudere in tempo anche l’appello e la Cassazione. Berlusconi, in questo processo, originariamente era imputato insieme a Mills, ma la sua posizione venne separato per effetto del lodo Alfano, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale per violazione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Si fa presto a far tornare i conti, se solo si considera che il rinvio alla data di domani nei confronti di Berlusconi (con circa un anno di ritardo rispetto alla conclusione del processo nei confronti di Mills) è dovuto proprio alla legge del Ministro Alfano che, per sospendere il processo, sospese tutti i termini pendenti nei suoi confronti.

La prescrizione, che non fa rima con assoluzione, per Berlusconi è davvero vicina, anzi, a due passi.

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Modificare la Costituzione… Come si può?

Alla domanda se sia possibile modificare la Costituzione dobbiamo rispondere immediatamente di sì. Proprio a questo scopo, infatti, è previsto lo strumento della Legge Costituzionale. Una Costituzione come la nostra si dice “rigida” perchè non può essere modificata dalle leggi ordinarie, ma soltanto tramite l’approvazione di leggi costituzionali seguendo l’iter che a breve spiegheremo. Al contrario, una Costituzione  “flessibile” occupa lo stesso grado delle leggi ordinarie nella gerarchia delle fonti. La costituzione flessibile può essere modificata a maggioranza parlamentare tramite l’approvazione di leggi ordinali. La modifica costituzionale non richiede leggi costituzionali né iter speciali di approvazione. La nostra prima forma di Costituzione, in vigore fino alla caduta del regime fascista, era una costituzione flessibile.

Nella storia del Novecento i regimi dittatoriali più noti – per esempio la Germania nazista di Hitler – nacquero da partiti che occupavano la sola maggioranza relativa dei voti dell’elettorato. Essendo difficilmente modificabile, la costituzione rigida tende però ad adattarsi con lentezza ai cambiamenti storico-sociali di un paese. La costituzione flessibile, che  può essere modificata dalle assemblee parlamentari a maggioranza semplice, comporta il fatto che si adatta più velocemente alle esigenze di un paese, ma lo espone più facilmente alle derive dittatoriali.

La storia ha dimostrato che un regime democratico può trasformarsi facilmente in un regime dittatoriale se le regole costituzionali sono troppo flessibili.  Non a caso uno dei principali obiettivi dei giuristi costituzionalisti dell’epoca contemporanea è proprio quello di plasmare una Carta Costituzionale in grado di unire i vantaggi della costituzione rigida con quelli della costituzione flessibile.

La legge Costituzionale è attribuita alla competenza del parlamento ed è adottata con un procedimento “aggravato“, ossia più complesso rispetto a quello previsto per le leggi ordinarie. Nella gerarchia delle fonti del diritto, la Costituzione e le leggi Costituzionali sono collocate in un grado superiore alla legge ordinaria, con la conseguenza che, ove la legge ordinaria contenesse disposizioni in contrasto con la costituzione o le leggi costituzionali, le stesse sarebbero invalidate in virtù del principio per cui la legge di rango superiore prevale su quella di rango inferiore.

Nel nostro ordinamento la costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge è valutata dalla Corte Costituzionale. La Costituzione italiana, all’art. 134, assegna alla Corte il compito di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni“.

L’art. 135 invece, prevede che la Corte costituzionale sia composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune (Camera e Senato congiuntamente), per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa.

Questa struttura mista è finalizzata a conferire equilibrio alla Corte Costituzionale: per favorire tale equilibrio infatti sono previsti, in capo ai soggetti scelti per la composizione dell’organo, sia un’elevata preparazione tecnico-giuridica sia la necessaria sensibilità politica. Nel caso in cui la Corte dichiari l’atto incostituzionale, la sentenza retroagisce fino al momento della entrata in vigore dell’atto.

L’iter per la revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione.  Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi.Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Quest’ultimo può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due camere, da cinque consiglieri regionali o da 500.000 elettori. Insomma, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso, raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell’opposizione.

Generalmente nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale, può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito“. Accesissimi dibattiti sono tutt’oggi aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”; tuttavia, per concludere queste righe senza addentrarsi troppo nei meandri delle più disparate interpretazioni che sono state assegnate a  tale inciso, è opportuno e sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti e riconosciuti.

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Rubygate: ai posteri l’ardua sentenza.

Torna a scrivere per noi richpoly, al secolo Riccardo Sarta, laureato in giurisprudenza e appassionato di diritto che aspira a diventare un magistrato (e noi glielo auguriamo!). Oggi ci racconta del “rito immediato”, e di tutta la faccenda giudiziaria che sta dietro al “Rubygate”

Da qualche tempo a questa parte tiene banco, nei talk show, nei bar, nelle strade e nelle case degli italiani, la vicenda relativa alla richiesta di giudizio immediato annunciata dal Procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nei confronti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, indagato per concussione e prostituzione minorile nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Rubygate”. E allora, spieghiamo in poche righe di cosa si tratta.

Il giudizio immediato è uno dei cosiddetti riti alternativi a quello ordinario per la celebrazione di un processo, categoria di cui fanno parte anche il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento), il giudizio direttissimo e il procedimento per decreto. È previsto dagli articoli 453 e seguenti del Codice di procedura penale. Il giudizio immediato è caratterizzato dalla mancanza dell’udienza preliminare e può essere instaurato in seguito alla richiesta del pubblico ministero o dell’imputato, così da velocizzare i tempi della giustizia portando il procedimento direttamente alla fase del dibattimento. Il dibattimento, del resto, costituisce il fulcro del processo penale, il suo cuore pulsante, luogo deputato alla formazione della prova davanti a un giudice terzo e imparziale che emetterà la sentenza. Il pubblico ministero chiede il giudizio immediato quando sussiste l’evidenza della prova della colpevolezza dell’indagato. L’imputato, a sua volta, qualora ritenga di essere innocente, e abbia le relative prove per dimostrarlo, chiede il giudizio immediato in modo da definire al più presto la propria posizione.

Condizioni imprescindibili per la legittima richiesta del pubblico ministero sono che l’indagato sia stato sottoposto a interrogatorio sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova e che il pubblico ministero abbia trasmesso la richiesta alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari entro novanta giorni dall’iscrizione della notizia di reato. D’altronde, il fatto che l’indagato (come nel caso del Premier), pur essendo stato regolarmente convocato dal pubblico ministero, non si sia presentato all’interrogatorio non pregiudica la richiesta di giudizio immediato che, quindi, potrà essere ugualmente presentata.

Sarà il Gip Cristina Di Censo a decidere entro cinque giorni se far processare Berlusconi per l’accusa di avere abusato dei suoi poteri, in qualità di Presidente del Consiglio, allo scopo di far rilasciare Ruby nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2009 dalla Questura di Milano e affidarla a Nicole Minetti (reato di concussione) e di avere avuto rapporti sessuali ad Arcore con la giovane marocchina quando lei era minorenne (reato di prostituzione minorile). Il giudice per le indagini preliminari dovrà valutare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge ed eventualmente disporre con decreto il rito immediato, fissando la data dell’udienza dibattimentale dove, come detto, comincerà a pulsare il cuore del processo. I pubblici ministeri hanno “stralciato” la posizione del presidente del Consiglio, cioè l’hanno separata da quella degli altri indagati, tra i quali spiccano le figure di Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, creando un autonomo fascicolo.

Il giudizio immediato è stato chiesto per entrambi i reati formulati nei riguardi del premier, e cioè la concussione e la prostituzione minorile. La richiesta di giudizio immediato inviata dalla procura al gip, Cristina Di Censo, è di 782 pagine contenute in due volumi; del resto i faldoni contengono anche le copie delle procedure relative alle intercettazione telefoniche. Oltre alla richiesta di giudizio immediato per il Premier, motivata sulla base dell’esistenza di prove evidenti, i pm hanno inviato al gip una memoria in cui ritengono non sussistere l’ipotesi «di reato ministeriale». Inoltre, è stata trasmessa al gip una memoria nella quale, a seguito dell’esame degli atti ricevuti dalla Camera e da quelli depositati dalla difesa, i pubblici ministeri espongono le ragioni per le quali in ordine alla concussione non sussiste ipotesi di reato ministeriale.

Tutto ciò per sottolineare come la procura ritenga che la competenza sia del tribunale di Milano e non del tribunale dei ministri, come sostenuto invece dalla difesa del Premier. Secondo quanto previsto dal Codice di procedura penale, il giudice emetterà il suo provvedimento senza dover celebrare un’udienza in contradditorio tra le parti. In questa fase e fino alla decisione del giudice, che non sarà motivata, le difese non potranno avere copia degli atti inviati dalla procura. Potranno invece prendere gli atti dopo che il giudice avrà deciso se mandare a processo il premier. Se il Gip dovesse disporre il rito immediato il processo potrebbe avere inizio già nel maggio di quest’anno.

Come direbbe Manzoni “ai posteri l’ardua sentenza”…

Il Flop Federalista

Per tanti anni è stato un oggetto misterioso, un concetto astratto, una scatola vuota senza un contenuto chiaro, promessa e al tempo stesso minaccia. Stiamo parlando del federalismo, tornato di moda nell’ultimo ventennio e imprescindibile caposaldo elettorale della Lega Nord. Ma proprio quando questa oscura materia sembrava prendere forma ecco arrivare gli intoppi. Il primo passo concreto era stato mosso nel maggio del 2009 con l’approvazione della Legge Delega 42 con la quale il Parlamento dava al governo potestà legislativa riguardo il cosiddetto “federalismo fiscale”. Ma che cos’è questo oscuro concetto?

Detto in breve, si tratta di un regime fiscale che punta a mantenere una proporzionalità diretta tra le imposte riscosse in un certo territorio e le imposte utilizzate nell’area stessa. Questo principio, in verità è già contenuto nella costituzione, per l’esattezza all’articolo 119 che recita testualmente: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”.

La legge 42 dava al governo la delega per fornire agli enti locali gli strumenti e il coordinamento per attuare il federalismo fiscale. Il primo di questi strumenti è stato il d.lgs 85\2010, comunemente chiamato “federalismo demaniale”. Con questa legge il governo trasferiva agli enti locali una vasta tipologia di beni demaniali e ne disciplinava la gestione e l’alienazione. In soldoni, gli enti locali diventavano responsabili e gestori di edifici, terreni, strutture dismesse e uffici precedentemente amministrati dalla pubblica amministrazione. Il federalismo fiscale vero e proprio è stato per lungo tempo materia di un’apposita commissione bicamerale, definita “bicameralina”, un organo consultivo con il compito di valutare e correggere i decreti attuativi.

Tutto il resto è storia di questi giorni.

Sul decreto attuativo del federalismo municipale, la legge che avrebbe dato autonomia impositiva ai comuni e avrebbe trattenuto sul territorio parte dell’IRPEF e dell’IVA riscossi si è arenato in bicamerale. Nonostante questo, il Consiglio dei Ministri, forzando i regolamenti ha licenziato il decreto che è stato prontamente respinto dal Presidente Napolitano in quanto irricevibile “non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari“.

Il no di Napolitano ha avuto l’effetto di mettere nuovamente in subbuglio una maggioranza risicata e che puntava proprio sul federalismo per ricompattarsi. Se da un lato il Presidente del Consiglio minimizza definendo il stop del Quirinale come una mera questione procedurale, La Lega è in fibrillazione. La base mostra segni di insoffereza nei confronti dell’alleato e allo stesso tempo pretende il tanto promesso federalismo. La battuta d’arresto del secondo decreto attuativo rischia, nel migliore dei casi, di rallentare e di molto l’iter verso il federalismo fiscale e nel peggiore dei casi di far cadere l’intero governo. L’autonomia impositiva degli enti locali, costituisce la base fondamentale su cui, in futuro, dovrà reggersi la futura Italia federale, uno stato completamente ristrutturato nel suo insieme che, secondo le stime più ottimistiche, vedrà la luce solo nel 2020.

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Quale alternativa?

L’impero di Berlusconi sta crollando sulle sue stesse deboli fondamenta fatte di escort e festini, bunga bunga e starlette che fanno politica, e ci si comincia lecitamente a chiedere cosa succederà dopo.

Una domanda che ci si pone spesso di questi tempi riguarda proprio la possibile alternativa a Berlusconi e al berlusconismo. L’Italia ha bisogno di un cambiamento radicale, storico, di una nuova era in cui la politica possa ritornare vicina al cittadino, vicina al popolo, che attualmente annaspa disorientato nella torbida realtà di un Governo che si preoccupa soprattutto di salvare il suo Premier, padre-padrone di un partito che propone e dice soltanto quello che vuole Lui.

Il problema della Sinistra è che non propone un’alternativa. È una frase populista quanto volete, ma è assolutamente identificativa dello status in cui versa l’Opposizione. Il votante di Sinistra si trova totalmente disorientato di fronte alla “debolezza” sulla carta del maggior partito di Opposizione, quel PD che ha come leader Bersani che tanto leader non sembra. E così nelle scorse settimane abbiamo assistito a paventate assurde alleanze pur di mandare via l’Imperatore Maximo, alle proposte di un’ampia coalizione per battere il Premier, fino allo sfogo d’orgoglio di Bersani in risposta alla lettera di Berlusconi sul Corriere. Insomma, un tira e molla infantile: prima si propongono folli alleanze persino con la Lega (e già qui…), poi si fa un passo indietro, poi si cerca il governo tecnico con Tremonti premier (e pure qui…), poi risalta fuori lo scandalo Bunga Bunga e si ricomincia la guerra. Infine il Partito dell’Amore decide di tendere la mano all’Opposizione, in un disperato tentativo di collaborazione, e Bersani in un moto d’orgoglio si rifiuta fermamente chiudendo l’affaire con un lapidario “troppo tardi”.

Troppo tardi? L’elettore di centro-Sinistra non può che trovarsi ulteriormente disorientato dalle parole del suo ipotetico leader. “Troppo tardi” significa che in un altro momento, in un tempo giusto, questa collaborazione si sarebbe potuta fare. Ma che diavolo di discorso di Opposizione è questo? Come è possibile che non si riesca a sentire una presa di posizione decisa? Ancora oggi siamo costretti a subire questa manfrina del tira e molla, con un PD che si crogiola nel suo essere Opposizione, quasi avesse paura di passare al Governo. Paura o convenienza. Perché il sospetto che neanche loro sappiano cosa fare comincia a insinuarsi concreto nelle menti dell’elettorato di centro-sinistra. Il che dimostra un’idea del Partito che rasenta la debolezza, che non dà forza al messaggio lanciato.

Si dice sempre che Berlusconi sia un grande comunicatore, che sappia come affascinare le masse di pecoroni senza opinione, che sappia come portarli dalla sua parte (ancora oggi si sente gente difendere a spada tratta TUTTO il suo operato). Il punto secondo me è un altro: non è che Berlusconi sia bravo a comunicare, è che dall’altro lato non c’è nessuno che lo sappia fare in maniera decente. Anzi, diciamola tutta, il più grosso difetto della Sinistra è proprio questo, arroccarsi su un idealismo antico, fatto di valori assolutamente condivisibili, ma che non tiene conto della situazione attuale dell’elettorato nel nostro Paese. Ciò che dovrebbe imparare l’Opposizione è che in una battaglia elettorale tutto conta per riuscire a racimolare i voti della gente. Bisogna saperla convincere, bisogna riuscire a entrare nella realtà di tutte le classi sociali, capirne i bisogni, presentare un prodotto (mi si perdoni il termine commerciale) invitante, fresco, che vada incontro alle esigenze della maggior parte delle persone, popolicchio compreso. Non funziona più la strategia di puntare soltanto sulla parte intellettuale e informata del Paese, c’è una subrealtà di gente a cui non frega un cavolo della Costituzione, delle inchieste, e di tutto il resto. Un popolicchio che vuole meno tasse, vuol spendere meno, vuole il lavoro, tutto qua. Non ha più senso, nel 2011, fare comizi come se fossimo negli anni ’70. Mi rendo conto che queste affermazioni possa risultare un po’ forti, ma bisogna stare al passo con i tempi, è ora di metterselo bene in testa.

Una giusta ricetta, un buon leader che rappresenti una novità, un programma che sia condivisibile da quante più persone possibili (qualcuno è riuscito a capire il programma del PD?), che vada dritto al punto, che non si arrocchi su posizioni sempre uguali “via Berlusconi, via Berlusconi, via  Berlusconi.”

È un momento storico triste questo, l’Italia sta vivendo ancora una crisi economica da cui si fa fatica a venire fuori, la gente è stanca di fare la fame e vedere che nel palazzo nulla cambia e sono tutti concentrati a parlare di Silvio e del suo Bunga-Bunga. Basta. Berlusconi cadrà, è soltanto una questione di tempo, e una Sinistra che vuole proporre un’alternativa deve cominciare sin da subito a preparare un programma, a proporre un’alternativa che parli di cose concrete, cose che interessano alla gente. Se vogliamo questo cambiamento, è il momento giusto per cominciare a prepararlo.

Non vogliamo più vedere questa mentalità sconfitta in partenza, con una sinistra divisa tra chi urla “via Berlusconi” (IdV ad esempio) e una che lo dice sotto voce (il PD, per l’appunto). Non se ne può più di sentire da D’Alema proposte di alleanza con il Terzo Polo pur di mandare via l’Imperatore Maximo. Non se ne può più.
Quello che mancano sono i valori, i principi, e dire “Uniamoci con chicchessia pur di far cadere Berlusconi”, per quanto intento nobile, non è un valore. Il segreto dei successi di partiti come IDV e Lega è proprio questo: sono in politica per attuare i loro valori, ovvero la legalità per l’Idv, il federalismo per la Lega. Per questo non si sottomettono a soprusi e ricatti da un lato, né a moine, accordi e compromessi dall’altro: perché sono altre le cose che li muovono. Con questo non si vuole dire che siano due partiti perfetti guidati da leader illuminati – lungi da noi -, si vuole solo spiegare il motivo del loro consenso popolare. È il motivo per cui la sinistra non riesce a instaurare un rapporto stabile con Di Pietro: perché non lo capisce.

La Sinistra si riprenda la sua identità, diventi moderna, si rinnovi e si presenti con un programma di alternativa decente, senza allusioni a folli alleanze che nulla portano.

E chissà, un giorno forse riusciranno a farsi perdonare la mancata legge sul conflitto di interessi, la più grossa puttanata fatta in Italia negli ultimi vent’anni.

Avremmo potuto evitare un’epoca oscura. Ora si impegnino a riaccendere la luce della speranza.

Ci stiamo ricascando.

Ne parlavo proprio qualche giorno fa qui su Camminando Scalzi: la strategia – tutta italiana – adottata di aspettare che le acque si calmino (magari confondendo un po’ le idee e usando i media come neanche il Joker di Frank Miller) distribuendo bugie, false verità, ma soprattutto – unico obiettivo da raggiungere – convincendo le persone. Se una cosa la ripeti in TV una, due, dieci, cento volte, quella cosa, per quanto possa essere falsa, comincerà ad avere una sua autonomia, una sua identità. Inizierà a comparire il dubbio “e se fosse così? Se fosse davvero perseguitato dai giudici?”. Ovviamente mi riferisco a una certa fetta di pubblico, conscio (e speranzoso) che molti di voi la TV non la accendano neanche più viste le condizioni in cui versa oggi. Mi riferisco a quella fetta di pubblico che idolatra Maria De Filippi, che passa i pomeriggi a vedere Uomini e Donne con i vecchi che si corteggiano, in uno squallido spettacolo ridicolo e patetico, che fugge dalla realtà quotidiana, dalla crisi e da tutto il resto… Fetta di pubblico (elettorato-pubblico) facilmente influenzabile, tanto cattolica-praticante sotto certi punti di vista quanto omertosa-senzaopinione dall’altra. Insomma: con una mano prego, con l’altra nascondo i miei (e gli altrui) peccati nelle tasche sporche, sperando vengano dimenticati. Vi ricorda qualcuno?

L’analogia è semplice, e spiega un concetto che ormai comincia a entrare nelle teste di tutti noi. Il nostro Imperatore Maximo B. rappresenta quella fetta di italiani a cui piacciono i culi, le tette, le raccomandazioni e la vittoria a tutti i costi. Perché lui è uno che ce l’ha fatta, e vogliono tutti diventare come lui. Ecco perché ha sempre ragione. Anche quando ci sono sospetti (e ben più che sospetti, spesso) che combini cose fuori dal normale, invece rimane tutto assolutamente normale, tutto statico. I cattivi giornali dell’Opposizione sbraitano inutilmente, i movimenti politici di opposizione cercano di aizzare le folle e sperare in una reazione; reazione che non arriva mai, perché siamo sempre incastrati in questo adorabile maledetto Paese dove un Premier è sospettato dell’organizzazione di festini osè, ma nessuno si indigna, nessuno dice niente. Sì ok, si sbraita, si fanno i post sui blog di protesta, si linkano le vignette anti-B. su Facebook, si fanno quattro proclami, ma chi lo dovrebbe prendere e mandare a casa sua (prima) e dai giudici (poi), non fa niente. Rimangono tutti lì in un limbo, ad aspettare che anche questa tempesta passi, quasi spaventati di fronte alla possibilità di dover prendere in mano la situazione. E poco importa che l’Imperatore Maximo non durerà per sempre. Per ora c’è, e speriamo che duri a lungo. Procrastinate at procrastination.

Ci stiamo ricascando ancora una volta. Passano i giorni, appaiono discutibili memorie difensive in cui TUTTO quello che è accaduto appare finto, falso, si smontano le costruzioni dei PM (cattivi PM! Subito una leggina punitiva per loro, dannati persecutori! Cattivi!), si cerca prima di tutto di fare un processo mediatico (ma non erano loro a dire che la Sinistra fa i processi mediatici?), si scagiona il Premier in tutte le sedi possibili e immaginabili (soprattutto le sue di sedi, tipo la Rai e Mediaset), si invita Ruby a fare la parte della santa da Signorini (e non si capisce chi sia più diabolico tra i due… Roba da pelle d’oca), perseguitata e aiutata dal Santo Imperatore Maximo. Un uomo buono, ma così buono che aiuta tante ragazze (possibilmente belle), che paga affitti, che dona soldi… Ma così, per bontà d’animo. Ma com’è che tra tante persone aiutate non si sente parlare mai di una vecchina rimasta senza un soldo, di un terremotato, di un disoccupato che ha tre figli da curare? Strano eh? Stranissimo.

Ma insomma, basta continuare a dire che è solo un semplice benefattore, a ripeterlo una, dieci, cento, mille volte. Prima o poi qualcuno ci crederà, e poi qualcun altro. E nel frattempo la faccenda sarà dimenticata, così come tutte le altre, a suon di Santanchè che urla nei programmi televisivi (e poi se ne va), di telefonate di B. (che come una adolescente chiama, urla, insulta, e poi attacca), e di tutti gli esponenti di centrodestra che difendono a spada tratta il Premier, anche sull’indifendibile affaire delle prostitute ad Arcore (ma guai a chiamarle prostitute eh! Si mina la dignità delle donne… Mica organizzando feste e lap dance, ma chiamandole prostitute, stiamo bene attenti…)

Chi di dovere, il Presidente della Repubblica, le altre forze politiche, ma anche i suoi alleati che conservano ancora un briciolo di dignità politica e non siano ridotti a ripetere le sue parole in eterno, faccia qualcosa. Quest’uomo è il peggior Premier che l’Italia potesse avere, perché rappresenta tutte le debolezze e tutti i difetti del Paese, li estremizza, e li trasforma in virtù.

Non caschiamoci di nuovo.