Author Archives: Fabio Siniscalco

Crisi, la fine è ancora lontana

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In piena campagna elettorale, la parola che ricorre maggiormente tra i politici italiani è “crisi”. C’è chi sostiene che la parte più dura della crisi sia terminata e chi afferma che, invece, nel 2013 la situazione economica sarà ancora più difficile di quella del 2012. Insomma, ognuno cerca di spiegare al popolo italiano come vivrà nel 2013.

Secondo un rapporto della Cgia (l’associazione artigiani delle piccole imprese) di Mestre, la crisi è tutt’altro che terminata. Il 2013 sarà un anno record: si pagheranno 14,7 miliardi in più,  che  si tradurranno in un nuovo salasso di 585 euro per ciascuna famiglia. Il carico fiscale si attesterà al 45,1% del prodotto lordo, lo 0,2% in meno rispetto alle previsioni elaborate dal governo nel Documento di Economia e Finanza nel settembre scorso.

Fiat, Pomigliano verso un nuovo stop

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Non c’è pace a Pomigliano: l’ennesimo tonfo del mercato dell’auto, probabilmente, farà scattare l’ennesimo blocco delle produzioni a novembre. Se questa decisione venisse confermata dai vertici della Fiat, significherebbe il quarto stop da agosto nella grande fabbrica di Pomigliano – produttrice della nuova Panda – la cui catena di montaggio è attualmente ferma fino alla ripresa prevista per il giorno 8 ottobre. C’è quindi ancora il rischio di una forte cassa integrazione e i sindacati, anche se ancora una volta in maniera non unitaria, daranno battaglia. Nei giorni scorsi c’è stata una manifestazione del comitato di lotta dei cassintegrati che sono scesi in piazza con cortei e blocchi stradali, sotto le sigle della Fiom, della Confederazione Cobas e dello Slai Cobas.

Nel 2010, dopo tante manifestazione e un’infinità di polemiche, i vertici dell’azienda e i sindacati trovarono l’accordo riguardante la produzione della nuova Panda. Furono tanti i contrasti anche tra gli operai all’interno dell’azienda. La situazione sembrava essere più tranquilla ma ora, con il rischio di una nuova lotta sindacale e una nuova Cassa Integrazione per gli operai, è tornato un clima di grande tensione. Nei giorni scorsi Fim, Uilm, e Fismic hanno convocato le assemblee di tutti i lavoratori, ma senza la Fiom. Non sarà dunque possibile organizzare un’assemblea unitaria per discutere della situazione in cui si trova il settore automobilistico.

Questa decisione di alcune organizzazioni sindacali ha suscitato la reazione della Fiom che aveva più volte invocato un’assemblea unitaria, ma le altre sigle sindacali hanno risposto che, visto che nel 2010 la Fiom rifiutò di sottoscrivere l’accordo per la nuova Panda, non ci sono le condizioni per dar vita a un percorso unitario.

Insomma, le polemiche relative al 2010, quando ci fu anche un referendum su cui dovettero esprimersi gli operai, non sono mai state veramente dimenticate. Dall’altro lato i vertici dell’azienda continuano a ripetere che gli operai non saranno dimenticati e che la priorità della Fiat è quella di salvaguardare il loro posto di lavoro: dichiarazioni, però, a cui non crede più nessuno.

Tutte queste polemiche non vanno certo nell’interesse degli operai, che alla fine saranno gli unici a pagare le conseguenze di questa drammatica situazione in cui lo stabilimento di Pomigliano si trova da anni. Soltanto la Fabbrica Italia Pomigliano conta 2150 dipendenti, mentre nella Fiat Group Automobiles i lavoratori, indotto compreso, sono circa 3000, la maggioranza dei quali è in cassa integrazione da molto tempo.

Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma di sicuro non mancheranno altre polemiche strumentali che, come sempre, andranno contro i veri interessi degli operai.

 

“Dietro le spalle”, un libro raccontato dall’autrice

Dietro le spalle copertina

Si chiama “Dietro le spalle” ed è un libro, non esattamente un giallo, che porta il lettore nel centro di un intreccio che ne assume le connotazioni. L’autrice, Francesca Sifola, racconta la trama del suo libro, incontrando giornalisti e lettori nei bar del centro di Napoli, la città in cui è nata.

Le immagini dell’intrigo – spiega la scrittrice – non vengono esposte a narrazione dettagliata, ma a una veloce esposizione, come se fossero dei fotogrammi, e l’elaborazione descrittiva cede il passo all’incisività, dove i paesaggi sono esposti a trame di vita di cui l’uomo del nostro secolo è spesso inconsapevole. Un percorso di idee e azioni che -  costruite dietro le spalle di tutti – possono operare per il Bene e per il Male”.

Il primo libro che Francesca Sifola ha scritto s’intitola “La scatola bucata”, ma delle sue opere letterarie si ricorda soprattutto “Luna Park”, una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 2002. Ha scritto anche alcuni romanzi, come “Sogno”, “Scene di scrittura”, “Tempo senza maschera” e il racconto giallo “Don Carmine Paterno”. Tra i vari premi ricevuti si ricorda in particolare Il Premio Internazionale Calabria nel 2009.

“La passione per la scrittura – afferma la Sifola– è nata da ragazzina, quando guardavo la realtà come se volessi fotografarla”. Per “Dietro le spalle”, l’autrice utilizza tre aggettivi: “Altruista perché è un testo la cui incisività va verso gli altri. La scrittura è una missione che cerca di far conoscere il proprio testo agli altri, cercando di fare in modo che tutti possano leggerlo; ironico, da non confondere con sarcastico; nostro, perché può essere letto e interpretato da tutti”.

Francesca Sifola

Se dovesse definire il libro come uno dei cinque sensi, Francesca Sifola non ha dubbi: “Sceglierei la vista, perché il libro ha una vista molto ampia, direi a 360 gradi”.

La scrittrice si sofferma anche a parlare del termine “valore”, il cui significato oggi è stato mistificato: “Oggi certi valori non esistono più. In compenso esistono parole nuove, come la globalizzazione, la multiculturalità. Anche questi sono valori, ma molte volte vengono utilizzati come forme di mercato”.

Il libro “Dietro le spalle” può essere acquistato nella libreria Feltrinelli a Napoli. L’autrice, però, preferisce incontrare i suoi lettori per la strada per raccontare la trama della sua opera e cercare di suscitare l’interesse della gente.

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Rapporto Istat, tanti numeri e poche speranze.

Foto industria

L’Italia è un paese penalizzato dalle turbolenze internazionali, ma paga anche il prezzo dei propri ritardi sociali e culturali. E’ quanto emerge dal rapporto annuale Istat, pubblicato lo scorso 23 maggio sul quotidiano “Il Mattino”. Al sud una famiglia su quattro è povera e la qualità dei servizi sociali è nettamente inferiore alla media nazionale. In termini pro capite il reddito delle famiglie è del 4% in meno rispetto al 1992 e del 7% in meno rispetto al 2007. È aumentata, invece, l’incidenza delle prestazioni sociali erogate dallo stato. Nel 2000 il livello dei prezzi in Italia era pari al 95% di quello della media dell’Unione Europea, mentre in Germania superava la media di dieci punti. Oggi, dopo un’inflazione cumulata, sia l’Italia che la Germania sono al di sopra di quattro punti. In pratica ciò vuol dire che gli italiani si sono allineati ai tedeschi soltanto per quanto riguarda il costo della vita, ma non per la produttività. Per quanto riguarda il lavoro, i tradizionali punti di forza resistono, anche se in alcuni settori siamo un po’ indietro. La specializzazione manifatturiera, ad esempio, rimane quella degli anni ’70, con il ruolo delle imprese che si riduce sempre di più. L’economia resta basata sull’export.

Anche il mercato del lavoro ha subito delle notevoli trasformazione negli ultimi venti anni. Il numero degli occupati è cresciuto di 1,3 milioni di unità, mentre il tasso di occupazione è passato dal 53,7% al 56,9%. Le retribuzioni contrattuali sono ferme dal 1993. All’interno di questa tendenza generale, però, qualcosa è cambiato. Il numero dei maschi occupati è sceso, mentre l’occupazione femminile è aumentata di 1,7 milioni di unità, quasi esclusivamente nel centro-nord. Tuttavia, il tasso di occupazione femminile resta il più basso rispetto alla media europea. Ciò anche perché le neomamme che mantengono il posto di lavoro sono soltanto il 77%. In pratica, il 23% delle donne che partoriscono preferisce lasciare il lavoro, oppure, come spesso accade, le aziende preferiscono non proseguire il rapporto di lavoro con le neomamme.

L’economia sommersa, più comunemente conosciuta come lavoro nero, è in leggero calo. Sono diminuiti anche gli occupati al sud: circa 200.000 inmeno rispetto al 1995.

La novità più rilevante è la diffusione delle nuove tipologie contrattuali più flessibili, in particolare tra i giovani. Il numero degli occupati a tempo determinato è cresciuto del 48% e si trovano in questa tipologia lavorativa oltre un terzo di coloro che hanno tra i 18 e i 29 anni. Gli investimenti per la ricerca sono dell’ 1,26% in meno rispetto alla media dell’Unione Europea.

Infine, ci sono delle novità anche riguardo al risparmio. Gli italiani hanno sempre avuto una forte propensione al risparmio, ma negli ultimi anni questa tendenza si è affievolita. Negli ultimi quattro anni la propensione al risparmio è scesa dal 12,6% all’8,8%.

La situazione generale è abbastanza drammatica e la gente comincia a perdere anche le speranze. Secondo alcuni sondaggi gli italiani non hanno alcuna fiducia nelle attuali forze politiche.

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Stalking: termine nuovo, storia vecchia.

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La violenza sulle donne purtroppo è sempre esistita, ma la percezione è che da qualche anno sia in aumento. Da un po’ di tempo sentiamo un termine nuovo - stalking – che indica una serie di comportamenti molesti, assillanti e continui di una persona nei confronti di un’altra persona, perseguitandola e facendole generare ansia e paura. Appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, invio invadente di lettere, biglietti, SMS, scritte sui muri oppure atti vandalici con il danneggiamento di beni… cose del genere sono considerate atti provocatori e chi li attua è un persecutore. Lo stalking si differenzia dalla semplice molestia per l’intensità, la frequenza e la durata dei comportamenti. Non si può parlare di stalking, invece, quando i messaggi sono indesi derati, ma di tipo affettuoso. In questo caso, per parlare di stalking, i messaggi devono essere molto frequenti e non occasionali. Spetterà poi al giudice, in sede penale, decidere se sia possibile o meno parlare di stalking.

La maggior parte delle volte lo “stalker” è un conoscente della vittima: un collega, un ex collega, un ex compagno. Di solito si tratta di persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale. Ci sono anche degli stalker affetti da disturbi mentali, ma questo è il caso meno frequente.

Secondo il CPA (Centro Presunti Autori), oltre il 50% dei persecutori ha vissuto almeno una volta nella vita l’abbandono, la separazione, un trauma psicologico dal quale non è riuscito a riprendersi, e può rientrare in una di queste categorie: il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi; il “bisognoso d’affetto”, desideroso di avere una relazione sentimentale, il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking di breve durata; il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler vendicarsi dopo un rifiuto; il “predatore”, che ha prevalentemente scopi sessuali.

Tuttavia non esistono soltanto stalker uomini. Nel 2009, secondo il Dipartimento di Giustizia inglese, in base ad alcune denunce, il 43% di stalker è costituito da donne; inoltre, lo stalking non avviene soltanto nella relazione di coppia (anche se questo è il caso più frequente), ma anche in famiglia e sul posto di lavoro. Queste statistiche furono anche pubblicate dal giornale inglese The Guardian nel 2010 e furono oggetto di diverse polemiche.

Esistono anche i falsi abusi. Questi, nel 2004, sempre secondo il CPA, riguardavano circa il 70% delle denunce e provenivano da persone che soffrivano di delusioni personali.

In Italia, il decreto Maroni emanato il 23 febbraio 2009, introduce nel Codice Penale il reato di “atti persecutori”, stabilendo la reclusione da sei mesi a quattro anni, ai quali si deve eventualmente aggiungere l’aumento di pena in caso di recidiva e se il soggetto perseguitato è un minore. Questa fattispecie di reato è procedibile con una denuncia della vittima, salvo casi in cui la stessa vittima è un minore, un disabile oppure quando lo stalker è già stato ammonito dal questore. In questi casi è prevista la procedibilità d’ufficio. In realtà, molte volte le donne non denunciano i loro persecutori per paura oppure perché legate a loro sentimentalmente. Questo però è un comportamento sbagliato delle vittime, perchè non denunciando danno la possibilità agli stalker di continuare nelle loro manie persecutorie. Spesso le minacce, gli appostamenti, le offese, sfociano in qualche caso perfino nell’omicidio.

L’unico modo per cercare di fermare questa spirale di violenza è quello di denunciare gli stalker e mettere fine a quest’incubo che, il più delle volte, condiziona psicologicamente la vittima per tutta la vita.

Scuola, il caos continua

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Ormai la scuola italiana non ha più pace e ora è scattata anche la rivolta dei presidi. I dirigenti scolastici assunti l’1 settembre 2010 hanno un trattamento economico di serie B. Nella loro busta paga, infatti, non c’è l’indennità accessoria variabile che consiste in 854 euro lordi al mese, una cifra stabilita dal Contratto Integrativo Regionale (CIR), basata sui fondi stanziati dall’amministrazione centrale, divisi su base regionale in rapporto al numero di dirigenti. Il CIR viene firmato di anno in anno, proprio in base ai fondi. I soldi in ballo consistono in un tesoretto di 18,7 milioni di euro, calcolato in base a un numero inferiore di dirigenti scolastici rispetto all’organico attuale. L’anno scorso non è stato trovato l’accordo tra i sindacati e il direttore scolastico regionale. In pratica, la situazione è paradossale: ci sono dirigenti che percepiscono l’indennità definita da vecchi contratti e altri che non percepiscono nulla perché l’indennità non è stata ancora determinata. I presidi neoassunti hanno uno stipendio ridotto; i vecchi presidi, invece, rischiano di dover restituire le somme percepite in più rispetto alla contrattazione regionale. Alcuni dirigenti scolastici, in contatto con la direzione provinciale del Tesoro, hanno inviato la proposta (atto unilaterale introdotto dall’ex ministro Renato Brunetta) all’UCB (Ufficio Centrale di Bilancio) nel giugno scorso senza, però, avere risposta. L’esito di questa proposta si conoscerà soltanto nei prossimi mesi. Chi non ha percepito nulla si troverà con gli arretrati; chi, invece, ha percepito di più (circa 1200 persone), dovrebbe essere costretto a versare di più.

A tutto ciò si aggiunge l’incertezza di quei docenti che hanno maturato l’uscita dal servizio il 31 dicembre 2011. La materia riguardante i pensionamenti del personale della scuola è molto complessa e, per giunta, c’è un certo ritardo nell’emanazione della circolare ministeriale che dovrebbe chiarire la posizione di chi è intenzionato ad andare in pensione. Questo ritardo è dovuto ad un pasticcio del Governo nell’emanazione del decreto Milleproroghe. In questo decreto, con la nuova normativa si è regolarizzata per tutti i lavoratori la data del 31 dicembre. Per quanto riguarda la classe docente, il momento del pensionamento era calcolato in data 1 settembre. Lo spostamento della data di pensionamento obbliga molti lavoratori che avevano maturato il diritto al pensionamento in data 1 settembre a un periodo forzato di lavoro. Sembra certo, invece, che per i pensionati a domanda si applichino le disposizioni pre-vigenti, vale a dire il sistema delle quote oppure 40 anni di servizio; per le donne vale ancora il dato anagrafico. Tutto ciò, però, se il diritto al pensionamento è stato maturato con i requisiti richiesti al 31 dicembre 2011. I docenti nati nel 1952 sono i più penalizzati perché il ritardo nel pensionamento li spingerebbe a lavorare per altri 5-6 anni. Si spera che dal ministero dell’Istruzione arrivi presto una circolare che possa finalmente chiarire i tanti punti controversi.

Ovviamente, a tutto ciò bisogna aggiungere i problemi endemici della scuola italiana: strutture fatiscenti, mancanza di assistenza agli studenti portatori di handicap, docenti eternamente precari e tanti altri problemi mai risolti. Si spera che un giorno la scuola italiana possa uscire dallo stato di oggettiva difficoltà in cui si trova e mettersi al passo delle altre scuole europee.

Clochard, una vita sempre più difficile

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Le ondate di freddo provocano sempre disastri. Quest’anno, poi, il numero delle vittime dovuto al maltempo è più alto degli altri anni. La maggior parte delle persone che perdono la vita per le conseguenze del freddo e della neve sono i “senzatetto”, il cui vero nome è quello di “clochard”.

La condizione di clochard è una situazione nella quale una persona per molto tempo non ha un luogo di residenza. Ovviamente i clochard sono presenti soprattutto nelle aree più povere delle grandi città e in quelle suburbane. Molti di loro sono persone provenienti da altri paesi. In realtà, però, tra i clochard ci sono anche alcolizzati, tossicodipendenti, persone separate dai propri coniugi, uomini e donne con problemi psichici. Si trovano in particolare vicino le stazioni, nelle fermate della metropolitana e i più fortunati trovano accoglienza in apposite strutture.

Negli ultimi giorni a Roma alcuni clochard hanno perso la vita per via delle condizioni atmosferiche. Da qui sono scaturite violente polemiche tra il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e il resto del mondo. C’è da essere certi, però, che alla stazione Tiburtina continueranno a vivere tante persone con temperature gelide, senza che venga trovata una soluzione alle loro condizioni di vita. A Roma come altrove. Ci sono anche casi in cui, però, i clochard non vogliono allontanarsi dalla strada, restando al freddo e al gelo per mesi interi. Alcuni di loro hanno sempre vicino degli animali come cani e gatti e non vogliono separarsene per nessun motivo. In loro difesa ci sono alcune organizzazioni senza fini di lucro. In Italia la comunità di Sant’Egidio e la Caritas sono molto attente a questo tipo di problemi, mentre una grande organizzazione mondiale, Goodwill Industries, provvede allo sviluppo e alla ricerca di opportunità di lavoro per queste persone. Molte città hanno giornali di strada oppure riviste dedicate alla loro situazione sociale. Spesso i clochard per cercare di sopravvivere chiedono l’elemosina per la strada: questa pratica, però, è diventata illegale in diverse città. In altri casi ci sono i “buskers”, cioè artisti da strada che fanno giochi di prestigio e abilità, suonano e disegnano sul marciapiede, nella speranza di trovare cittadini che regalino loro una moneta. Altre volte i clochard commettono reati nella speranza di essere arrestati e mandati in prigione. Purtroppo non tutte le organizzazioni umanitarie si occupano dei problemi relativi alle persone che vivono e dormono per la strada. Anche le istituzioni non prendono mai sul serio questo problema e, a volte, demandano la soluzione di esso proprio alle organizzazioni umanitarie. Il numero dei morti per le strade di questi giorni è la conferma che, purtroppo, nessuno affronta veramente la questione dei senzatetto. L’unica cosa in cui i clochard possono sperare è l’aiuto di semplici cittadini comuni. Un dato allarmante è quello che riguarda l’aumento del numero dei senzatetto che cresce di anno in anno, secondo i dati forniti dalla Caritas e pubblicati la scorsa settimana dal quotidiano “Il Mattino”, complice la grande crisi economica mondiale. L’aumento della disparità di reddito tra le classi sociali negli ultimi anni non ha fatto altro che aumentare il problema delle persone che non hanno un’abitazione.

Purtroppo quella dei senzatetto è una condizione di vita drammatica a cui nessuno ha mai posto veramente in rimedio, con il rischio, tra l’altro, che nei prossimi anni il numero dei clochard aumenterà e, ad ogni ondata di maltempo, ci saranno altre vittime e altre inutili polemiche.

Manovra finanziaria, vediamo i dettagli

Da circa un mese, non si fa altro che parlare di manovra finanziaria, mercati europei, borse, Bce. E’ difficile comprendere i contenuti di questa manovra anche perché il governo ha apportato numerose modifiche al disegno di legge iniziale. Si era partiti con un contributo di solidarietà che avrebbero dovuto pagare coloro i quali hanno un reddito superiore ai 90.000 euro, ma dopo vari accordi (e disaccordi) all’interno della maggioranza si è deciso che questo contributo (contestato anche e soprattutto dai calciatori) sarà del 3% e verrà pagato dalle persone che hanno un reddito superiore ai 300.000 euro. E’ retroattivo e si applica a partire dal 1 Gennaio 2011. Questa decisione ha scatenato non poche polemiche: da un lato c’era chi voleva che questo contributo fosse più alto e dall’altro c’era chi voleva cancellarlo perché non vuole “mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Un altro punto su cui si è discusso molto è quello che riguarda l’Iva, il piatto forte della manovra. L’aliquota passa dal 20 al 21% e sarà in vigore già dalla data di conversione in legge del decreto: è un provvedimento contro cui si è scatenata l’ira di consumatori e commercianti, in particolare da parte del presidente di Confcommercio,, che ha dichiarato in una recente intervista al quotidiano “Il Mattino”: “Abbiamo stimato che un aumento di tutte le aliquote Iva produrrà un calo dello 0.9% dei consumi con riflessi negativi sul Pil”. Pare, però, che il governo non abbia pensato al Pil, tanto che questo provvedimento è stato preso poche ore prima che la manovra venisse approvato al Senato, mentre non era stato introdotto inizialmente.

Anche gli Enti locali sono stati duramente colpiti: all’inizio era stato deciso che i comuni al di sotto di mille abitanti avrebbero dovuto accorparsi, così come era stato annunciato il taglio delle Province con una popolazione inferiore ai 300.000 abitanti; ora, invece, è rimasto in piedi solo il taglio del 50% dei consiglieri in attesa del ddl costituzionale che riguarderà l’abolizione delle Province, così come sarà inserito l’equilibrio di bilancio.

Nel reparto pensionistico c’è l’incremento dell’età pensionabile per le lavoratrici del settore privato che scatterà dal 2014, vale a dire con due anni di anticipo rispetto alla versione originaria della manovra, mentre è stata introdotta una tassa del 2%  sul denaro trasferito all’estero. E’ un provvedimento che riguarda gli immigrati ed è stato fortemente voluto dalla Lega Nord, mentre le coppie che nel 2006 ebbero il bonus bebè, senza averne diritto, hanno l’obbligo di restituire la somma ricevuta entro tre mesi di tempo. Si allenta la stretta sugli evasori fiscali per cui è previsto il carcere solo a due condizioni: 1) l’ammontare dell’imposta evasa dovrà essere superiore al 30% del volume complessivo di affari. 2) l’ammontare della stessa imposta evasa deve essere superiore ai 3 milioni di euro.

Non ci saranno più i giorni di festa per le ricorrenze patronali, anche se sono state salvate le feste laiche.

Insomma, tanti provvedimenti emanati, poi ritirati, poi emanati nuovamente. Al Senato è stata posta la fiducia, impedendo di fatto un vero dibattito parlamentare. Alla fine, comunque, sono sempre le categorie sociali più deboli quelle maggiormente colpite, come avviene, del resto, in tutte le manovre finanziarie. Non è stata introdotta una tassa patrimoniale che, forse, consentirebbe allo stato di avere qualche entrata in più, mentre anche sull’evasione fiscale, vecchia piaga italiana, non sono state prese le misure necessarie a fronteggiarla veramente.

Con questa manovra, tuttavia, si spera che l’Unione Europea, dia più fiducia all’Italia, ma la fine della crisi, per troppo tempo nascosta dai governanti italiani, è ancora molto lontana.

 

 

 

 

 

 

Tagli alle spese militari, ma le missioni proseguono

Non si sa quando termineranno ma, di sicuro, continueranno. Stiamo parlando delle cosiddette “missioni umanitarie” dei nostri soldati all’estero. Dopo le solite polemiche legate ai costi delle missioni, giovedì 7 luglio il Consiglio dei Ministri ha approvato il rifinanziamento, anche se ha posto una tregua: in pratica, circa duemila militari rientreranno da Libia, Libano e Balcani e ci sarà anche un taglio di 120 milioni alle spese per il prossimo semestre: da 811 a 620 milioni. I tagli riguardano soprattutto la Libia, dove si passa dai 142 milioni del primo semestre ai 58 del secondo. La nave ammiraglia Garibaldi sarà ritirata con i suoi 884 uomini e tre aerei che, tuttavia, saranno sostituiti da alcuni velivoli che partiranno dalle basi italiane. Dall’Afghanistan non andrà via un solo soldato e sono stati stanziati 15 milioni in più per la sicurezza dei nostri militari. Inizialmente, la Lega aveva posto il veto sul rifinanziamento, ma ha accolto con soddisfazione il decreto, anche se non sono mancate polemiche tra il leader del carroccio, Umberto Bossi, e il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Si tratta di una sorta di compromesso che alla fine accontenta tutti: da un lato il segretario leghista che da qualche giorno veste i panni del (presunto) pacifista, dall’altro il ministro della Difesa che voleva a tutti i costi che le missioni proseguissero.

A ogni modo, ancora una volta è stato deciso che i nostri soldati devono continuare a rischiare la vita in zone molto pericolose, dove tra l’altro non sono mai stati visti benissimo da una parte delle popolazioni locali, come dimostra l’alto numero di militari uccisi a seguito di attentati. Ormai è da tempo che i soldati italiani vivono in zone di guerra, anche se ipocritamente le loro missioni vengono definite “di pace”. In realtà il rischio di morire è molto alto, ma gli ordini governativi sono quelli di dover continuare, a rischio di perdere la vita. In Afghanistan sono tantissimi gli italiani morti in un paese che stenta a conoscere la democrazia e dove i talebani, nonostante le promesse istituzionali, non sono mai stati definitivamente sconfitti. Insomma, le “missioni di pace” proseguono più che mai e proseguiranno ancora per molto tempo. Tutto ciò può far fare bella figura all’Italia davanti agli altri paesi del mondo, ma nei fatti i nostri soldati continuano a rischiare la vita allo scopo di contribuire a portare la democrazia in paesi in cui questa difficilmente riuscirà a entrare nei meccanismi della politica locale, senza considerare poi i costi molto alti che lo stato italiano deve fronteggiare e che, forse, potrebbero servire per questioni interne che interessano maggiormente al popolo italiano.